Ecco, su una poesia di Carver e sullo scrivere racconti

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Ecco, il racconto che volevo scrivere prima,

ma poi ho lasciato stare

perché ti ho sentito muoverti.

Lascio sempre stare

e non servono neanche scuse per non scrivere.

Non c’è nessuno che si muova.

Ecco, la Fortuna che guida gli uomini

e il corteo di maschere,

ma non scrive racconti per me.

Letture e visioni dell’anno dell’Insomma

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Qualcuno tempo fa mi ha preso in giro per la mia dizione della parola insomma, un attore che non conoscevo bene e con cui non avevo scambiato che un paio di saluti, e da allora per me insomma è diventato sinonimo di qualcosa di molto antipatico e pure sgradevole. Il 2020 per me è stato l’anno dell’Insomma, fin da subito. Sono tornata a scrivere dopo diverso tempo e questa è una delle poche cose che salvo (anche se non tutti saranno d’accordo) nel finale di quest’anno dell’Insomma. Stare con tutti i miei cari, condividere con qualcuno le difficoltà, le disillusioni, le paure, le perdite è l’altra cosa che salvo del 2020 appena trascorso. Durante il lockdown di Marzo e Aprile ci sono stati momenti estranianti, siamo tornati tutti ad essere adolescenti rinchiusi nella nostra cameretta, alcuni per scelta, altri per costrizione.

Messaggi d’amore e di esasperazione

Non solo ho scritto poco, ma ho anche letto poco in questo anno dell’Insomma. Ho iniziato con Il resto di niente di Enzo Striano nell’edizione Oscar Mondadori, un romanzo storico sulla vita di Eleonora de Fonseca Pimentel, un’intellettuale illuminista, una delle prime donne giornaliste d’Europa, portoghese di nascita, ma napoletana d’adozione, dalla vita eccezionale raccontata dall’infanzia nella Roma pontificia fino alla morte per mano del boia a Napoli a causa della sua partecipazione alla rivoluzione e alla Repubblica Napoletana nel 1799. Non sono una fan dei romanzi storici, però Striano scriveva benissimo rendendo con penna delicata i tormenti anche fisici e sessuali di una donna del Settecento in bilico tra l’educazione cattolica e bigotta dell’epoca, in una famiglia comunque sui generis, i cambiamenti e le rivoluzioni del periodo illuminista e i moti dell’anima. Napoli ruba spesso il ruolo di protagonista a Eleonora, eccezionale il racconto dell’arrivo a Napoli della famiglia de Fonseca Pimentel durante la festa della Piedigrotta, un carnevale settembrino dedicato alla Madonna.

E. Striano, Il resto di niente

Del libro di Donald Barthelme, Biancaneve edito da Minimum Fax avevo già scritto qui.

D. Barthelme, Biancaneve

Poi ho letto un libro che avevo ricevuto in regalo per il mio compleanno, insieme ai biglietti per la mostra di Alberto Sordi per il centenario della nascita e che purtroppo ancora non sono riuscita a vedere. Il libro è Un borghese piccolo, piccolo di Vincenzo Cerami edito dalla Mondadori e l’ho trovato agghiacciante per la sua lucidità nel descrivere quella parte della società italiana, la più numerosa, che vive di raccomandazioni, clientelismo, rapporti di lavoro umilianti a cui ci si presta con la speranza di un qualche tornaconto personale, rapporti familiari basati sulla comodità, sull’apparente sicurezza della propria piccola quotidianità da preservare a ogni costo. E infine la rabbia nascosta di questo impiegatuccio ministeriale alla soglia della pensione, la cui unica preoccupazione è far subentrare il figlio appena diplomato al suo posto di lavoro, pronta ad esplodere dopo un trauma subito, per punire metodicamente chi ha sovvertito l’ordine esistente. Avevo visto il film di Monicelli proprio con Alberto Sordi anni fa, ma il libro mi è parso più inquietante, anche considerando che era il primo romanzo di Cerami.

V. Cerami, Un borghese piccolo piccolo (e biglietto)

Ho letto anche Momenti trascurabili di Francesco Piccolo, il vol.3 pubblicato da Einaudi. Non mi è piaciuto quanto gli altri due, allungare il brodo rende solo un brodo acquoso, quindi non ci spenderò altre parole .

F.Piccolo, Momenti trascurabili

In tarda Primavera ho letto Uomini e Troll di Selma Lagerlöf edito da Iperborea, fiabe antiche in contesti relativamente moderni, alienante e a tratti terrorizzante, come sono tutte le fiabe, e di Edna O’Brien, Tante piccole sedie rosse, edizione Einaudi, la storia di due amanti che si incrocia con la Storia di uno dei più grandi genocidi contemporanei, quello di Srebrenica, durante la guerra in Bosnia. L’amante, uno straniero giunto in un tranquillo paesino irlandese all’improvviso, guaritore e sessuologo, si rivela a metà libro un criminale internazionale ricalcato sulla figura dello psichiatra, santone barbuto e latitante per anni, il serbo Radovan Karadzić. Immagino che l’autrice abbia voluto descrivere la fascinazione che alcune figure manipolatrici possono esercitare sui singoli, ma anche su una collettività impreparata e ingenua.

S.Lagerlöf, Uomini e Troll e E. O’Brien, Tante piccole sedie rosse

In Estate ho ripreso un minimo di attività sociale e anche qualche piccolo viaggio. Sono riuscita a visitare il Conero, un promontorio bellissimo che mi ha ricordato il mio Circeo, e diverse località delle Marche, una terra splendida, di cui conoscevo solo Camerino e Macerata. Soprattutto sono stata da Leopardi e mi sono emozionata visitando la sua casa e la sua biblioteca a Recanati. L’ho raccontata a tutte le persone che hanno avuto la sfortuna di sentirmi in quei giorni come se fossi andata sulla luna, forse l’ho fatto: Che fai tu, luna, in ciel?

