Quale libro

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“Perché mi hai regalato questo libro un mese fa?” Marco sembra cadere dalle nuvole. Libro? Quale libro?

“Sono arrivata fino a pagina 190, ho letto facendo attenzione, è pieno di cose che non conoscevo e alla fine di ogni capitolo c’è anche un raccontino. Non sapevo neanche che ci fosse questo tipo di libri. Pensavo che poi tu mi spiegassi il senso del tuo regalo.”

Marco inizia veramente a preoccuparsi. L’ultima volta che le ha regalato un libro è stato un libro di poesie, a lei piacciono solo quelli. Cosa…?

“Sì, quando spiega che ci sono due modi veloci per capire da che parte tira il vento…”

Cristo santo, ma di cosa parla?

“Bagni un dito e lo tieni sollevato, la parte fredda è quella da cui arriva il vento. Oppure l’altro modo.”

“Amore, ascolta. Io, ora, ho un vuoto di memoria. Di che libro di poesie stiamo parlando? Lo sai, non sono molto…”

Veloce gli arriva uno schiaffo su una spalla. Arianna mette il broncio.

“Non prendermi in giro! Pensavo volessi propormi una vacanza in campeggio libero, un viaggio in moto, io, te e la tenda.”

“Arianna, io non ho la moto. Neanche una tenda, veramente.” Non ha mai campeggiato in vita sua, odia la sola idea di dormire per terra e condividere bagni, o turche, qualche amico campeggiatore gli ha parlato di turche, con decine di altre persone. Diventa stitico ogni volta che viaggia, nonostante i bagni eleganti e igienizzati degli hotel.

“Allora perché mi hai regalato questo libro?!”

Marco ha un flashback, la commessa nuova della libreria, biondissima e gentile, lui che le chiede un libro di poesie, fa battute sulla noia della lettura e della poesia, perso nella sua risata di gola, le guarda il seno, il culo mentre si mette sulle punte dei piedi per prendere un libro sulla cucina filippina per due ragazze che sono entrate prima di lui. Le sussurra, ammiccando:”Scegli tu il libro di poesie. È per mia nonna.” Non si sposta quando lei deve passargli accanto per andare a prendere il libro sullo scaffale obbligando il suo corpo a sfiorarlo. Gli sembra ancora di sentire il suo profumo lieve, forse veniva dai capelli legati in una coda.

“Oppure bisogna gettare in aria un po’ di polvere o di erba secca e vedere da che parte va. L’ho fatto. Ho capito da che parte tira il vento. Non è fantastico?” Intanto Arianna continua a parlare di questo maledetto libro.

“E ho fatto un’altra cosa, tesoro.”Gli dice con entusiasmo.“Ho comprato una tenda!”

