L’uomo della frizzina

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l’infanzia che m’ha dato

questo caro sgomento mio d’esistere…

(Giovanni Giudici)

La cerimonia familiare della frizzina avveniva due volte l’anno, quando con la sua Bianchina, la busta di cartone con dentro le ciliegie all’inizio dell’estate e il cocomero alla fine, arrivava nella casa al mare zio Bernardo, il fratello del nonno. Indossava sempre un cappello di feltro grigio, nonostante la canicola, la canottiera, il fazzoletto blu al collo e Cronaca Vera sotto il braccio. Non si sapeva che lavoro facesse, dove vivesse, si fermava il tempo di un pranzo e di un caffè e dava ordini a sua nonna. Le diceva, dopo essersi seduto al grande tavolo sistemato sotto la pergola di uva fragola, “portami il vino” e “portami l’acqua che ho con me la bustina della frizzina”. Sua nonna continuava a servire chi voleva lei o a stare seduta e neanche lo guardava. Allora suo nonno si alzava e prendeva il vino o la bottiglia d’acqua mentre zio Bernardo gli urlava dietro “quella col tappo giusto!”. Tutti, a tavola, rimanevano in attesa, mentre tirava fuori dal portafogli la bustina bianca e blu, l’apriva con gesti lenti e calcolati e versava il contenuto nella bottiglia con il tappo ermetico di gomma arancione tenendola per il collo senza disperdere neanche un granello della preziosa polverina. Poi ne versava mezzo bicchiere a tutti, anche a sua nonna che continuava a ignorarlo e che quel giorno a pranzo non beveva. Anche a lei non è che le piacesse tanto. La frizzina, non le piaceva. Aveva un sapore di sale e le pizzicava in gola, ma zio Bernardo le guardava una a una, guardava anche suo fratello che però era sempre il primo a bere tutto il contenuto del suo bicchiere, aspettando che bevessero e aveva uno sguardo severo e lei mandava giù. Anche le altre. Dopo il pranzo lo zio si spostava subito in spiaggia, mentre suo nonno preferiva riposare sotto l’ombra dell’albero in giardino. Zio Bernardo andava in spiaggia da solo, con una piccola sdraio gialla che prendeva dal bagagliaio della Bianchina e quando lei, con suo fratello e qualche cugina più grande, andava in spiaggia nel pomeriggio, dopo le 16, lo trovava sul bagnasciuga, seduto con i piedi a mollo, caviglie e polpacci pieni di crema bianchissima a leggere il giornale. L’anno che erano riusciti ad arrivare al giornale con la donna nuda con le grandi tette in copertina era successo di tutto nella casa al mare. Suo nonno era morto l’inverno precedente, lo zio Bernardo non era venuto neanche al funerale, ma poi in estate era arrivato come sempre, con la sua Bianchina, aveva portato la pizza con la mortadella, niente ciliegie stavolta, aveva guardato sua nonna a lungo, fermo fuori dal cancello, senza parlare e poi quel vecchio con il cappello e il fazzoletto blu era scoppiato a piangere, con le mani sul viso e le spalle che vibravano un poco, davanti a tutti. Sua zia lo aveva invitato a entrare e lui, dopo aver preso dalla macchina la pizza per tutti, si era accomodato come sempre al tavolo del giardino, mentre sua nonna spariva in casa a preparare il caffè, aveva detto. Non era più uscita. Neanche il caffè. Avevano pranzato come sempre, ma senza la nonna a tavola, poi lo zio era sceso in spiaggia con la sua piccola sdraio gialla e dopo un’ora erano andati tutti in spiaggia, anche per curiosità, sapevano che probabilmente sarebbe stata l’ultima volta che lo avrebbero visto, lui, Cronaca Vera, il cocomero, le ciliegie, la sdraio gialla. E la frizzina. Si era alzato e si era allontanato per fare una passeggiata in riva al mare. Avevano aspettato che fosse un puntino in lontananza e curiosi, lei e Stefano, s’erano avvicinati al giornale, Stefano lo aveva preso veloce, prima che un rigurgito di coscienza potesse fermarlo ed erano arrivate anche Valeria e Licia. Avevano aperto il giornale e dentro c’era un altro giornaletto. Avevano visto Biancaneve o almeno così c’era scritto. E i nani. C’erano anche i nani. Avevano subito chiuso e messo giù il giornale come se scottasse. Si erano guardati attorno, sperando che nessuno li avesse visti e si erano buttati in acqua, sotto gli occhi sconcertati della zia. Poi in acqua avevano cominciato a ridere, riemergevano dai tuffi e non riuscivano a guardarsi in faccia senza ridere con suo fratello che cantava Specchio, specchio delle mie brame dimmi un po’ lui a chi vuole più bene non mi dire che è ancora lei! Ma non ne avevano fatto parola con nessuno, non ne avevano più parlato neppure tra di loro, forse se ne vergognavano o forse quell’uomo solo che leggeva fumetti su principesse sconce e che sua nonna non tollerava faceva pena a tutti loro.