Casa Leopardi a Recanati

In genere questa è la stagione in cui leggo moltissimo perché finisce la scuola e ho molto più tempo libero, invece quest’estate mi sono adeguata al trend annuale e ho letto solo un paio di libri, uno di Altan (quindi non un vero e proprio libro…) La Luisa pubblicato da Gallucci e l’altro di Andrea Camilleri, Riccardino della Sellerio. Ho faticato a riprendere a leggere Camilleri, mi ero disabituata alla sua lingua e, inoltre, ho trovato l’intreccio, i giochi di rimandi continui al personaggio televisivo, così come le ingerenze dell’autore nella storia, impegnativi. Ma è stato come ritrovare un vecchio amico che non si incontra da tempo e alla fine in bocca è rimasto un gusto dolce e amaro insieme. Per Altan posso solo dire che è stato il migliore libro/non libro che ho letto in questo anno dell’Insomma.

Altan, appunto.

In Autunno dopo Tommaso Landolfi mi sono concessa un libro che da tempo volevo leggere perché ne avevo letto alcuni estratti, l’autobiografia di Andre Agassi, Open per Einaudi editore. L’ho finito in tre giorni, se avessi potuto, se non avessi avuto impegni lavorativi e familiari, lo avrei letto tutto senza interruzione, senza mangiare e dormire. Non è solo una storia di tennis, la vita di Agassi dall’infanzia controllata dal padre padrone e dal Drago, un mostro lanciapalle, fino al ritiro agli Us Open del 2006, ma è soprattutto un romanzo di formazione che parla delle vittorie e delle sconfitte di Agassi sia in campo che nei rapporti umani. La domanda alla base di tutto il libro, fin dall’inizio è Perché gioco a tennis, se lo odio? Mi sembra che la domanda riguardi tutti noi, perché quell’odio forse è l’altra faccia dell’amore che mettiamo in ogni cosa che facciamo con fatica e dedizione.

A. Agassi, Open

Poi ho fatto la furba e ho letto facilmente un piccolo libro, regalo di un’amica appassionata lettrice, una raccolta di aneddoti e aforismi sui libri e sulla lettura: Nicola Gardini, Il libro è quella cosa edito da Garzanti.

N.Gardini, Il libro è quella cosa

L’ultimo libro dell’anno 2020 mi ricorda che avrei dovuto parlare anche di visioni, ma sto diventando noiosa pure a me stessa, quindi lo userò per ricollegarmi alle mie due visioni preferite di quest’anno dell’Insomma, riproponendomi di fare un post apposito su Greta Gerwig di cui ho visto due film (uno persino in un cinema all’aperto quest’estate) e che merita più di due parole frettolose. Il libro che sto leggendo è una favola, L’assemblea degli animali di Filelfo, appena uscito, a Novembre, per l’Einaudi. Al momento sono frastornata dai discorsi degli animali preoccupati dall’incoscienza dell’uomo verso la Natura, ma parlano un po’ tutti insieme e fanno troppa confusione. Speriamo bene per il futuro della Terra e del libro.

Filelfo, L’assemblea degli animali

A proposito di favole il film più interessante che ho visto negli ultimi mesi, nonostante la presenza dell’uomo dell’Insomma, è stato Favolacce dei fratelli D’Innocenzo. Volevo solo avvertirvi che non ci salviamo (ma io l’avevo subito capito, come l’ho visto nel film), forse dovrei dirlo anche agli animali del libro di Filelfo. L’altro film che mi è piaciuto molto l’ho visto all’inizio dell’anno, ed è Un sogno chiamato Florida di Sean Baker che, però, è un film del 2017. Entrambe le pellicole mettono in mostra la fragilità, la mostruosità e l’incapacità di fare gli adulti di tutti i personaggi al di sopra dei dieci anni e soprattutto la straordinaria capacità di resistenza e gli atti di coraggio estremo dei protagonisti bambini. Le somiglianze, anche cromatiche, tra i due film sicuramente casuali sono impressionanti.

Un sogno chiamato Florida a sinistra, Favolacce a destra

Spero che l’anno dell’Insomma, quest’anno un po’ di merda per tutti, se ne stia dalla sua parte ormai conclusa e che non travalichi in questo.

Una canzone dedicata

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Quella bambina, Antonella, viveva alle Case Verdi, come tutti nella zona chiamavano gli enormi casermoni popolari, con i piloni grigi in cemento, le finestre piccole e i balconi in muratura rientrati sulla facciata, proprio accanto alla sua villetta bifamiliare, costruita su una collina. Al piano terra della villetta abitavano i suoi nonni materni e proprio suo nonno Lindo si era opposto alla costruzione di quelle case popolari, ma niente aveva potuto fare per impedire la riconversione di alcuni terreni per pubblica utilità in area edificabile. La principale preoccupazione di suo nonno Lindo era per il muro di canneti e il fosso che correva a nord dell’area e durante gli inverni particolarmente piovosi diventava un vero e proprio fiume di fango. Aveva presentato esposti e scritto decine di lettere. Non c’era nessun pericolo, rispondevano piccati dall’ufficio tecnico del Comune, gli ingegneri, gli architetti e persino un geologo, interpellati.

“Ehi vecchio, stai tranquillo!” sbuffavano scocciati anche i muratori, quando nonno Lindo si posizionava lì come una vedetta a supervisionare i lavori e a ripetere i suoi timori. Suo nonno era anche intimamente preoccupato dell’arrivo di tutte quelle famiglie disperate e sfortunate, come diceva la nonna, quasi dentro a casa sua, temeva quella massa di poveracci in casa più dell’improbabile colata di fango, si lamentava, invece, la sera a tavola sua madre con suo padre, esasperata dal comportamento paterno.