Nuda come uno sterpo

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La sente parlare e ridere dalla stanza accanto. Aspetta ad alzarsi e ad andare a salutarla, vuole creare un po’ d’attesa. Non sa quant’è cambiata in questi mesi che sono state lontane. Il cuore ha accelerato quando ha suonato alla porta e sua madre è andata ad aprire. Ha sentito che si abbracciavano e ridevano, Anna con un tono di voce alto e allegro, sua madre più pacata, ma ugualmente felice di rivederla. Suo padre non è in casa, non avrebbe permesso ad Anna di varcare la soglia della sua casa onorata. Sua sorella è una spogliarellista. Tutto ha avuto inizio due inverni prima, quando Anna frequentava il proprietario di una palestra, Sandro, e si è fatta convincere a prendere lezioni di danza del ventre.
“Sandro dice che ho i fianchi morbidi, perfetti per la danza del ventre” ha raccontato una sera che suo padre la guardava stupito vestita da odalisca prima di uscire.
È sempre stata portata per gli sport e per il ballo, ha una grazia naturale che le rende lieve ogni movimento. La maestra di ballo è stata subito entusiasta, Anna è alta, ha lunghi capelli castani e le piace ballare.
“Come puoi non sentire questa cosa che è dentro di te? Che ti spinge a dimenarti al ritmo della musica?”
“L’unica cosa che è dentro di me è un’altra me con il mal di testa quando ti vedo con tutto questo tulle addosso…” le rispondeva scontrosa dal letto in cameretta mentre la guardava provare, provare, provare. Lei e Anna sono gemelle, ma non si somigliano molto se non nel colore dei capelli. Non esiste tra loro una dominante, alternano i ruoli e la dolcezza e l’arrendevolezza di Anna sono spesso strumenti di abile manipolazione quanto la sua serietà e la sua testardaggine.
Anna ha cominciato ad accompagnare la sua maestra di ballo per locali, facevano spettacoli per i clienti e guadagnava qualche soldo che a una studentessa universitaria fa sempre comodo, diceva per convincere i suoi genitori a lasciarla uscire tutte le notti. Poi ha conosciuto un’altra ragazza che le ha proposto il burlesque, ha portato a casa, di nascosto, dei costumini neri, mascherine con le piume e ha cominciato a guardare i video di Bettie Page e di Dita von Teese e a provare davanti allo specchio.
“Cosa vuoi fare esattamente?” le chiedeva preoccupata davanti a tutta quella pelle esposta bianchissima.
“Mamma e papà ti uccideranno. Copriti!”
Anna rideva e continuava a truccarsi pesantemente gli occhi.
“Parigi arrivo! Voule vous couche avec moi…”le cantava per prenderla in giro.
“Sei troppo formosa. La sai la storia delle misure delle ragazze del Crazy Horse, no? Non lo vedi che si somigliano tutte?”
“Quanto sei noiosa! I canoni sono creati per essere sovvertiti, mon couer.”
La sera che il padre ha cacciato Anna di casa insieme a tutti i suoi costumi, lei ha vomitato fino al mattino. Un collega di lavoro di suo padre ha portato qualche foto di Anna, su di un palco, mentre balla vestita solo di piume, il seno scoperto con i capezzoli colorati di rosso come ciliegie. Sua madre piangeva senza avere il coraggio di intervenire, suo padre era troppo arrabbiato. Ma Anna non si è scusata, non ha detto niente che potesse rabbonire suo padre o consolare sua madre.
“Io sono così. Mi piace ballare, anche nuda. Io sono così.”
Suo padre ha fatto il gesto di colpirla, ma all’ultimo momento l’ha afferrata per un braccio e trascinata fuori casa.
“Allora vattene, vattene con tutti i tuoi stracci!” Le ha urlato contro chiudendo la porta. Da allora sono passati sei mesi, Anna divide un appartamento con un’altra ragazza, è appena tornata da una tournè in giro per l’Italia, è brava, molto brava e bella, non ha problemi a trovare lavoro come ballerina di burlesque. La raggiunge in sala dove è seduta sul divano accanto a sua madre che è ancora commossa. Si abbracciano, non le permette neanche di alzarsi del tutto dal divano. Si sono sentite sul cellulare, su Skype, Anna le ha mandato video dei suoi spettacoli, ma le è mancata, maledettamente.
“Ve l’ho raccontato di quella volta che da bambina il nonno ci ha portato a vedere uno spettacolo di rivista al Volturno e nonna mi copriva gli occhi e mi ordinava di non guardare? Papà era ubriaco e rideva ed io guardavo tutte queste signorine con i tacchi e i vestiti argentati e per anni ho ballato e cantato imitandole.”
Anna le stringe la mano e si siedono ai lati della madre sul divano ad ascoltarla che racconta del Volturno. È diventato un cinema porno più tardi, continua, e sua nonna non ha mai perdonato suo nonno per avercela portata, con la bambina poi. Parlano per ore di tutte le città che Anna ha visitato. Vorrebbe dirle che quella cosa idiota sui gemelli, che uno sente con intensità anche le cose che succedono all’altro, quella cosa idiota forse è vera perché è come se avesse vissuto a metà per tutti questi sei mesi. Ma non glielo dice, perché Anna continua a stringerle la mano dietro la schiena della madre e non la lascia per tutto il tempo.

La sera in cameretta, quando si spoglia per mettere il pigiama, resta nuda al centro della stanza. Non sa che fare, di ballare non se ne parla, non riuscirebbe mai, neanche da sola. Il senso di ridicolo le cresce dentro. Ci sono farfalle e ci sono sterpi, lei è uno sterpo, il suo corpo è secco e pesante. Va verso il comò, prende un rossetto e si tinge i capezzoli. Ora è uno sterpo con qualche gemma.

 

(Il titolo è un verso di Antonia Pozzi, l’immagine dal film “Moulin Rouge” di John Huston)

Sorriso sghembo

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“L’ho fatto per lei,” mi ha detto questo quindicenne con i baffetti acerbi e le orecchie grandi, una cert’aria da Clark Gable.

Cosa hai scritto per me?” ho chiesto perplessa.

“Ho costruito la mia nuova identità digitale basandomi su Gigi D’Alessio” ha risposto orgoglioso dal suo banco al centro dell’aula.

La classe è scoppiata in un applauso spontaneo, mentre Alessandro P. e Alessandro T. sghignazzavano incontenibili al primo banco. Si trovano al primo banco perché la loro gara a chi fa la battuta più scema occupa due terzi del loro tempo scolastico, almeno io e i miei colleghi siamo pronti a intervenire sul restante terzo.