(Foto dal film “Domenica d’agosto” di Luciano Emmer)

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Corso di latino (spoiler: parlo del mio lavoro)

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(Allora mercoledì latino)

Quest’anno ad aprile nella mia scuola mi hanno comunicato, nonostante io avessi detto espressamente che preferivo non farlo, che avrei dovuto tenere un corso pomeridiano di latino della durata di dodici ore per i ragazzi della terza media che ne facevano richiesta. Non volevo farlo perché a scuola non mi piace improvvisare, ho sempre dubbi in generale e sul mio lavoro in particolare, non è facile coinvolgere gli alunni, insegnare è difficile, checché ne dicano, ed io cerco di prepararmi con cura e in questo caso non avrei avuto il tempo per farlo. Non insegnavo latino dalle ripetizioni pomeridiane che ho dato dopo la laurea a studenti liceali, tutti parenti o amici di parenti che non mi pagavano… Diciamo che anche questa volta avrei dovuto lavorare quasi gratis, considerato quanto tempo avrei impiegato per la preparazione delle lezioni. L’anno passato insieme ad alcuni colleghi nell’altra scuola dove insegnavo ho tenuto diverse conferenze/letture, l’ultima su Petrarca e il petrarchismo e la sua influenza sulla poesia europea fino a Shakespeare. Sono argomenti per me bellissimi, ma il pubblico era costituito da quattro classi di terza media e non è stato facile coinvolgerlo. Per la conferenza sul Petrarca e il petrarchismo ho cercato in rete del materiale e ho chiesto di proiettare, prima di iniziare, il video di David Gilmour con il Sonetto 18 di Shakespeare che riprendeva e rivisitava alcuni temi petrarcheschi e per fortuna i Pink Floyd li conoscono tutti (sicuramente più di Petrarca) e la conferenza alla fine è andata bene, la selezione delle poesie letta dai colleghi era notevole (cioè, io ho dovuto parlare del petrarchismo e loro hanno letto le poesie!) ma avevo deciso che quest’anno non avrei partecipato a progetti extracurriculari perché troppo impegnativi.

(Cenerina ascolta perplessa la mia lectio petrarchesca)

La “semplice” didattica già mi prende molto tempo, insieme alla preparazione, alla correzione e alla ricerca di materiali da fornire agli alunni, alla partecipazione alle varie riunioni dipartimentali e impegni collegiali pomeridiani e per non parlare dei corsi di aggiornamento a cui la scuola mi chiede di partecipare. Anche se non c’è obbligo a fine anno sono tenuta a dichiarare a quali e a quanti corsi io abbia partecipato. Inoltre ogni anno come professoressa di italiano sono chiamata a ricoprire l’incarico di coordinatrice di una delle mie classi, il che implica tutti i contatti con i genitori (come la preparazione e la consegna dei pagellini per le insufficienze nei due quadrimestri, e le varie chiamate e convocazioni per problemi didattici e disciplinari), la partecipazione a tutte le riunioni per l’inclusione degli alunni DA e DSA anche presso strutture esterne, ad esempio le Asl, la compilazione e l’aggiornamento continuo di tutta la documentazione sugli alunni BES (quelli non certificati, ma con bisogni particolari) e DSA (certificati, ma con codici che non prevedono il sostegno) e le relazioni iniziali, in itinere e finali della programmazione di classe (senza tralasciare quelle delle mie materie). In aggiunta ho accompagnato gli alunni delle mie due classi in tutte le uscite, dal cinema alle visite guidate di un giorno o di più giorni, perché ho molti colleghi che preferiscono non prendersi questa responsabilità e quando io non sono andata i miei alunni non sono andati. Naturalmente anche questa attività è gratis, mi vengono retribuite come normali giornate lavorative pure le visite di più giorni con notti incluse, perché in fondo mi pagano già viaggio, vitto e alloggio per badare e sorvegliare ventiquattro ore al giorno una ventina di capricciosi pargoli italici famosi in tutto il mondo per la loro educazione. Nell’ultima gita di più giorni io e i miei alunni abbiamo animato la vita di un tranquillo paesino del mantovano, a tal punto che nella notte sono arrivati i carabinieri. Quindi quest’anno non volevo fare il corso di latino e ho ribadito che avrei preferito non partecipare a progetti extracurriculari (quel condizionale probabilmente m’ha fregato), anche se nella scuola ci sono alcuni progetti sicuramente pagati bene, perché non avrei avuto il tempo per fare come voglio né il lavoro in classe né quello fuori dalle mie classi (forse rinunciando al pranzo, alla cena e vedendo i miei figli una volta a settimana…). Ci sono colleghi in gamba che riescono a fare ottimamente le due cose e senza essere così polemici, ma io no. A fine aprile, comunque, ho iniziato il mio corso di latino con quattordici ragazzi di due terze che ne hanno fatto richiesta. Dovete cancellare tutto quello che ho scritto finora e iniziare da qui. Perché io mi sono divertita a fare il corso di latino e i ragazzi e le ragazze che partecipavano mi hanno conquistato. E voglio che sia chiaro che io ho proprio sbagliato su questo corso. Voglio lavorare gratis ogni pomeriggio a condizione che i miei alunni siano sempre come questi: bravi, interessati, curiosi e ironici. Il mio preferito è stato Infortunato, un ragazzo che ha partecipato a questo corso dopo le sei ore dell’attività didattica mattutina nonostante avesse avuto un incidente e avesse un ginocchio fasciato. Durante l’ultima lezione saltellando è venuto persino alla lavagna a declinare un nome della quarta declinazione (sì, vabbè la più facile, ma sempre latino è) borbottando per il mio sadismo. Naturalmente mi sono sentita in colpa a non fare questo corso propedeutico al latino a tutti, con la mia idea che la scuola è per tutti, che tutti possono imparare e che bisogna dare le stesse opportunità a tutti, insomma le solite cose che mi dico sempre e a cui credo profondamente. Ma questi sono alunni di terza media, hanno tra i tredici e quattordici anni, sono in grado di fare scelte, in questo caso se fare o non fare un corso di latino, tanto che tre di loro non sono arrivati fino alla fine del corso, e soprattutto se potrà servire loro qualora prenderanno un liceo, come mi hanno detto che faranno. Ho ricevuto una lezione bella da questi ragazzi. A volte la scuola trascura le eccellenze, io sono spesso impegnata a recuperare, giustamente, chi non ce la fa, chi non si impegna, chi ha difficoltà. Al massimo rinforzo qualche conoscenza, ma difficilmente approfondisco un qualsiasi argomento. Questi ragazzi mi hanno ricordato, ora che la stanchezza per l’anno scolastico agli sgoccioli inizia a farsi sentire e le aule diventano dei forni, che insegnare non è solo una lotta continua, come certi giorni mi sembra, ma è soprattutto un piacere.