Antonella era una bambina sfortunata nata in una di queste famiglie sfortunate ed era per questo che viveva nelle Case Verdi, una famiglia così disgraziata la sua che era stata la prima in graduatoria per ottenere l’alloggio popolare. A cinque anni aveva perso sua madre per un tumore, una donna piccola e gentile sposata con Tonino, un povero cristo, burbero e dal brutto viso schiacciato. Tonino girava per le strade del quartiere con un’Ape scassata e raccoglieva ferrivecchi e parti di automobili per lo sfasciacarrozze che stava al principio della via, gestito da un uomo enorme sempre in tuta blu, Carluccio, il quale viveva in una baracca accanto al deposito. Tonino e Carluccio li conoscevano tutti da quelle parti, erano compagni di bevute e spesso di notte interveniva la polizia a calmare gli animi perché arrivavano sempre a picchiarsi dopo qualche bottiglia di Peroni. Antonella aveva un fratello maggiore di un paio d’anni, Fabio, un bambino rachitico che aveva preso dal padre il viso schiacciato e di suo aveva grandi orecchie a sventola, un po’ inselvatichito. Fabio era stato suo compagno di scuola alle elementari, non veniva spesso a scuola, quando frequentava le lezioni non aveva mai i quaderni e i libri, borbottava solo parolacce e la maestra sembrava ignorarlo per la maggior parte del tempo. Poi all’improvviso, all’inizio della quarta elementare, era fine settembre, la maestra aveva annunciato che Fabio avrebbe cambiato scuola, ripetendo la terza elementare. Avevano aperto una succursale della scuola dentro le Case Verdi perché con l’arrivo delle nuove famiglie il numero dei bambini era cresciuto molto e Fabio avrebbe frequentato quella. Era venuto a salutarli, disse la maestra nell’indifferenza generale. Lei era contenta che Fabio se ne andasse perché quando veniva a scuola la maestra lo faceva sedere nel banco accanto al suo così l’aiutava che lei era bravissima. Ma Fabio puzzava, puzzava di pipì o almeno lei pensava che quel tanfo fosse di pipì seccata e mai lavata. Anche Antonella che il pomeriggio giocava in strada con lei e alcune amiche di scuola a campana, con l’elastico o a nascondino dietro le macchine, aveva quell’odore, puzzava di pipì, a volte ci facevano anche una canzoncina, Le scappa la pipì, le scappa la pipì, le scappa proprio là, Antonellà, senza farsi sentire dai grandi, ma Antonella non rispondeva mai, faceva finta di niente e continuava a giocare. Faceva pena a tutti, le madri della zona spingevano le figlie a farla giocare con loro perché era più silenziosa che timida e anche molto carina con le trecce bionde sempre sfatte e gli occhioni chiari spalancati. Soprattutto la sua mamma le regalava i suoi vestiti smessi e quando vedeva Antonella con le sue gonne e i suoi golfini, ah, il suo vestito verde a pois bianchi!, veniva presa da una grande agitazione pensando che qualche altra bambina notasse le sue cose addosso a quella bambina sfortunata. Ora sicuramente puzzavano di pipì anche i suoi vecchi vestiti.

Quando Fabio lasciò la sua classe lei lo salutò, come si erano sentiti costretti a fare tutti, mentre lui era in piedi con la maestra accanto alla cattedra e per fare un po’ di scena da brava bambina, la più brava della classe, accennò anche un abbraccio, che restò a metà e molto veloce.

“Mi dispiace che tu vada via” gli sussurrò pure. Un’espressione di sorpresa si stampò sulla faccia brutta di Fabio che arrossì e borbottò una risposta che lei non capì. Lui non le permise mai di dimenticare quelle parole ipocrite. Ogni volta che si incontravano per strada negli anni-non troppo spesso perché Fabio a tredici anni fu affidato dai servizi sociali a una zia che viveva in una grande città del nord e tornava raramente dalla sua famiglia, mentre sua sorella Antonella era rimasta con il padre alle Case Verdi- lui le si accostava e le diceva commosso: “Solo tu, sei stata l’unica che mi ha salutato dispiaciuta”, poi si interrompeva e cominciava a piangere, mentre lei stava lì imbarazzata, in silenzio, incapace di consolarlo, pregando che si allontanasse in fretta e che nessuno li vedesse insieme.

Il giorno peggiore della sua vita, anche il tempo ci si era messo, pioveva ininterrottamente dalla mattina, tornando a casa dopo il lavoro, si ritrovò su un autobus accanto a Fabio, un Fabio cresciuto, altissimo, ma sempre magro, rachitico e bruttissimo, una tuta blu da meccanico: non lo vedeva da anni, da quando il padre era morto e il loro appartamento delle Case Verdi era andato a un’altra famiglia sfortunata. Lei, invece, viveva ancora nella stessa villetta, al piano terra, dove un tempo vivevano i suoi nonni.

Proprio quella mattina suo marito le aveva detto per telefono che non sarebbe tornato a casa, aveva riflettuto e non se la sentiva di continuare con il loro matrimonio, troppe divergenze, “ ma per fortuna non abbiamo figli, neanche un cane o un gatto su cui litigare”, aveva concluso prima di riattaccare. Si era trasferito a casa di un suo collega di lavoro già da qualche settimana, portandosi via anche la loro automobile e sarebbe passato da casa a prendere le sue cose mentre lei era al lavoro, meglio evitare scene imbarazzanti, le chiavi le avrebbe lasciate nella cassetta della posta. Anche con i suoi genitori non parlava da tempo, liti sulla gestione della villetta e del giardino, il vanto di sua nonna, che ora era infestato d’erbacce e delle rose alte e magnifiche rimanevano solo i rovi, e che suo marito se ne fosse andato non se ne sarebbero neanche accorti.

“E tu? Cosa fai? Sei sposata?” Le chiese Fabio subito dopo i saluti. Lei scosse la testa e si mosse a disagio sul vecchio sedile di pelle rosso dell’autobus, era in trappola, nel posto addossato al finestrino e il mezzo era appena partito dal capolinea: l’aspettava più di un’ora di conversazione forzata con l’incubo della sua infanzia.

“Sono un‘operatrice di telemarketing.”

“Cioè? Sei una di quelle che rompe le palle al telefono alla gente per vendere le cose? E pensare che eri così brava a scuola”, esclamò ridacchiando.

“Io invece lavoro alla Mercedes, faccio il meccanico. Tutto quel tempo passato da Carluccio con mio padre è servito a qualcosa. E poi mi piacciono i motori, fanno sempre quello che devono. Quando ho staccato pioveva troppo e ho lasciato la mia moto in officina, ho preso l’autobus. Erano anni che non lo facevo. Pensa tu! Allora non sei sposata, eh? Non sei proprio di primo pelo” aggiunse con un ghigno beffardo riversandole addosso tutte quelle parole.