La storia di Gigi D’Alessio risale a molti anni fa, quando frequentavo un corso di scrittura. L’insegnante era uno scrittore-pianista che non era portato per l’insegnamento, non credo che abbia mai letto uno solo dei nostri testi, ma in compenso ci ha raccontato molto della sua vita, adocchiando la ragazza più carina con i capelli rossi sempre seduta in prima fila ed eleggendola a sua unica interlocutrice, raccontando a lei la sua vita, mentre noi, gli altri che avevano pagato, assistevamo rassegnati a questo corteggiamento incessante. Comunque ci parlò lui di Gigi D’Alessio, non ricordo neanche perché arrivò a citarlo, ci raccontò che aveva scoperto giovanissimo la musica, che era diplomato al Conservatorio, in pianoforte e che non si poteva sicuramente annoverare tra i tanti cantanti italiani di successo che non conoscono la musica e magari la fama se la era meritata. Non mi piace D’Alessio, non so niente di lui, trovo le sue canzoni ripetitive, ma considero insopportabile anche Guccini, ed è molto probabile che di musica io non capisca niente, e infatti non ne parlo mai, perché non so cantare, né suonare, né ballare e posso solo esprimere opinioni basate sul mio personalissimo pessimo gusto. Ogni tanto ho riciclato la storia di Gigi D’Alessio perché ho notato che ancora oggi, gli adolescenti e non solo, si dividono tra chi lo ascolta e lo canta e chi lo trova insopportabile. Anche Matteo lo ascolta e lo canta, ma non a scuola fortunatamente,  insieme a tre o quattro ragazzine della stessa classe e un giorno che era preso in giro da Alessandro T., che, invece, ascolta i Linkin Park e si sente Dio per questo -basta qualsiasi cosa a un adolescente per sentirsi Dio e l’attimo dopo l’essere più miserabile dell’universo- ho tirato fuori Gigi D’Alessio. Ho provato a spiegare ai ragazzi quello che avevo capito da quella storia di tanto tempo prima, che ti può piacere o non piacere un cantante o un genere musicale, ed è una questione di gusto, ma bisogna comunque riconoscere un valore a qualcuno se ce l’ha, in questo caso a Gigi D’Alessio che conosce sicuramente la musica e suona benissimo il pianoforte. E poi ho fatto la professoressa noiosa e azzardando molto ho allargato il concetto alla letteratura, avevamo appena letto L’Aquilone di Pascoli e nessuno aveva apprezzato la poesia, soprattutto per il riferimento alla morte del compagno di scuola, oh morto giovinetto. Pascoli è un grande poeta italiano, anche se non ci piacciono le sue poesie, ho affermato. Mi aspetto sempre che qualche mio alunno o più probabilmente un’alunna, in genere le ragazze sono molto sveglie a quest’età, si alzi dal proprio posto e mi urli additandomi “Lei è un’impostora, come può insegnare?!” Per ora non se n’è accorto nessuno. La conclusione a cui sono giunti i miei alunni, comunque, è stata che io sia una fan di D’Alessio e vada a tutti i suoi concerti e ami le poesie tristi, piene di morti e rumori da fantasmi di Pascoli.

“Su quale social hai fatto finta di essere Gigi D’Alessio?” Il compito prevedeva di crearsi un’altra identità scegliendo un personaggio famoso, anche letterario e storico, cercare notizie sulla sua vita e immaginare di aprire un profilo su un social a suo nome.

“Su Facebook. Avrei fatto qualche post sulla mia giornata e pubblicato qualche foto del mio pianoforte bianco”.

Quindi ha letto il suo testo, quando da bambino andava alle feste per cantare accompagnando suo padre, che era povero e preso in giro, ma a lui non interessava perché aveva la MUSICA. Ha scritto le sue canzoni per tutte le sue mogli e per tutti i suoi figli. Mentre leggeva ho immaginato Gigi D’Alessio vestito di bianco come un moderno Pascià con le sue mogli e i suoi figli, anche loro vestiti di bianco, intorno a questo pianoforte tra divani e cuscini damascati. Mi sono persa qualche passaggio e mi sono accorta che Matteo aveva finito e ora mi guardava in attesa, speranzoso. Non potevo dirgli che preferisco il punk e che mi stava venendo l’orticaria.

“Bene, è un buon testo, coerente e coeso” gli ho detto. È la mia formula magica che si adatta un po’ a tutto a scuola, ma lui aspettava ancora.

“Grazie Matteo, vai a fare la fotocopia che voglio tenerlo”

Ed ecco allora il suo sorriso sghembo, lui l’ha scritto per me.

 