La posta di donna Luisa

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Cara donna Luisa, da oltre un decennio sono abbonata alla vostra rivista. Sono un’infermiera, lavoro nello stesso ospedale da circa venti anni, sono sposata con tre figli. Non ho mai scritto a nessuna rivista, anche se da adolescente ho inviato una lettera al giornale cittadino per rispondere a un articolo infamante sulla mia scuola, un istituto magistrale, dopo che una mattina un mio compagno era stato portato via da due agenti in borghese, la scuola perquisita e trovata una certa quantità di cocaina negli sciacquoni dei bagni. Il titolo diceva La scuola maestra della droga e sembrava dall’articolo che ognuno dei suoi cinquecento alunni fosse un drogato e vizioso della peggior specie. La mia lettera di protesta, in cui mi firmavo, sotto il nome e cognome, “alunna cocainomane e viziosa”, fu pubblicata in prima pagina e mio padre, all’insaputa di mia madre che aveva avuto un collasso quando un’amica le aveva mostrato il giornale, ha conservato per anni l’articolo. Ne ebbi una certa notorietà, alcune ragazze che mi snobbavano mi salutavano al mattino e mi fermavano per parlare e un ragazzo della mia classe mi invitò ad uscire e mi offrì un gelato. Mi disse che ero bellissima e pensai che i quindici minuti di notorietà che mi spettavano nella vita erano fantastici. Non vorrei che lei, donna Luisa, pensasse che il mio sia un suggerimento per pubblicare la mia lettera, sono troppo timida e debole di cuore per desiderare un’altra dose di quei quindici minuti. Spero solo che lei possa aiutarmi con la sua sagacia e la sua esperienza a dipanare i fili di questa vicenda ed è proprio riguardo alla mia debolezza di cuore che le scrivo. Un anno fa mi sono innamorata. Non sono nel fiore della giovinezza da un pezzo e l’amore me l’ero dimenticato, ma è successo. Ad essere sincera fino in fondo con lei, donna Luisa, neanche ci credevo troppo all’amore. All’improvviso sono arrivati i biglietti, nella tasca del camice. “Mi piaci con i capelli raccolti” era il primo. Ne ho trovato uno ogni giorno, con gentili complimenti all’inizio. Poi qualche commento di natura più esplicitamente sessuale, sui miei seni, sulla curva della bocca, sul mio profumo. Neanche me lo ricordavo più di avere un seno, una bocca e un mio proprio profumo. Condivido con un’altra infermiera e tre dottori, due uomini e una donna, una stanza spogliatoio, dove teniamo anche una brandina per i turni di notte. Trovavo i biglietti nel camice che lasciavo appeso nel mio armadietto o nella tasca del cappotto nella stanza spogliatoio. Ho sospettato che fosse il dottore Carlo, appena arrivato da un altro ospedale, un bel ragazzo alto e moro, con mani eleganti. Aspettavo con curiosità all’inizio poi sempre con maggiore interesse i biglietti. Una sera ho finito il mio turno e tornando a casa a piedi, abito vicino all’ospedale, ho avvertito la sua presenza e ho capito che mi seguiva a distanza fino a casa. Più tardi me l’ha confermato. Sentivo i suoi passi risuonare dietro di me ed era rassicurante pensare che qualcuno si preoccupasse che arrivassi sana e salva a casa. Poi un giorno mi sono confidata con la mia collega Paola, al bar dell’ospedale, nel cortile interno, al tavolino di ferro battuto all’ombra della pergola di glicine appena fiorito, il mio angolo preferito dell’ospedale. E lì, con mia grande sorpresa Paola mi ha rivelato di essere lei l’autrice dei biglietti. Paola! Mi ha confessato di amarmi da anni. Tutta rossa si è alzata e se n’è andata. I biglietti hanno smesso di arrivare e Paola mi evitava. Ho iniziato a guardarla. È piccola e bionda, lavoriamo insieme da sempre. Ho notato come mi sfiorava sempre passandomi vicino, anche se ha iniziato a sfuggire il mio sguardo. Sognavo che mi toccasse, che io la toccassi, di baciarla, curiosa di sapere come sarebbe stato, in preda a improvvise vampate di calore e subito dopo a brividi di freddo. Rimpiangevo le nostre pause caffè, ci dicevamo tutto. Paola non è sposata, ma ha avuto diverse storie, anche con dottori. Mi mancavano i suoi bigliettini. Ne ho lasciato io allora uno nel suo camice dandole appuntamento quella sera stessa dopo il turno. Abbiamo iniziato a vederci e, mio dio, il mio debole cuore è un uccellino che trema e le sue ali vibrano nella gabbia del mio torace senza tregua da allora. Ma ora Paola vuole che scelga tra lei e mio marito, non vuole più essere la mia amante. Io so che sarebbe uno shock per tutti i miei parenti, amici e conoscenti, per non parlare dei miei figli. Al lavoro i colleghi hanno capito qualcosa, ma data la situazione e la nostra discrezione, non vanno oltre qualche chiacchiera di corsia. Non so decidermi e al momento Paola non mi parla più.
Attendo il suo consiglio donna Luisa, lettrice confusa.