Sperava che salisse qualche vecchia per alzarsi e lasciarle il posto, ma quelle con quel tempo se ne stavano a casa. La pioggia, l’umidità e i finestrini chiusi avevano creato una fitta condensa che s’era posata su ogni finestrino, l’autobus sembrava un tunnel di ghiaccio, isolato totalmente dall’esterno. E lei era seduta accanto a Fabio! Le parve di sentire persino un vago odore di pipì rappresa. Magari stava lì da trent’anni, pensò.

“Come sta tua sorella?” chiese per deviare l’attenzione dalla sua vita. L’ultima volta che aveva visto Antonella era in una boutique in centro, quindici anni prima, faceva la commessa. Si erano salutate con un po’ d’imbarazzo. Antonella era diventata bellissima, ancora così bionda e magra, le raccontò di convivere con una sua amica in un appartamento dove si era trasferita dopo la morte del padre, appena diplomata in ragioneria. Lei stava ripetendo per la terza volta l’esame di Analisi durante il suo primo anno di università, aveva i capelli unti acciuffati e la faccia piena di brufoli. Tornando a casa dalla biblioteca dell’Università si era fermata in quel negozio per comprare una sciarpa di lana a righe colorate che era in vetrina da qualche tempo e le piaceva molto. Costava troppo, si rese conto dopo aver chiesto il prezzo e quando stava per uscire dal negozio Antonella le aveva proposto di metterci lei i soldi che le mancavano per comprarla. Se mai fosse ripassata da quelle parti le avrebbe restituito i soldi o pagato un caffè. Aveva afferrato velocemente la sciarpa con le guance rosse dalla vergogna, lasciato in fretta i soldi sul bancone, bofonchiato un ringraziamento ed era corsa via. Naturalmente non era più tornata in quel negozio, né aveva mai indossato la sciarpa colorata.

“Ti piace quella canzone?” Fabio iniziò a canticchiare Lady Riccio, una hit di qualche anno prima che aveva imperversato in radio.

“La conosco, ma cosa…?”

“L’ha scritta per mia sorella, quel cantante là. Glielo dicevo sempre a mia sorella, come ripeteva papà: mai con un venditore di cavalli, un avvocato o un assicuratore. Né con un cantante, aggiungevo io. Ci sta ancora insieme, ma non mi fido mica. Si è trasferita a Milano quando un tizio l’ha fermata per strada e le ha offerto un contratto per un’agenzia di modelle, la prima volta sono andato anch’io, non mi fidavo per niente. Invece quel bastardo veramente aveva una agenzia di modelle, pure famosa. L’hai vista sulla copertina di Elle, o come cazzo si chiama? Lei me le manda tutte.”

“No, non l’ho vista e non lo sapevo”, sussurrò, ci mancavano solo l’agenzia di modelle, l’amore eterno e le canzoni dedicate in quella giornata di merda.

“Ma lei niente. C’ha fatto pure i figli con il cantante”, tirò fuori il cellulare e le mostrò le immagini di due bambini sorridenti, biondissimi, al maschietto mancava il dente davanti.

La condensa si faceva di minuto in minuto più spessa, soffocante. Procedevano a rilento, la pioggia aveva allagato la strada e in prossimità di alcuni incroci la circolazione era quasi totalmente ferma. Per fortuna Fabio si era azzittito, sembrava mezzo addormentato, con la testa ciondolante. L’autobus parve acquistare velocità e iniziò la serie di fermate lungo la sua strada di casa, non sapeva se fosse il caso di scuotere Fabio, non le aveva detto dove sarebbe sceso. Doveva comunque svegliarlo per scendere realizzò quando giunsero alla sua fermata. Lo scosse per la spalla e lui la guardò infastidito.

“Mannaggia, ma che non m’hai svegliato? Dovevo scendere un paio di fermate prima. Con tutta ‘sta cazzo di acqua, mannaggia a te.” S’alzò bestemmiando e si posizionò alle porte d’uscita davanti a lei premendo furiosamente il pulsante di prenotazione della fermata. Quando l’autobus si arrestò scesero velocemente dall’autobus insieme a un altro paio di viaggiatori, lei aveva un inutile ombrellino da borsa che neanche tirò fuori. Aveva ripreso a piovere con forza. L’acqua le arrivava ai polpacci. Guardò verso la collina dove si trovava la sua villetta e si rese conto che non esisteva più una collina, era tutto un mare nero e acqua, acqua che cadeva dal cielo. Sentì un boato, un rumore assordante.

“Cazzo, corri, corri!” le urlò Fabio sopra il frastuono. A fianco della fermata c’era un vecchio fabbricato abbandonato, un mattatoio dove si macellavano suini che da decenni non veniva utilizzato e la bella palazzina liberty dove un tempo si trovavano gli uffici del mattatoio era ridotta a uno scheletro. Fabio la spinse oltre la porta del vecchio edificio, si rese confusamente conto che anche gli altri passeggeri dell’autobus li seguivano, mentre salivano rapidamente gli scalini.

“Sali, sali!” continuava ad urlare Fabio sopra quel rumore orrendo e a spingerla. Giunsero al piano più alto, il terzo e guardarono terrorizzati dalle finestre spalancate, che generazioni di vandali avevano distrutto, il fiume marrone che trascinava lampioni, alberi, macchine, l’autobus da cui erano appena scesi.

“È venuta giù la collina” disse l’uomo anziano che si trovava alla sua destra. Tremava in maniera esagerata e batteva i denti. Le Case Verdi sembravano spostarsi come trampolieri enormi, camminavano eleganti sui pilastri di cemento, ballavano sulle parole di quella canzone Se non fosse per te crollerebbe il mio cielo se non fosse per te sarei niente, lo sai.*

(Foto dal film Favolacce, Damiano e Fabio D’Innocenzo)

*parole prese in prestito dalla canzone Tutto quello che un uomo, Sergio Cammariere.

Annottava

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Annottava

in bambini giochi

di lingua.

S’addolceva

una lettera vecchia

e non lo era.

E ancora

non diceva

Euridice che la tragedia

è essere.