Lupi e agnelli

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Era agosto, lei e la sua famiglia trascorrevano le vacanze in Calabria, in un paesino sullo Ionio. Avevano portato la nuova macchina fotografica di suo padre, una Canon. Tra i tanti hobby di suo padre c’era quello duraturo della fotografia, probabilmente legato al suo lavoro di ottico, costruiva lenti e prismi di precisione, ne avevano disseminati ovunque in casa e alcuni pomeriggi entrando in camera dei suoi genitori o in sala trovava proiettati sui muri improvvisi arcobaleni, senza uscirne più, imbalsamata e incantata fino al richiamo seccato di qualcuno a cui intralciava il passaggio nelle varie stanze. Durante un viaggio da ragazzo in Tunisia suo padre vinse persino un premio per una foto di una donna velata scattata per le strade di Tunisi: era una foto molto bella, la donna era giovane e velata di bianco, guardava in macchina infastidita. Lei e sua sorella erano eccitate per la nuova macchina fotografica, la prendevano di nascosto e stavano sempre a scattare foto. Aveva sedici anni e un amore invernale finito, era triste e trascorreva i giorni sul divano del salotto, davanti alla finestra, invece di andare al mare, ascoltava in maniera compulsiva con il walkman le canzoni di Tracy Chapman su un nastro che aveva consumato “don’t you know, talking about a reeeevolution, like a whisper…”, così le sembrava di cantare, ma era un casino con l’inglese, aveva rischiato la materia quell’anno, ma Giulio Cesare di Sciachespiaaaaar era l’ultimo dei suoi pensieri e chissà che cantava. Sua sorella era bellissima e aveva ragazzi che a tutte le ore sostavano sotto casa, un appartamento che avevano preso in affitto sopra una panetteria, c’era sempre un buon odore di pane caldo e brioche. Aveva un seno enorme che le invidiava, abbronzatissima e un sorriso sempre pronto, un fidanzatino a casa, ma casa era lontana. Sua madre preparava il frullato alla pesca e tritava anche il ghiaccio e lo portavano in spiaggia che raggiungevano dopo aver attraversato un passaggio al livello, così in mezzo al paese, e poi arrivavano al mare. Quell’estate aveva avuto una storia con uno che sua sorella aveva rifiutato, ma che teneva un po’ sulla corda per divertirsi e che cercava la sera perché era amico di un altro ragazzo che le interessava. Lei si sentiva ferita per l’amore invernale finito e offesa dalla bellezza di sua sorella e ora non ricorda perché una si sente come si sente a sedici anni. Una notte, mentre sua sorella era sparita con il suo amico, si era ritrovata a pomiciare sulla spiaggia con questo ragazzino che profumava di olio di cocco e somigliava a Eros Ramazzotti.

Lei, invece, somigliava a Enrico Mentana, corti capelli ricci, occhiali rotondi e nei a caso in faccia. Eros aveva quattordici anni, e se una a sedici anni bacia uno di quattordici sa che sta infrangendo uno dei precetti non detti, ma fondamentali dell’adolescenza femminile, mai con uno più piccolo e sa che non potrà raccontarlo a nessuna amica una volta tornata a casa. Anche lui era veramente disperato per pomiciare con Enrico Mentana. Però baciava bene ed era venuto a trovarla quando erano tornati a casa che l’estate era finita. Al mare poteva avvicinarsi solo con il buio e quando tutti gli altri erano lontani chilometri, soprattutto sua sorella che non doveva sapere niente e che spesso spariva anche lei con il suo amico. A settembre, quindi,  era venuto e le telefonava quasi ogni sera e la faceva chiamare da sua madre, per farle vedere che era serio. Dalla mamma! Dopo la signora glielo passava e lei era imbarazzata e non volevo farcelo rimanere male. Gli diceva: “Siamo troppo lontani, tu hai quattordici anni, abiti ai Castelli, ci siamo solo baciati, ti piaceva mia sorella“, non gli diceva che si vergognava di se stessa, di lui. Poi è riuscito a farsi prestare un motorino da un suo amico ed è venuto due volte, tutti quei chilometri con un motorino e la seconda volta pioveva ed era tutto bagnato e lo voleva asciugare di baci e invece gli ha detto di non venire più. Ha chiamato per un mese ancora e lei ha chiesto a sua nonna, che non fa mai domande, ma sa sempre tutto, di dire che non c’era, che non abitava più in quella casa, a lui e a sua madre. Può capitare, una volta, di essere come un lupo travestito d’agnello che mangia il cuore di un altro in mezzo alle rose. (1) Leggeva molta poesia all’epoca.
L’ultima mattina delle vacanze, sua sorella molto presto, verso le cinque, l’aveva svegliata, aveva fatto shhh col dito premuto sul labbro, uno shhh molto rumoroso e l’aveva costretta ad alzarsi tirandola per il braccio. Erano salite sul terrazzo dopo aver fatto un rumore infernale con il chiavistello della porta. Capiva sua sorella, aveva una Canon nuova al collo quella mattina e si era messa in testa di fotografare l’alba.

C’erano alcune vecchie sedie ammucchiate vicino alla porta, ne avevano spostate due e si erano sedute a guardare a est. Erano silenziose, già iniziava a schiarire, una luce grigia prima che diventi luce.

“Non gli racconterai niente, vero?” le aveva chiesto.

“Che non lo sai? Sono affari tuoi.”

I grandi segreti adolescenziali delle famiglie felici.

“Prometto di non mettere più le tue scarpe.”

Era rimasta zitta, vedeva che il cielo si faceva sempre più chiaro, l’orizzonte era popolato di palazzine con antenne, non si vedeva neppure il mare, ora appare il sole e sembra più bello di quello che è, pensava.

Però non era riuscita a tacere, quella storia delle scarpe era fastidiosa.

“Hai due numeri più di me, non è che non voglio che tu metta le mie scarpe, non ti stanno, è diverso. Mi hai rovinato le espadrillas.”