Cara lettrice confusa, mi chiedo perché lei abbia deciso di inviare questa sua confidenza a una rubrica di consigli di cucina. La pubblico, comunque, tra la ricetta della ribollita al vino rosso etneo e l’apparecchiatura della tavola vintage Pantone Ultra-Violet. Resto con simpatia a sua disposizione,

donna Luisa.

(Foto dal film “I ragazzi stanno bene” di Lisa Cholodenko)

Titta

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La vincitrice assoluta dell’inquietudine adolescenziale, se mai ci fosse stata una gara, sarebbe stata Titta, i capelli corti, il viso largo e piatto da elfo e gli occhi verdi allungati, sua compagna di ventura solo per il tempo del ginnasio, con le mani graffiate, i polsi tagliuzzati, una madre e un padre, docenti di lettere delle scuole superiori, non sposati, non conviventi, intellettuali schifati dal mondo che sfornavano figli ogni due, tre anni e che si rincorrevano nelle varie città d’Italia, un fratello renitente alla leva sparito sull’Aspromonte e poi lei, Titta, tenera e crudele, sempre pronta sul sedile posteriore della 127 azzurra di quel tamarro riccio e foruncoloso che la passava a prendere all’uscita di scuola e che neppure immaginava la sua fortuna. Titta era un pacchetto di sigarette al giorno e coca cola e aspirina agitate insieme. Le raccontava tutti i suoi sogni psichedelici e spesso, a metà sogno, compariva lei, la sua migliore amica, ce la metteva, sicuramente,  per interessarla al suo racconto strampalato. Una volta l’aveva vista in una bara spaziosa, con una luce arancione all’interno, e un walkman e le cassette dei Doors, un telefono rosso e qualche foto in bianco e nero, tante lucine intermittenti colorate come se fosse sempre Natale e una scorta illimitata di aranciata ghiacciata. Proprio come piace a te, aveva aggiunto alla fine allegra battendo le mani. Le aveva regalato un raccapricciante disegno fatto con la china dove una donna con i lunghi capelli neri e una tonaca monacale che la copriva fino ai piedi teneva in mano la testa di un uomo e tutte intorno, sul pavimento, appese alle pareti, si vedevano teste mozzate, ancora goccianti sangue, con i corpi abbandonati ai suoi piedi. Una sanguinaria principessa, era il titolo in alto a destra, di rosso. Titta disegnava da schifo, comunque.
E lei aveva riso. No, non era lei, era l’aspirina con la coca cola e De Andrè, ascoltato e cantato senza sosta, che le facevano male. Tenevano conversazioni infinite, senza senso, sdraiate sul letto o sul pavimento della cameretta, con il gatto sempre in mezzo a loro, un piccolo mostro nero e bianco, rachitico, che sembrava non crescere mai. Le graffiava e le mordeva continuamente.
Titta aveva una vera e propria passione per Troisi, non era di Napoli, ma c’aveva vissuto qualche anno nel girovagare casuale dei suoi genitori, “Annunciazio’, annunciazio'” ogni volta che doveva iniziare un discorso. Lei, invece, provava un certo disagio quando guardava Troisi in tv, le ricordava troppo lo zio Tonino di Secondigliano, che parlava farfugliando e che lei non capiva, avvertendo un sincero imbarazzo nella non comprensione. Suo zio era affettuoso, pronto a esaudire i loro capricci, delle figlie, di lei e di suo fratello e lei gli sorrideva sempre, senza sapere cosa dirgli e lui pareva contento del sorriso come risposta e potevano andare avanti per parecchio tempo in quel dialogo surreale, impossibile e un po’ triste.
Avevano passato lunghi pomeriggi invernali sdraiate sul pavimento, mezze nude, e a casa di Titta faceva freddo perché la madre scordava di accendere i termosifoni, a fare i loro “reading domestici”, così li chiamavano, come quelli di Bukowski o della beat generation, dai.
Solo che ai reading c’erano solo loro due, perché, in sincerità, parecchia gente le evitava, i loro coetanei soprattutto, ma a lei non fregava niente perché aveva Titta e nessuna delle due scriveva e allora Titta si era fatta dare due libri dalla madre e la madre aveva prestato loro Il piccolo mostro di Mickey Spillane e Meno di zero di Breat Easton Ellis, libri cinici e disincantati, di adolescenti già vecchi, senza speranza. Un pomeriggio, le giornate si erano allungate, l’aria era dolce, all’improvviso le era venuta voglia di camminare, e poi ne aveva avuto abbastanza delle Barbie cocainomani e bionde di Ellis, a casa ci giocava suo fratello Stefano con le Barbie, lei mai, e aveva proposto a Titta di uscire.
“No, poi come facciamo con il libro? Dobbiamo finirlo. E lo sai, nell’immondizia nascono i fiori”.
“Che magnifica metafora che non c’entra niente” aveva protestato, sdraiata sul letto a respingere gli attacchi del gattomostro.
“Guarda che tu hai un limite, non ti sai divertire con le cose schifose, devi imparare, non cresci bene, sei come bloccata. Siamo anche sangue e merda, tesoro e non puoi sempre scansarti” le aveva detto guardandola impietosita.
“Potrei finire con lo scrivere un libro e parlare di cacca e pipì, tipo I viaggi di Gulliver di Swift. O fare i segnetti sul diario come Andersen quando si masturbava”.
“Non mi sembra male. Potrebbe andarti peggio e perderti persino la masturbazione”.
Titta a piedi nudi, i capelli sparati colorati chissà in che modo di rosso, il trucco sbavato, muovendosi come se ballasse, s’era messa a cercare sotto il letto il suo orribile gatto handicappato. Erano uscite a prendere un gelato e alla fine se lo erano spalmato sui capelli, sul collo e sulle spalle, ridendo come le matte che erano, appiccicate di pistacchio e fragola.
Qualche giorno dopo Titta era partita, persa tra Genova, Torino, Milano dietro i suoi non-emigranti genitori, ed era arrivata qualche lettera all’inizio, con i suoi strani disegni o frasi di canzoni che solo lei conosceva ad occupare tutti gli spazi, anche la busta. Poi più nulla.