(Foto dal film Orfeo negro, Marcel Camus)

Le parole e l’isolamento

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(Paterson di Jim Jarmusch)

Ho passato l’isolamento leggendo Tommaso Landolfi, centellinandolo perché non è una lettura durante la quale una persona si può distrarre e ogni tanto avevo la testa che se ne andava per i fatti suoi e rischiavo di rileggere la stessa parola dieci volte o forse anche più considerando che Landolfi scriveva utilizzando parole desuete e dal gusto arcaico, ottocentesco. Il libro è una raccolta di racconti, Del meno, ed è edito da Adelphi. Il linguaggio di Landolfi è il protagonista di questi racconti perché le storie sono minime, non accade quasi mai niente, i personaggi si perdono spesso nelle loro elucubrazioni (anch’io) e in uno dei primi racconti, La volontà di potenza, si narra, ad esempio, del disagio di un uomo, un letterato, che, durante la sua passeggiata quotidiana all’alba per raggiungere un bar e prendere il suo bicchierino di anaci a cui attribuisce magiche virtù, incontra al ritorno sulla stessa strada sempre la stessa persona, un fruttivendolo, e si fa da parte per farla passare. Diventa un pensiero fisso. Un giorno decide che non sia giusto che sia sempre lui a farsi da parte e prendendo coraggio va incontro all’altro deciso a non cedere il passo. Sembra un duello donchisciottesco. Termina così:

Poi, giusto per restare in tema parole, mi sono iscritta a un seminario online su come la lingua italiana sia cambiata durante la pandemia, Cittadinanza e pandemia: una lingua in movimento in un paese che cambia, soprattutto perché mi andava di riascoltare, dopo due decenni, la voce calmissima di Luca Serianni che è stato il mio professore di storia della lingua italiana a La Sapienza di Roma. Serianni nel suo intervento è partito da come l’uso della parola “positivo” sia cambiato in pochi mesi, di come un linguaggio specialistico come quello che riguarda una branca particolare della medicina, cioè la virologia, sia diventato così comune. Nel nuovo Devoto-Oli, il famoso vocabolario della lingua italiana, sono entrate quest’anno molte nuove parole legate alla pandemia da distanziamento sociale a lockdown. È stato un pomeriggio interessante, anche se poco adatto al proposito di pensare ad altro durante il mio isolamento.

Avrei potuto scrivere, sfogare ansia e rabbia con le parole mie, ma ultimamente proprio non è cosa. Oddio, ultimamente: qui si tratta di mesi e mesi. Le parole sono scappate, non so se torneranno e l’isolamento non me le ha riportate. Ho risposto a messaggi e mail di parenti, colleghi e amici preoccupati. Anche i miei alunni mi hanno contattato- uno mi ha contattato troppo, per capirci. Ho rassicurato tutti mentre i giorni passavano ed io non ero sicura per niente in attesa del referto che non arrivava.

Mio figlio undicenne ha creato per me una playlist su Spotify, così mi pensi che non hai niente da fare, mi ha detto e ho ascoltato la sua selezione. Dopo la terza canzone dei Gorillaz ho iniziato ad avere visioni di iperspazio e fotoni, ma ho resistito fino alla fine: la playlist si chiudeva con un classico, I was made for loving you dei Kiss e mi sono quasi commossa. Mi frenava il pensiero dei Gorillaz.

Ho visto qualche film che mi ero riproposta di vedere e che sempre più spesso non riesco a vedere, soprattutto ho visto Paterson di Jim Jarmusch. È un film di piccole cose e parole semplici, di esistenze umane dignitose e normalissime. Le protagoniste del film sono le poesie di Paterson (scritte da un vero poeta, Ron Padgett) un autista di autobus della cittadina di Paterson, sì, lo stesso nome dell’autista e anche di una raccolta di poesie di uno dei più grandi poeti americani, William Carlos Williams. Paterson, il poeta-autista, è un uomo colto il quale legge e cita Dante e Petrarca, e infatti sua moglie si chiama Laura. Quando queste poesie scritte amorevolmente a mano su un taccuino vengono distrutte dal cane di casa, Paterson entra in crisi. Poiché quest’anno, prima dell’isolamento, sono andata spesso a lavoro con i mezzi pubblici, ho cercato di immaginare uno degli autisti o delle autiste che ho incontrato come un poeta gentile e no, non ci sono riuscita. Non credo che la poesia sia uno dei criteri di selezione della mia azienda del trasporto pubblico locale.

Naturalmente come nella migliore tradizione della burocrazia italica le 48 ore per avere il referto sono diventate più di 100 (anche se tutto il processo fino all’attesa del referto del tampone naso faringeo è stato perfetto, la fila al Drive in abbastanza contenuta, il personale addetto gentile e preparato), ma alla fine è arrivato. C’ho messo un po’ a capire che Non rilevato significasse negativa. L’anno scolastico è iniziato da appena un mese e ho già fatto il test sierologico poco prima di iniziare e un tampone naso faringeo molecolare. Sarà un anno scolastico molto lungo e difficile. Le prossime volte (…) la Asl competente ci ha assicurato che verrà nella nostra scuola con un’unità mobile per eseguite i test rapidi, ho solo avuto la sfortuna di essere un contatto stretto di un alunno prima che partisse questa nuova procedura. Già lavorare con mascherina e distanziata attentamente dai ragazzi non è semplice (a questo proposito odio l’espressione “distanziamento sociale” mi sembra che sia in antitesi profonda con l’essere umano, preferisco pensare che il nostro sia un distanziamento solo fisico), inoltre quest’anno sono state realizzate delle aule nel piano interrato della mia scuola e io e la mia sezione siamo risultati i vincitori. Siamo diventati tanti piccoli e grandi fantasmi dell’Opera, ho detto ai ragazzi, raccontando la storia di Erik, un uomo distante da tutti gli altri uomini con enormi deformità coperte da una maschera, ma con una voce magica il quale viveva nei sotterranei del Teatro dell’Opera di Parigi terrorizzando tutti. Sto creando dei mostri, lo so. Spero che l’unico terrore che conoscano mai sia quello delle serie horror Netflix che divorano e delle storie gotiche che racconto loro e che, come le fiabe con i bambini, li aiutino a superare le loro paure più profonde.