Non deve essere facile essere una sorella minore procace e tutta più grande, anche i piedi, e questa è sua sorella, poi.

Sua sorella le ha scattato una foto, mentre guardava i palazzi, ce l’ha ancora. Riguarda sempre le vecchie foto, ogni volta sembra che le raccontino cose della sua vita e della vita degli altri che la volta precedente non aveva notato. Ora quando la guarda, sa che quella ragazzina che sta lì, bruttina e quasi innocente, non esiste più. Le sembrava giusto che sua sorella scattasse le foto, aveva organizzato quella mattina e la competizione tra loro che veniva fuori per ogni cosa, che le portava ad odiarsi e a picchiarsi, s’era stemperata tra notte e giorno, almeno in quell’occasione.

Solo che questo sole non si vedeva, c’era la luce ormai, il cielo era a tratti cobalto, ma il sole non era sorto. Aveva sorriso a sua sorella che aveva la macchina fotografica incollata all’occhio per non perdere l’attimo. Si erano Continua a leggere

Il tiramisù 

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Il tiramisù cadde mentre lo posava sul tavolo e il contenitore di vetro andò in mille pezzi insieme a mascarpone, savoiardi imbevuti e scaglie di cioccolato fondente che si sparsero per tutta la cucina. Imbrattarono le mattonelle azzurre del muro accanto al tavolo, le gambe del tavolo e il frigorifero lì vicino, la sua gonna verde e le calze nere, solo le scarpe ne uscirono miracolosamente pulite. Una piccola scheggia di vetro le colpì lo zigomo. Si portò immediatamente la mano al volto, fissò i polpastrelli sporchi di sangue e mascarpone. Rimase ferma, inebetita. Tutto quel lavoro! Lo aveva preparato con attenzione, prima le due macchinette di caffè e poi aveva aggiunto un po’ di rum, quello per lei, aveva grattato il cioccolato. Lo aveva fatto insieme ai bambini, le chiedevano spesso di cucinare, alcune sere se l’era cavata con la frittata “sbatti le uova, tesoro”, ma voleva preparare insieme a loro un dolce che non fosse troppo difficile e che non avesse neanche bisogno di cuocere. Come era accaduto? Lo aveva tolto dal frigorifero per controllare se fosse pronto, se la crema di mascarpone si fosse addensata, per spruzzarci sopra il cacao, come le aveva insegnato Rita. Rita era la sua migliore amica, una fisioterapista sovrappeso, con due braccia portentose, bionda e sempre molto truccata che aveva conosciuto alle Poste, mentre erano in fila, due anni prima. Era divorziata e aveva un figlio di venti anni che tornava a casa qualche notte a settimana e le svaligiava il frigo, ma saranno anni che non mi parla neanche, le aveva raccontato, facendo finta che non le importasse. Le dava consigli preziosi e  soprattutto le regalava dolci che preparava con cura, bellissimi a vedersi e che i suoi figli divoravano grati.

“Quando ti senti di stare per esplodere, devi fermarti, devi importi di respirare piano, rallenta te stessa e tutto quello che ti circonda e poi inizia a pensare a qualsiasi cosa che in genere ti rilassa. Che ne so, un ricordo particolare, la scena di un film…”

Inspirò col naso, strinse forte le dita a pugno, fermò il tempo. Ricorda. È a Venezia su un traghetto verso il Lido, il leggero rollio sotto i piedi, il mare che odora di mare, la lingua lecca il sale che sa anche di ferro dalle labbra. Antonio la chiama è alla balaustra, vuole che lo raggiunga. Lui è più grande di tutti loro, loro sono solo dei ragazzini appassionati di cinema, vanno al Lido a farsi la loro dose giornaliera di film, dieci, dodici al giorno, non ricorda più a quale giorno del festival sono e quanti film hanno visto. Antonio, invece, ha già scritto e diretto un cortometraggio che ha partecipato ad altri festival, si è aggregato al gruppo perché dorme in stanza con Monia, che ha conosciuto la prima sera, appena arrivati. Loro hanno preso in affitto un appartamento insieme, lui non ha dove dormire e si è fatto ospitare. Monia si è innamorata subito, il fascino del genio, ne parla come se fosse il nuovo Godard. Antonio la chiama perché lei ha una macchina fotografica, le dice di sbrigarsi, vuole che fotografi una cosa. Gli si avvicina incuriosita. C’è un piccione che sta morendo ai suoi piedi.

“Sbrigati, scatta le foto. Riprendi l’attimo che muore”.

Lei si rifiuta, il piccione le fa pena, sente un leggero malessere alla vista di questo animaletto immobile e rannicchiato sulle zampe.