(Foto dal film “Breakfast club” di John Hughes)


La fotografia

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Renata tornò da loro a metà primavera. Non si era più vista dall’autunno precedente, non scendeva più in strada, né raggiungeva i suoi amici sui gradini della vecchia chiesetta sconsacrata, dove erano soliti ritrovarsi tutti i pomeriggi. L’avevano vista entrare ogni giorno dopo le 15 di quell’inverno nella grande villa bianca al centro della via, dove abitava la lady. La lady era un’anziana signora inglese che era arrivata lo scorso anno nel loro paese e che viveva da sola nella grande villa. Non parlava bene l’italiano ed era, a dir poco, eccentrica. Portava sempre dei buffi cappelli in testa, con quella che sembrava frutta finta appuntata sopra e una volta era parso loro di vederci anche un piccolo uccello, e dei corti guanti bianchi di seta. Aveva occhi piccolissimi e socchiusi, impossibile stabilirne il colore, era alta e camminava leggermente curva. Usciva raramente, ma salutava chiunque incontrasse con gentilezza buonciorno ed era per questo che tutti in paese la conoscevano e la chiamavano la lady. Quando Renata quel pomeriggio arrivò e si sedette, come nulla fosse, sui gradini della chiesa, i quattro tredicenni della comitiva che ormai disperavano di vederla quella primavera, furono sorpresi e anche oltraggiati che ricomparisse così, senza preavviso, dopo averli ignorati per mesi.

“Come sta la lady, oggi?” le chiese Luisa che era in piedi, chinandosi verso Renata che aveva lo sguardo puntato sulla strada.

“Non lo so, è partita” rispose Renata, sempre senza guardarli.

“Ma stamattina c’era. Era in giardino alle undici, l’ho vista perché non sono andata a scuola”, insistette Luisa.

Renata ripensò alla mattinata. Uscita da scuola era passata dalla lady e sì, c’era ancora. Era andata prima di tornare a casa per il pranzo perché il giorno precedente la lady aveva detto di aspettare una visita. Il signore della fotografia sarebbe venuto a prenderla. Anche il pomeriggio precedente aveva detto la stessa cosa, erano state tutto il pomeriggio in salotto, sedute sulle due poltrone di velluto verde ad aspettarlo, con il tè pronto sul tavolino basso davanti al divano e i pasticcini che Renata stessa era stata mandata a comprare nell’unico bar del paese che fungeva anche da pasticceria. Il tempo si era dilatato in maniera insopportabile mentre la lady sedeva in pizzo alla poltrona e guardava la porta del salotto. La lady aveva già dichiarato decisa che si sarebbe alzata e sarebbe andata lei ad aprire. Voleva essere proprio lei ad accoglierlo.