(Il fantasma dell’Opera di Terence Fisher, 1962)

La Signorina Snob, Edoardo Albinati e il futuro

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L’estate del 2016 Edoardo Albinati vinse lo Strega con La scuola cattolica e decise di venire nella mia città per festeggiare il compleanno di Franca Valeri che cadeva subito dopo la sua vittoria. L’attrice era legata alla mia città da un rapporto di amore e di lotta per la sua salvaguardia che portava avanti da anni. Aveva combattuto personalmente insieme a tutti noi per preservare una delle nostre Ville, quella di un importante imperatore romano, i cui dintorni la Regione Lazio chissà per quale triste gioco politico voleva trasformare nella discarica di Roma. C’erano state letture serali da Le Memorie di Adriano della Yourcenar proprio dentro la Villa, a presidio dell’area archeologica, e lei era stata presente fisicamente alle proteste, nonostante fosse già splendidamente ultranovantenne. Quell’anno, nel 2016, fu organizzata una specie di tributo per i suoi novantasei anni con l’onnipresente Strabioli e lei venne di nuovo in una delle nostre Ville, questa volta in quella più famosa, rinascimentale, a festeggiare. E Albinati arrivò direttamente dalla Sardegna, ci raccontò, perché voleva renderle omaggio. Lesse per noi alcuni brani da La vacanza dei superstiti l’ultimo libro di Franca Valeri pubblicato da Einaudi e lei commentò spesso con la sua ironia e la voce appena tremante, eppure ancora la sua.

Quando mi avvicinai per salutare commossa Franca Valeri, che si trovava vicino allo scrittore, avevo con me un taccuino su cui avevo appuntato alcune frasi che mi avevano colpito tra quelle lette durante la serata (sono quella dei taccuini, ne ho sempre uno con me, non voglio perdermi niente) e Albinati volle aggiungerne una: mi era sembrato un gesto delicato, oltre ad aver trovato la frase bellissima.

Arrivederci superba Signorina Snob, con gratitudine e profondo affetto.

Addio Maestro

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Stamattina mi sono svegliata tardi, è il bello dell’essere in ferie, ancora a letto ho scorso i messaggi su whatsapp e ho trovato quello di mia nipote: stanotte è morto Morricone. Ho avuto un piccolo colpo al cuore. Penso che sia una notizia che ha colpito tutti, un genio italico riconosciuto che ha scritto la colonna sonora della nostra vita. Della mia sicuramente. C’è stato da bambina mentre guardavo i western di Sergio Leone con mio padre e solo al fischio di Alessandroni già ero dentro il film, sul cavallo, a mangiare pollo con le mani e il viso unto, da ragazzina mentre mia zia cantava Se telefonando ed io mi struggevo un po’ per un lui lontano, da ragazza mentre m’innamoravo del cinema tanto da inseguire il sogno di farlo e mi entusiasmavo per Nuovo Cinema Paradiso pensando che segnasse una rinascita per il cinema italiano, e probabilmente lo pensava anche Morricone, da donna che si immalinconiva, anche troppo, riascoltando le musiche di C’era una volta in America, c’è stato quando ho portato mia nipote, la stessa che mi ha scritto stamattina, con le sue amiche a Cinecittà a vedere The Hateful Eight e il film di Tarantino era soprattutto la musica di Morricone, basta vederne i primi dieci minuti per capirlo, con la diligenza che corre sul ghiaccio dietro alla musica.

Teatro N.5Cinecittà

Ho persino comprato il cd della colonna sonora di The Hateful Eight, lo tengo in macchina, i primi tempi, dopo aver visto il film, lo ascoltavo continuamente e poi le suore dell’asilo mi chiesero quale era la musica che mio figlio canticchiava sempre mentre disegnava. Mi mancherà molto l’idea che la colonna sonora della mia vita la scrivesse Ennio Morricone.

Di Liebster Award, Razzie e Oscar

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Sono pessima in questo genere di cose e mi scuso da subito con il gentile Roberto Iovacchini sperando che non si penta di aver pensato a me per questa iniziativa, finito di leggere la mia anarco-risposta al suo invito. Sono stata nominata da lui per il Liebster Award e mi sono sentita molto Sandra Bullock quando fu nominata per il Razzie come peggior attrice e poi lo ritirò con lo stesso entusiasmo con cui ventiquattro ore dopo avrebbe ritirato l’Oscar come migliore attrice. Scusate tutti, ma è la prima e molto probabilmente ultima volta che ricevo una nomination per qualcosa, quindi fatemi fare il mio discorso. Anche nel mondo dei blog essere o non essere apprezzati dipende molto dagli occhi di chi ci legge e quindi ringrazio soprattutto gli occhi garbati di Roberto Iovacchini.

Nelle sue recensioni si sente l’amore per la lettura e per i libri, è uno che prima legge, poi scrive e si vede nei suoi articoli dove si trovano interessanti riflessioni nate dalla sue letture e dove aleggia una certa malinconia all’idea che il libro letto e apprezzato ora sia chiuso.

Ci sono delle regole per il Liebster Award a cui io non mi atterrò: non mi sento di nominare nessuno, ma se fosse possibile nominerei tutti i 100 e oltre blog che seguo, anche e soprattutto quelli che non scrivono da mesi, con un’enorme curiosità verso ognuno di loro e domande inopportune e molto personali (paura, eh?), però rispondo volentieri alle undici difficilissime domande di Roberto Iovacchini.

1. Ho aperto il blog anni fa perché ho sentito il bisogno di avere uno spazio mio, in cui scrivere. La scrittura è una mia necessità e un pensiero costante.

2. Non credo che questo tipo di blog mi possa essere utile nel mio lavoro. Immagino che ci siano professioni per cui avere un blog sia utile, ma il mio blog è utile solo per me.

3. Penso che le critiche siano necessarie, a volte mi infastidiscono, ma sono la prima a ritenere che i miei racconti e la mia scrittura siano assai criticabili. Deploro le offese, però. I social le hanno sdoganate, creando l’idea che criticare corrisponda ad offendere e svilendo la critica stessa.

4. Il momento attuale è perfettamente e orribilmente pandemico.

5. Ma ne usciremo. Peggiori. (Semicitando Houellebecq)

6. Mi piacerebbe cambiare la mentalità maschilista e patriarcale dell’intera società italiana, anche della parte femminile. È tempo di emanciparci veramente tutti.

7. È difficile decidere di salvare solo tre libri, molto. Direi Divina Commedia, i Sonetti di Shakespeare e Pel di Carota.