“È arte, fai questa foto”, le intima, avvicinandosi per prenderle la piccola macchina fotografica che lei stringe tra le mani. Ma lei continua a fissare il piccione, prova una sorta di affinità elettiva con questo animale, sente di essere quel piccione e SA di non voler essere fotografato mentre muore. Lo dice ad Antonio che scoppia a ridere e la lascia stare, se ne torna a sedere vicino a Monia. Lei rimane lì, invece, vicino al piccione che ogni tanto ha uno spasmo, non riesce a staccare lo sguardo e ad allontanarsi. Il tempo si è fermato e dilatato mentre lei è quel piccione. Il Lido non arriva mai.

Anche nella cucina sospese il tempo, e il tavolo, le sedie, il tiramisù frammisto al vetro iniziarono a galleggiare nell’aria, fluttuando lentamente e si sentì leggera. Magari prima o poi leviterà, riuscirà a riavvolgere il nastro, rimedierà a un torto, si risparmierà o risparmierà a qualcun altro un dolore, userà le parole giuste, occuperà sul pullman della gita di tre giorni dell’ultimo anno il posto accanto a Sara, che lo aveva lasciato libero per lei, invece di ignorarla, parlerà con Fabio senza temerlo e renderà interminabili le confidenze-caffé con Laura. Se può farlo con gli oggetti, se può sospendere il tempo, forse può tornare indietro o, chissà, persino andare avanti. Ma per il piccione probabilmente non potrà fare niente. Ondeggiò insieme a tutto il resto nell’acquario, nella sua cucina-acquario. Quello che le era sempre mancato era lo spirito d’iniziativa, spesso si lasciava vincere dalla pigrizia, ma stavolta si era impegnata, aveva cucinato e adesso provava rabbia, ma anche rassegnazione, perché le cose alla fine vanno come devono andare, mentre il suo tiramisù sembrò sollevarsi da terra allegro e le danzò intorno lieve prendendola in giro.

Ora doveva solo far ripartire il proprio battito e il tempo e ripulire tutto.

(La foto dal film “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” di Roy Andersson)

La terrazza

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La signora Dina li guardò salire le scale, portavano con loro una scopetta rosa, rubata nel giardino sul retro. Paolo, il più piccolo dei tre, aveva il viso dipinto con il pennarello rosso, dei segni orizzontali sulla fronte e sulle guance. Giocavano agli indiani, realizzò sorridendo, seduta al tavolo della cucina. Era settembre, ma faceva ancora un gran caldo come fosse luglio e la porta di casa che dava sulle scale era aperta tutto il giorno, nella speranza che entrasse corrente fresca e magari qualche indiscrezione sulla vita degli inquilini degli altri appartamenti. Per esempio, Luigi, quello del primo piano, che saliva sempre in punta di piedi.

La signora Dina non era la portinaia, il palazzo non era quel genere di palazzo borghese dove c’è bisogno della portinaia, era una palazzina a tre piani di periferia, nove appartamenti in tutto, e lei, poi, non aveva neanche il phyisique du rôle, non era grassa e con le ciabatte, né guardava continuamente la tv, le soap opera o le telenovelas, l’ultima che aveva visto era stata Ciranda de pedra anni prima e poi si era detta “mai più”. La signora Dina era alta e magra, quasi spigolosa, disegnava le sopracciglia con la matita marrone nel viso lungo e con gli zigomi alti, e portava vestiti attillati e scarpe costose ai piedi. Eppure se le avessero chiesto cosa facesse con la porta al piano terra sempre aperta a controllare entrate e uscite, avrebbe tranquillamente risposto con la sua voce roca da venti, né una di più, né una di meno, sigarette al giorno, che una portinaia gratis, “e chi poteva entrare dal portone al giorno d’oggi non si poteva mai sapere”, faceva comodo a tutti nel palazzo. Per fortuna che era in pensione e ci vedeva ancora bene, aggiungeva, e peccato che nel palazzo non sarebbe mai arrivato alcun giapponese, sospirava mentalmente. All’ingresso teneva una gabbietta con due porcellini d’India, animali intelligentissimi che si agitavano tanto solo quando passava sul pianerottolo del piano terra e iniziava a salire sempre frettolosamente le scale la signorina Valeria, secondo piano, lunghi capelli neri con frangia, rossetto rosso, vestitini svolazzanti anni cinquanta e scarpe con laccetto alla caviglia. Bastava sporgersi dalla sedia al tavolo della piccola cucina, mentre leggeva, per avere una buona visuale della porta d’ingresso, senza dare nell’occhio e senza muoversi per vedere l’andirivieni degli abitanti e dei visitatori. I bambini utilizzavano le scale per i loro giochi durante il pomeriggio, soprattutto d’estate, e la signora Dina doveva riprenderli perché iniziavano troppo presto e il vecchio dell’appartamento a fianco, un vedovo acido e brontolone, sempre con il giornale ripiegato sotto il braccio, si attaccava ai campanelli e rimproverava padri e madri.

-Prima delle 16 non si può!

Ve lo dice la signora Dina, quel rompiballe c’aveva passato la vita a “nonsipuò”.