“Allora, ha finalmente trovato la fotografia?”, le aveva domandato Renata quel pomeriggio con un certo fastidio. Renata l’aveva cercata tutto l’inverno tra le numerose scatole nella soffitta, piene di foto in bianco e nero. Le fotografie erano tutte leggermente sfocate, molte sbiadite, la lady le aveva scattate lei e sviluppate da sola, così le aveva detto. In effetti non c’era nessuna foto della lady. Le sarebbe piaciuto vederla da giovane con i suoi buffi cappelli. Qualcuna era sovraesposta, quasi tutte erano di paesaggi marini e di bambini. Cercavano un uomo.

“Giovane, con la giacca e il cappello, mezzo busto. Mio grande ammore.”

Renata aveva trovato alcune foto di uomini, soprattutto anziani sulla spiaggia, molte dello stesso uomo, un vecchio, e aveva pensato che fossero del padre della lady perché c’era una certa somiglianza. Se aveva cercato e trovato da sola la fotografia dell’uomo poteva almeno dirglielo.

“No, me porterà quando ariverà”, aveva sussurrato nel suo italiano stentato la lady.

Era passata dalla lady preoccupata per lei. La sera prima l’aveva lasciata ancora seduta impettita sulla poltrona con la schiena dritta e l’aveva salutata distratta senza neanche voltarsi. Aveva, invece, trovato in casa una donna di una quarantina d’anni, il viso lungo e gli occhi piccoli e distanti, i capelli raccolti in un chignon severo, vestita con un tailleur marrone e scarpe basse ortopediche, sembrava l’infermiera o la segretaria di uno di quei film degli anni quaranta che piacevano tanto a suo nonno. Si dava da fare in giro veloce e spiccia, radunando le cose della lady e chiudendole in due vecchie valigie di cuoio. La lady, tutta eccitata, la seguiva passo, passo.

“Cosa succede lady? Dove va?”

La lady le fece un gesto con la mano, come se fosse troppo impegnata per darle retta.

“La porto con me, non può più vivere da sola. Ha telefonato a tutti i parenti dicendo di aver trovato la fotografia e che lui sarebbe venuta a prenderla, salutando tutti,” rispose la donna al posto della lady, infastidita di doverle dare spiegazioni,

“Ma lei chi è?”

“Sono sua nipote”.

Detto questo prese la porta con le due valigie e ordinò in inglese alla lady di sbrigarsi, mettere il cappello e di seguirla. La lady le afferrò le mani, gliele strinse e le sorrise. Poi seguì la donna. Renata le corse dietro.

“Ma, lady! la fotografia?”, le urlò dalla porta.

La nipote si voltò mentre faceva accomodare in macchina la lady, ferma al centro del vialetto d’accesso alla villa.

“Le ho detto che nella mia casa ci sono molte sue fotografie, probabilmente la fotografia che cerca l’ho io. Dietro la foto c’è un numero di telefono, così racconta. La troveremo zia, sì”, concluse rivolta alla lady.

Salì velocemente dalla parte del guidatore e partì schizzando un po’ di ghiaia. La lady non si voltò nemmeno a salutarla.

“Eri ogni pomeriggio da quella vecchia, ma cosa facevi in quella casa tutto quel tempo?” chiese Sergio che le era seduto accanto sullo scalino, alla sua destra.

“Niente, non facevamo niente.”

Luisa sghignazzò sprezzante.

“Prendevate il tè e giocavate alle signore, eh?”

Renata si alzò dallo scalino e strinse i pugni.

“Cercavamo una fotografia, una fotografia di un uomo, del suo amore, se proprio lo volete sapere!”, ribattè offesa.

Allora tutti loro risero, Sergio e Armando battendosi le mani sulle ginocchia.

“Ma che ne sapete voi della mia lady? E di quello che cercava, eh?” gridò. Si sentiva un nodo alla gola e aveva voglia di piangere, gli occhi pieni di lacrime. Sbatte più volte le palpebre per ricacciarle indietro. Gli altri smisero di ridere, sorpresi e spaventati dalla veemenza della sua reazione, era tornata dopo tutto quel tempo, erano contenti che fosse con loro e ora questo.

“Va bene, non avevamo capito che fosse importante. Sergio e Armando proprio non capiscono a priori, lo sai”, scherzò Luisa. Renata si rimise seduta, ma con la mente continuò a vagare dietro al pensiero della sua lady, della fotografia e del desiderio del suo uomo. Quell’inverno che aveva cercato la fotografia con la lady, lo sapeva, non l’avrebbe mai dimenticato.