8. Amo molto il mio lavoro di insegnante, è una parte importante della mia vita, sono fortunata.

9. Le tre persone più influenti nella storia dell’umanità per me sono Gesù, Freud, Emmeline Pankhurst.

10. Vorrei vivere il mio anno sabbatico in una stanza tutta per me e riuscire a scrivere il mio romanzo sulla mia suorina.

11. Vivrei a Ushuaia, magari proprio in quell’anno sabbatico lì.

Sono certa di non essere andata troppo fuori tema (no, non è vero), però mi sono fermata prima dei ringraziamenti ai familiari.

Mi ricordo di te

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La professoressa Luzi era ancora bellissima, anche se doveva ormai aver superato i settanta. Quando Leonardo le si avvicinò dopo la conferenza notò altre cose di lei: i pettinini che le tenevano scostati i capelli scuri striati di grigio dal viso formando due bande identiche, le sottili rughe sulla fronte bianca e ai lati della bocca, il rossetto rosso che risaltava sulla carnagione chiara, la camicia di seta cipria e la gonna nera sotto il ginocchio. La professoressa Luzi conversava gentilmente con gli altri relatori sul palco, mentre la sala dell’hotel in centro in cui si era tenuta la conferenza si svuotava. Leonardo era emozionato e avanzò verso di lei titubante. Era una persona timida, il pensiero di parlare con la professoressa Luzi lo agitava molto, dopo tutti quegli anni probabilmente lei non lo avrebbe riconosciuto. Era stata la sua insegnante di matematica e fisica al liceo. Inoltre già allora era una famosa scrittrice, riverita e considerata da tutti e molti alunni sceglievano quel liceo proprio perché vi insegnava lei. Ricordava che in classe l’ascoltavano tutti rapiti, mentre lei magra e nervosa spiegava i vettori, per la prima volta, alla lavagna. La sua passione per la fisica era nata in quell’aula, con la professoressa Luzi. Leonardo si occupava di fisica dei materiali, la sua specializzazione, soprattutto nel campo dei polimeri e tutti ritenevano che lui fosse un chimico quando diceva che studiava i polimeri -e in fondo per ben due volte il premio Nobel era andato a dei chimici che si occupava di polimeri- ma come diceva ogni anno durante la prima lezione ai suoi studenti di fisica dei polimeri, “la chimica e l’ingegneria sono solo degli approcci ai polimeri, la fisica è l’approccio a tutto, anche ai polimeri.” Leonardo aveva letto affascinato l’ultimo libro della professoressa Luzi, li aveva letti tutti con interesse, ma questo era uno dei suoi preferiti, un giallo ambientato nella Domus Galilaeana di Pisa, un museo ormai abbandonato, pieno di documenti eccezionali per la storia della scienza italiana e mondiale. La conferenza tenuta dalla professoressa e da un gruppo di professori della Normale di Pisa riguardava proprio la ricerca di fondi per restaurare la Domus e recuperare ed esporre tutti i documenti che vi erano conservati, sia quelli che vi erano ancora custoditi sia quelli che erano stati ridistribuiti tra i vari musei italiani e che si sperava tornassero nella Domus. Anni prima, infatti, il museo era stato considerato un ente inutile e non aveva più ricevuto finanziamenti dallo Stato. La professoressa Luzi era stata fantastica, la sua passione per la fisica si sentiva in ogni sua parola e l’incanto aveva preso tutti nella sala. Aveva catturato l’attenzione dei presenti, a differenza degli altri relatori che al suo confronto erano apparsi impacciati e in molti casi noiosi, come aveva fatto in passato con l’attenzione dei suoi studenti. Il loro era l’unico liceo della città ad avere un vero laboratorio di fisica funzionante e lei permetteva loro di lavorare e fare esperimenti anche nel pomeriggio in progetti in cui cercava di coinvolgerli tutti. Chini sui lavandini, sempre a trafficare con palloncini e uova, li guidava negli esperimenti e intanto raccontava aneddoti sugli uomini di scienza.

“L’episodio che preferisco è legato alla donna delle pulizie dell’Istituto di Fisica di via Panisperna dove il gruppo di Fermi fece i primi esperimenti sulla radioattività”, raccontò un giorno controllando il lavoro dei suoi studenti.

“Senza i secchi della Sora Cesarina, la donna delle pulizie, nascosti sotto il tavolo di lavoro di Pontecorvo, questi scienziati non avrebbero capito che la radioattività indotta cambiava in presenza di acqua” continuò con fervore.

“Imparerete, crescendo, l’importanza del caso. Nella vita e persino nella scienza. Dalla mela di Newton agli incontri che accadono e a quelli mancati”. Di quel giorno Leonardo ricordava soprattutto di quando la professoressa passandogli accanto diffondeva il suo profumo, un profumo di un qualche fiore, forse gelsomino, che sempre l’accompagnava e che lui avvertì anche in mezzo al puzzo che si sentiva quando si varcava la soglia del laboratorio.

Mentre le si accostava gli parve di percepire ancora quel profumo, stette a rispettosa distanza mentre la donna, scesa dal palco, scambiava gli ultimi saluti con gli altri nella sala ormai vuota. L’uomo con cui parlava, uno dei professori della Normale, indicò Leonardo con la testa, c’era ancora qualcuno che voleva salutarla, la informò. Chissà se la professoressa si ricordava di lui, chissà se ricordava che uno dei suoi studenti si fosse iscritto alla Facoltà di Fisica, l’unico della sua classe, e che avesse chiesto il suo consiglio prima di iscriversi. Di come lei lo avesse incoraggiato sorridente, forse un po’ distratta, come appariva spesso.

“Buonasera professoressa Luzi, non so se si ricorda di me…”attaccò titubante.

La professoressa lo fissò interdetta per qualche secondo, forse impaurita di fronte a quell’uomo alto, barbuto, con la voce profonda. Poi si illuminò tutta e lo abbracciò convinta.

“Oh, caro! Un mio vecchio studente, vero? Solo voi mi chiamate ancora professoressa, sono più di dieci anni che non insegno più, ma ancora mi ritrovo davanti qualcuno di voi. Aiutami a ricordare il tuo nome, caro!”