E pensare che v’era stato un tempo, quando usciva di casa al mattino per andare in ufficio e chiudeva la porta e lui la seguiva subito dopo come se l’aspettasse, che lei voltava la testa e gli augurava rocamente “buongiorno” e lui arrossiva e sembrava che avessero fatto sesso invece di incrociarsi solo casualmente.

Sentì i bambini ancora qualche minuto, bisbiglianti, poi abbassò il capo sul libro di poesie. Legge poesie la signora Dina? Non sembra il tipo.

I bambini continuavano a salire, Alessandro, il fratello maggiore di Paolo, aveva visto scendere Luigi, quello del primo piano, uno che viveva solo, ma ogni tanto faceva le scale velocemente e in punta di piedi con un altro signore, i capelli lunghi fino alle spalle con la riga in mezzo che indossava un gilet marrone e una sciarpa viola e forse c’aveva sugli occhi quel colore che metteva anche sua madre la mattina in bagno mentre papà smadonnava, “che ti trucchi a fa’, per stare dentro un negozio dove non entra nessuno, sbrigati che ho bisogno del bagno!”. E Luigi non era sceso da casa, era sceso dalla terrazza e se c’aveva ragione suo padre che smadonnava pure con Luigi “è lui che lascia sempre la porta della terrazza aperta, se lo becco una volta o l’altra gli meno a quel finocchio” mentre sua madre indicava lui e suo fratello Paolo con la testa:

-Stai zitto, non ti far sentire dai bambini. Sarà andato a controllare i cassoni dell’acqua.

Alessandro continuava a salire, gli sembrava, guardando in su, di vedere la luce forte che entrava dalla porta grigia lasciata aperta. Dietro di lui c’erano Paolo e Fabio che lo seguivano. Si erano stancati presto di cavalcare biciclette e scope in giardino sotto il sole e avevano cercato riparo nell’ombra del portone.

Quando erano entrati nel portone Alessandro aveva gettato l’occhio sulle cavie peruviane della signora Dina, una non si vedeva, forse era nascosta nella ruota, ma l’altra sembrò ricambiare il suo sguardo. Avrebbe voluto tanto anche lui una cavia peruviana, ma sua madre diceva di non volere altri animali in casa. Non avevano nessun animale in casa. Dall’alto, dalla porta lasciata aperta da Luigi, arrivava una luce potente, bianca.

Salirono ancora fino alla porta aperta.

-Mamma non vuole.

Alessandro ignorò Paolo, aveva cinque anni e l’unico modo per sopportarlo era ignorarlo o riempirlo di schiaffi quando sua madre non c’era. Fabio aveva nove anni, era un suo compagno di scuola e abitava al terzo piano, era figlio unico, sua madre e suo padre stavano divorziando, meno male che prima si sentivano sempre urlare, la madre tirava le cose al padre e il padre se ne andava sbattendo la porta. Era un tipo di poche parole, timido, faceva di tutto per compiacere Alessandro, anche sopportare Paolo.

Lo seguirono in terrazza, spalancando del tutto la porta. Passarono attraverso le lenzuola viola stese ad asciugare, Alessandro pensò che era per quello che Luigi saliva così spesso, per stendere. Sua madre stendeva in casa o sul balcone di dietro, ma qualcuno del palazzo preferiva stendere in terrazza. Si sentiva un odore buono, di borotalco o di fiori, passando sotto e in mezzo alle lenzuola stese di Luigi. Iniziarono a rincorrersi e a cercare di prendersi.

Poi Paolo lanciò un urlo, come un vero indiano della tv e saltò sul muretto che delimitava la terrazza con tutta la scopetta rosa. Si voltò, si mise a carponi e guardò in basso. Il cortile con le mattonelle rosse sembrava lontano, vide la signorina Valeria uscire dal portone e la chiamò.

-Ehi, ehi! Ciao.

Agitava la scopetta che sbatteva ogni volta sulla soglia fino a quando diede un colpo troppo forte e precipitò di sotto, un gigantesco insetto stecco con una ridicola coda rosa. Paolo vide la signorina Valeria guardare in su e portare una mano alla bocca, seguendo a occhi sbarrati la caduta della scopetta.

Doveva aver cacciato un urlo, anche se lui non lo aveva sentito, perché vide lanciarsi fuori dal portone la signora Dina.

Alessandro lo abbracciò alla vita e si affacciò dal muretto anche lui, sporgendo la testa. Fabio era al suo fianco.

-Ciao signora Dina! Ciao!

Paolo continuava a salutare. Intanto s’erano aggiunti altri inquilini del palazzo, tutti a testa in su. Anche Alessandro e Fabio presero a salutare con la mano.

Paolo si sedette sul muretto con le gambe penzoloni nel vuoto, Alessandro lo teneva ancora per la vita e lui si sentiva un re sul trono. Guardò verso il grande prato pieno di papaveri e gru proprio lì davanti, da quando erano iniziati i lavori per la costruzione di tre nuovi palazzi lo avevano recintato e non era più possibile andarci a giocare a pallone, come facevano prima, tutti i pomeriggi. Il signor Ottorino del terzo piano ci portava comunque il cane, un cocker di cento anni di nome Liala che si trascinava a fatica e che somigliava al padrone, a fare cacca per rappresaglia, una specie di vendetta per il casino che facevano a tutte le ore del giorno.