(Foto dal film “A spasso con Daisy” di Bruce Beresford)

Aprile

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Aprile è il mese più crudele

nel far nascere lillà dalla terra morta,

nel mischiare ricordo e desiderio

(La terra desolata, T.S.Eliot)

un futuro morì ieri

facilmente e irrecuperabilmente

quanto una palla da tennis al crepuscolo

(18 APRILE, Sylvia Plath)

Penso da sempre che aprile sia un mese crudele, non solo perché nella sua famosa poesia lo dice T. S. Eliot. Lo dice anche Sylvia Plath, veramente, ma la poesia è meno famosa. Nel tempo conoscere la poesia, molta poesia (e avere una memoria selettivamente di ferro), è stato consolatorio e al tempo stesso invalidante, perché quando la poesia non riesce a consolarti è come un mattone che ti scagliano addosso. Aprile è crudele con me perché odio la primavera, ragazza ben vestita e allegra, la quale a marzo fa finta di arrivare, come ogni grande diva, e solo ad aprile arriva veramente. Invade ogni spazio, illumina ogni cosa, rimandando all’infinito, sembra, il momento del tramonto e del crepuscolo. Anzi no, non sono io che odio la primavera, è lei che mi detesta. Fin da bambina ho avuto varie allergie e la mia amica asma a ricordarmi che una natura bellissima, colorata e profumata, non ha riguardi per me, per la mia pelle e per il mio respiro. Quindi è palese che non sono io, è lei. In questi giorni ho letto la notizia di un orso bruno in un parco del Montana che è uscito dal suo letargo, ma non ne è sicuro, rimane lì, nel suo buco affacciandosi ogni tanto con poca convinzione. Ecco, io sono come quell’orso, spesso in questo periodo sono assonnata, senza mai realmente dormire (è da anni ormai che sono insonne) e se potessi rimarrei a letto giornate intere. In quei momenti penso che al massimo potrei intraprendere un viaggio al rallenty verso il divano, ma sento di non averne l’energia. Poi però mi alzo e mi saluto tutte le mattine allo specchio e, parafrasando sempre la Plath, la vecchia che mi guarda mi fa un po’ impressione, ma mi sorrido lo stesso. Infine esco e vado a fare la mia parte e l’entusiasmo mi sale a poco a poco, soprattutto nelle cose che mi piacciono, e le altre persone non se ne accorgono neanche che aprile mi fa male perché non appaio più disadattata del solito. Aprile è crudele con me perché ho avuto lutti terribili e grandi aspettative fallite in questo mese. Eppure, aprile, ha un nome così bello.

Falla morire

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Porta sempre le camicie infilate nella gonna. Più tardi Marta saprà che quel tessuto si chiama seta, ora vede solo che sono più morbide delle camicie che indossa sua madre. È molto alta, con i capelli corti, biondi e cotonati. Ha un seno dritto, la schiena dritta, la bocca dura, quasi non si vedono le labbra. Ha grandi occhiali con la montatura in metallo. E bracciali dorati al polso destro che tintinnano continuamente quando alza il braccio per scrivere alla lavagna. Da qualche giorno Marta prega che muoia. Pensa solo “falla morire”, non dice il suo nome, Norma, o maestra. Pensa solo “falla morire” che dio lo sa di chi parla. La maestra l’ha messa al primo banco con Antonio. Antonio ha orecchie a sventola e non dice una parola. Cinzia ha pianto che voleva stare al banco con lei, che loro due sono proprio amiche e poi abitano vicine, ma la maestra l’ha ignorata. Allora Cinzia se l’è fatta sotto, le è uscita la pipì, così. Ora Marta non è che ha più tanto voglia di starle vicino. Piange ancora disperata, la maestra le si avvicina e la prende per un orecchio. La scuote.

“Guarda che hai fatto” la rimprovera “guarda che hai fatto!”

Chiama Angela, la bidella, che la porta in bagno mentre continua a piangere, le spalle curve e scosse dai singhiozzi. Ripete voglio stare con Marta, e la maestra le rivolge un’occhiata di brace. Marta tace, ma sa che quella sera dirà il doppio delle preghiere. Marta proprio non riesce, è al primo banco con Antonio per questo, che pure lui proprio non riesce, saranno le orecchie. Lei proprio non riesce. Non sa ancora leggere e scrivere, siamo a dicembre ormai, dice la maestra incombendole addosso. Siamo a dicembre, dicono la mamma, il papà e anche il nonno che l’aiuta con i compiti. Il nonno le dice che è la bambina più intelligente del mondo, ma solo perché è l’unica che gioca a carte con lui il pomeriggio.