“Leonardo De Grossi, sezione D…”

“Oh, sì, sì, caro! Avevi un fratello, più grande, vero? Anche lui era un mio studente, prima di te. Che ora fa l’attore, vero?”

Leonardo le sorrise tutto contento, allora lo rammentava.

“Sì, mio fratello Marco.”

“Tutte le volte che lo vedo in quella fiction su Raidue lo dico ai miei nipotini: quel ragazzaccio era un mio alunno.”

“Professoressa Luzi sono contento di rivederla, non sa quante volte ho pensato a lei, se si ricordasse di me.”

“Oh, caro! Lucio, certo che mi ricordo di te! Un così bravo studente.”

Cresceva dentro di lui sempre di più la soddisfazione, anche se il nome non era proprio quello, la professoressa sapeva chi lui fosse. D’altronde era stato il migliore della sua classe, era uscito con 60/60 e soprattutto aveva studiato fisica seguendo il suo esempio. La professoressa lo fissò per un momento indecisa, poi tutta soddisfatta gli si addossò, mettendogli una mano sul braccio. Leonardo immaginò che volesse avere informazioni sulla sua carriera accademica. Già si vedeva parlarle del suo lavoro, dell’amore, condiviso, per la fisica.

“E quel maledetto del professore di religione, don Agostino. Te lo ricordi? Ti fumava in faccia, in classe, senza vergogna. E tu eri asmatico.” Una pausa, come se gli chiedesse di confermare se ricordasse bene.

“Sì, ero asmatico” sussurrò Leonardo, allontanando il viso come se fosse stato colpito.

“Ed io pensavo poverino Lucio e lo rimproveravo, ma lui continuava come se non gli avessi detto niente. Era un uomo orribile, un buon pastore, ma un uomo orribile. Hai risolto il problema con l’asma, Lucio?”.

(Foto dal film Galileo, Liliana Cavani)

Il nano e il cappuccino a Malmö

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Hollandia, Malmö

Ci ho pensato spesso in questi giorni: vorrei essere a Malmö a prendere il miglior cappuccino d’Europa, più precisamente vorrei essere in tutti i posti che ho visitato e in tutti quelli che ancora non ho visto. Ancora più precisamente vorrei essere ovunque meno che a casa, nonostante in casa non mi manchi niente, neanche una terrazza di fianco a una cascata gorgogliante dove godermi il sole di questi giorni o la Nutella e la patatine o giocare a Nomi, cose, città o la compagnia del più disturbante documentario di questo periodo, Tiger King su Netflix (bellissime le prime tre puntate poi noiosissimo). Ma penso anche alle mostre di cui avevo già i biglietti, ai viaggi prenotati e da prenotare, al film d’essai del giovedì, alla gita di più giorni con i miei alunni di terza media, al pranzo di Pasqua dai miei, ai caffè corroboranti con le amiche, alle serate nell’enoteca sotto casa, all’appuntamento con il ragazzo del banco dei fiori il sabato mattina, alle passeggiate per il centro quando inizia a fare sera e si accendono le luci, a un compleanno importante da festeggiare: tutto congelato, saltato, stracciato. Sono triste, impaurita, preoccupata, mi tengo aggiornata, mi impressionano i numeri dei morti, dei contagiati, le immagini degli ospedali e dei reparti di rianimazione al collasso che arrivano dal nord del paese. Quanto durerà ancora? Come ne usciremo? Allora sognare cappuccini, cinema, mostre, musei, luoghi da visitare, mi sembra proprio necessario: ognuno resiste come può.

Donald Barthelme, Biancaneve, Minimum Fax

Vorrei essere lì, a Malmö, od ovunque, in un posto qualsiasi del mondo che mi piacerebbe visitare, con tutti i miei nani. Sto leggendo Biancaneve di Donald Bartlhelme, un libro del 1967, ripubblicato un paio di anni fa da Minimum Fax con un sacco di pagine di prefazione, ventisei pagine, che ho bellamente tralasciato. Avevo abbandonato la lettura, la lettura in generale, all’inizio di questo maledetto casino, più di un mese fa: non mi andava più di leggere, semplicemente mi sembrava di non capire le parole che leggevo. Nel mio lavoro di professoressa di lettere sono sempre circondata da libri, nelle ultime due settimane ho riletto e spiegato, male, Verga, Dante, Carducci in alcune video lezioni, ma è lavoro, non è una scelta e se non è una scelta non è lettura. Allora, due giorni fa sono tornata a leggere, sul comodino in cima alla pila c’era Biancaneve e ho ricominciato. Il libro è divertente. C’è un nano, Bill, ma forse non è un nano, ancora non ho capito bene, il quale non sopporta più Biancaneve. Ce l’ha in uggia. Mi sono innamorata di questa espressione: in uggia. Immagino che Bill sia Brontolo, ma non ne sono ancora sicura. In questi giorni ho in uggia un po’ tutto e tutti, penso che anche il mondo intero sia in uggia, che l’uggia ci accomuni tutti, io, dal canto mio, ho discusso con i colleghi, sono uscita dal gruppo whatsapp delle cugine e da quello delle mamme della classe di mio figlio minore (che categoria insopportabile, che siamo), mi sono infastidita con mia sorella e ho rifiutato un paio di sue videochiamate (per la cronaca lei ha rifiutate tutte le mie, e non ha iniziato a farlo con il Covid), non ho potuto cacciare di casa i miei figli, i miei nani preferiti -ma al momento no- c’ho provato lo stesso a cacciarli, e alla fine sono uscita io sul balcone insieme alla gatta, quindi in verità io sono la nana, Brontola e Piagnona insieme, e probabilmente Bill e anche tutti gli altri nani della mia vita sono i miei Biancaneve che si rifanno i letti da soli e cantano allegri in giro per casa (è una conclusione che fa un po’ Borges, lo so, ma tanto ho le sinapsi che ballano gipsy in questo periodo, che ci posso fare?). Ora, nel libro, Biancaneve ha iniziato a scrivere poesie erotiche all’improvviso e questo fatto ha destabilizzato tutti i nani. Vediamo come andrà a finire.

Nel mentre sono arrivata a pag. 105, ogni tanto sorrido leggendo, ma non sono sicura di aver capito bene.