A lui piaceva il rumore del cantiere, pure quando gli operai iniziavano a urlare tra di loro, e dopo pranzo, mentre la mamma rassettava la cucina, si metteva con il suo Nintendo fuori sul balcone, seduto a terra con la schiena verso il muro, ma si stancava subito, il suo Nintendo era vecchio, glielo aveva passato suo fratello e ora Alessandro ne aveva uno nuovo, avrebbe voluto quello e allora si metteva ad osservare attraverso la ringhiera il balletto delle gru, il materiale che saliva e scendeva, gli operai che si agitavano lì intorno e tutte quelle parole che sembravano proprio quelle parole, quando non c’era la mamma che era al lavoro, si esercitava molto con suo fratello e Fabio, sempre sottovoce.

Doveva tornare all’asilo la prossima settimana, ma non era contento. Stava bene a casa l’estate, a volte la mamma lo portava con sé al negozio di alimentari, nella stessa via del loro palazzo, a cento metri da casa, dove aiutava Mario il proprietario, ma si annoiava e Mario lo spaventava, aveva un occhio azzurro e un occhio di vetro e faceva continuamente battute e poi rideva da solo, “mette a disagio la gente”, così almeno diceva suo padre a tavola la sera, ma sua madre lo difendeva sempre, diceva che era un uomo buono e che la gente non gli perdonava l’occhio di vetro, ecco perché era a disagio. Ma il più delle volte restava a casa con Alessandro a guardare la tv al mattino, mentre spesso il pomeriggio erano affidati alla mamma di Fabio che non lavorava e che non badava mai troppo a loro, li faceva scendere presto in cortile e lei rimaneva in casa a scambiare messaggi con le amiche e a leggere certi giornali con i personaggi famosi che si baciavano in copertina.

Vide Luigi correre in strada verso il cortile, inseguiva una figura magra e vestita di bianco. Nell’attimo stesso in cui entrava dal cancello nel giardino, riconobbe la mamma. Piangeva e si teneva il fianco. Alessandro lo tirò indietro e lo fece scendere.

Come i piedi di Paolo toccarono il lastricato grigio della terrazza, dalla porta si catapultò il vedovo del piano terra, prese in braccio Paolo che cominciò a piangere. Il vedovo si voltò e disse bruscamente agli altri due che erano immobili e silenziosi, spaventati anche loro:

-Forza, muovetevi. Scendete.

La discesa fu lunga e silenziosa.

Si erano tutti radunati nell’ingresso e nella cucina della signora Dina, intorno alla sedia dove sedeva scomposta, il viso bianco come il camice, la mamma di Paolo e Alessandro. La signora Dina le aveva offerto un bicchiere d’acqua e le accarezzava la mano.

-Non è successo niente, cara, sono bambini. Era un gioco.

Paolo continuava a piangere in braccio al vedovo. La signorina Valeria e Luigi provavano a consolarlo. Arrivò la madre di Fabio, scendeva le scale come una furia. Strattonò Fabio per un braccio e lo portò via sibilando rabbiosa che a casa avrebbero fatto i conti. Alessandro si sentiva al centro di un palcoscenico, ma invisibile. Tutti erano intenti a consolare qualcuno o a parlare tra di loro. Poi sua madre lo guardò. Sapeva che non doveva andare in terrazza e c’era andato lo stesso, se quello stupido di suo fratello non avesse iniziato a salutare e a urlare non se ne sarebbe accorto nessuno, tutta quella confusione per una cosa così stupida. Ma intanto sua madre scuoteva la testa.

-Lo so che sei stato tu, lo so. È stato lo spavento più grande della mia vita. Perché mi fai queste cose?

Alessandro spostò lo sguardo verso la fruttiera che era al centro del tavolo, c’era una sola mela rossa e un grappolo d’uva. Sua madre intanto si era alzata, ringraziò la signora Dina e si avvicinò a Paolo, lo prese in braccio e lui smise di piangere. Era tutto congestionato e sudato.

-Andiamo a lavarci il viso, poi vieni con la mamma al negozio, eh?

Passò oltre Alessandro e salì le scale verso casa. Alessandro non sapeva cosa fare, continuava a tenere lo sguardo sulla fruttiera. Forse avrebbe dovuto piangere come Paolo. Gli altri inquilini uscirono con sua madre e si dispersero nel palazzo. La signora Dina prese la mela rossa, la sciacquò e l’asciugò con uno strofinaccio da cucina. Poi gli si avvicinò e gli offrì la mela, senza dire una parola e quando Alessandro la prese gli strinse la spalla sospirando. La cavia peruviana fissava Alessandro. 

(Foto dal film “Ladri di bicicletta” di Vittorio De Sica)