Lunedì 18 dicembre Marta e Cinzia sono davanti al cancello viola della scuola. Da qualche mattina attraversano il prato che divide le loro case dalla scuola da sole, insieme alla sorella più grande di Cinzia che va alla scuola media accanto. Devono solo salire la rampa laterale e superare la porta di vetro d’ingresso con gli infissi rossi. Marta decide: lei non entra. Cinzia ha tutta l’aria di voler piangere di nuovo, Marta la rassicura dicendole di andare avanti, lei vuole solo rimanere lì fuori a pensare, poi entra. Aspetta contando fino a venti, a contare è capace. I numeri le piacciono più delle lettere. Venerdì in classe è venuta una psicologa, le ha fatto i test, come le ha spiegato lei stessa, e la maestra le ha fatto leggere le sillabe davanti a tutti ad alta voce. Ha letto prima Antonio. Ha fatto quasi scena muta e le orecchie gli sono diventate tutte rosse. Poi è toccato a lei. Marta s’è sforzata, cos’era la lettera con due denti? E quella con tre denti? All’insù, all’ingiù? Pensa d’aver letto meglio di Antonio che non ha proprio letto. Il nonno deve toglierla da sotto le mani di sua madre al pomeriggio quando prova a leggere a casa. Ma sei proprio una deficiente, le grida contro spazientita. Marta s’avvia verso il grande prato che corre a destra della scuola, c’è un cantiere, stanno costruendo delle ville bifamiliari, ogni tanto suo nonno la porta a vedere i lavori, lui va a parlare con gli operai. Quando sarà finito sarà bellissimo, una quarantina di ville al posto del prato, vedrete che bello, dice il muratore. Fa freddo, ma c’è il sole. L’erba vicino alla scuola è alta, anche se ormai è gialla. Si nasconde accovacciandosi e osserva la scuola, individua la sua aula. Sono tutti dentro. Posa la cartella rossa a terra vicino a sé e si stringe addosso il cappotto verde. Le fanno male le cosce a stare in quella posizione e poi si annoia, in aula non succede niente e comunque lei non vede nemmeno bene. Si stende sull’erba e usa la cartella come cuscino, si rannicchia e s’addormenta nonostante il freddo. Si sveglia con il cuore in gola, qualcuno la osserva a pochi passi di distanza. È la maestra Norma, in camicia.

“Maestra, dov’è il tuo cappotto?” le chiede Marta. Si ammalerà, pensa. E poi morrà. La maestra le sorride. Non l’ha mai vista sorridere. Anche Marta le sorride. Le arriva un calcio sul polpaccio destro e poi un altro ancora. Si tira su spaventata. Davanti a lei c’è Cinzia. Le dà un altro calcio, è il terzo. La maestra è sparita, si guarda intorno, l’ha solo sognata. Cinzia è arrabbiata, ma almeno non piange.

“Ti ho aspettato tutta la mattina!”

“Non mi andava di venire a scuola.” Alza le spalle e si tira su, tanto che ci va a fare a scuola che non impara niente? Lo dice anche il papà, arrabbiato. Si incamminano verso casa in silenzio, la sorella di Cinzia le dice che la prossima volta lo racconta a suo padre e a sua madre. Marta giura che non lo farà più.

“Oggi la maestra non c’era” le urla dietro Cinzia mentre Marta sale le scale esterne di casa. Cinzia vive due case dopo la sua. Marta si volta e la richiama.

“Come non c’era?” urla anche lei.

“È venuta la supplente. Ieri è caduta mentre sciava. È in ospedale.”

Marta sente il bisogno di vomitare. Corre sugli ultimi gradini e si precipita in bagno quando la mamma apre la porta. È morta! Sta morendo, se lo sente. È stata lei, lo sa. Non lo ha mai detto a nessuno, ma lei parla con dio e dio l’accontenta sempre. Le dà tutto quello che lei vuole ed è per questo che lei chiede sempre poco, non vuole che gli altri si insospettiscano. Voleva il gatto come quello di Veronica, sua cugina, lo ha chiesto a dio e poi sua cugina ha cambiato casa e non sapevano dove metterlo e il papà lo ha portato a casa perché loro hanno un giardino ed ora è suo. Non voleva più sua sorella che è una lagna e racconta sempre tutto alla mamma e allora sua sorella s’è persa in mezzo alla confusione delle bancarelle durante la fiera, sua madre era disperata e piangeva e suo padre imprecava, Marta ha pregato dio di rimandarla ed è subito arrivato un poliziotto con sua sorella per mano. Ha rimproverato la mamma e il papà che abbracciavano Lorena che invece rideva di tutta quell’attenzione e Marta avrebbe voluto dirle che se non era per lei e per dio col cavolo che la ritrovavano. Quando giocano a calcio nel cortile durante la ricreazione a scuola lei lo sa che non è brava, ha poco fiato e le rubano sempre il pallone, ma tutte le volte che pensa “fammi fare goal” lei tira a caso e segna. Non vuole esagerare, per ora è vice-capocannoniere dietro Daniele. Da qualche settimana non escono più in cortile, il campionato è sospeso e giocano in classe con le figurine. Ne ha un mucchio sotto il banco. Dio soffia sulle carte per lei. Non gli ha chiesto di farle imparare a leggere e scrivere, che preghiera è? Si vergogna solo a pensarci, tutti sanno leggere e scrivere. Quel lunedì sera Marta non vuole cenare, né guardare la tv. Sua madre le misura la febbre, preoccupata. La mette a letto presto e lei inizia subito a pregare. Non chiederò più niente, promette, ho paura a continuare a parlare con te, non lo farò più, ma non farla morire, E se è morta falla rivivere.

(Foto dal film “Fanny e Alexander” di Ingmar Bergman)