D’agosto, tre donne

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C’era sempre una ragazza con un segreto, con qualcosa di nascosto e spezzato dentro di sé.

(Zadie Smith, Swing Time)

La prima donna del mio agosto è stata Zadie Smith, scrittrice anglo-giamaicana, che ha vissuto anche un paio di anni a Roma e di cui ho appena letto un’ intervista con un’analisi spietata e condivisibile sulla società vetero patriarcale italiana. Qualche tempo fa ero andata a fare un giro nella libreria Mondadori vicino a casa e, siccome avevo apprezzato il primo romanzo della Smith, Denti bianchi, ho afferrato tutta soddisfatta l’edizione economica di Swing time, il suo ultimo libro, e l’ho comprata. Ho sempre la mia pila di libri sul comodino e Swing time c’è rimasto un bel po’, poi l’ho portato in trasferta al mare e lì finalmente ho iniziato la lettura. Mi sono ritrovata a leggere di nuovo Denti bianchi, cioè, c’era un’ambientazione africana in una parte di Swing Time che non era presente nel primo libro della Smith, ma la storia era molto simile, raccontava la difficoltà per gli immigrati e per i figli degli immigrati a integrarsi nella società apparentemente multiculturale inglese, ma ancora fondamentalmente razzista, che li ha accolti, e anche l’impossibilità a tornare indietro, ai luoghi d’origine, rimanendo incastrati in questo limbo personale con la sensazione di non appartenere a nessuna di queste due, tre culture nelle quali si è cresciuti (nel caso della Smith la madre è giamaicana, il padre inglese, lei è nera, ma per metà). La storia è quella di questa madre eccezionale poco materna e di questo padre ordinario molto materno e di questa ragazzina che è fuori luogo sempre, anche crescendo, anche in tutti i luoghi del mondo dove si trova a vivere per lavoro, al servizio di una popstar nel libro Swing Time. Naturalmente nel romanzo ci sono molte altre cose, come l’evoluzione di un’amicizia femminile e i continui riferimenti ai vecchi musical hollywoodiani, da cui il titolo, e ai grandi ballerini del passato come Fred Astaire e mi piace la scrittura della Smith, quindi le perdono di raccontare sempre la stessa storia, la propria, che comunque è molto più interessante rispetto alla tendenza all’autobiografia di gran parte della letteratura italiana di oggi. Nei libri di narrativa italiana contemporanea non si fa altro che parlare di padri, madri, figli in storie familiari borghesissime.

La mia seconda donna d’agosto è stata Kristen Roupenian. Ora lei, la Roupenian, è una trentottenne bostoniana (ed in italiano non ha ancora una pagina di Wikipedia) ed è diventata ricchissima scrivendo racconti, anzi scrivendo un solo racconto, e già questa è una cosa eccezionale, forse l’ultimo scrittore di racconti a guadagnare qualcosa è stato Raymond Carver (in Italia Boccaccio) quindi è diventata subito la mia eroina. Ho letto il suo libro, Cat Person, una raccolta di racconti, in poco più di due giorni, non tanto perché mi piacesse veramente, ma proprio perché, come mi ha detto chi lo ha letto prima di me, i racconti mi attiravano morbosamente. Ho iniziato la lettura della Roupenian subito dopo il libro della Smith e mi ha impressionato trovare nella raccolta un racconto, Il corridore notturno, ambientato in Africa, come parte di Swing Time, con protagonisti giovani volontari occidentali impegnati in fallimentari missioni di aiuto e pace e con descrizioni e atmosfere molto somiglianti. Chissà se qualcuno ha detto alle due giovani scrittrici, promesse della letteratura mondiale, che hanno scritto una storia simile? Tornando ai racconti della Roupenian capisco perché Cat Person, il racconto pubblicato un paio di anni fa sul New Yorker e diventato il loro racconto più letto di sempre, è piaciuto. È la storia della relazione amorosa nata tra Margot e Robert dopo un breve incontro al cinema dove lei lavora e sviluppatasi in una chat, con i facili travisamenti che possono generarsi tra due persone che si conoscono attraverso brevi e veloci frasi scritte, e, per fare un esempio, solo alla fine, dopo un rapporto sessuale disastroso a cui Margot non riesce a sottrarsi, lei scopre l’età di Robert, molto maggiore di quello che pensava (lei è appena ventenne, lui ha trentaquattro anni). Immagino che oggi tutti possano incorrere in relazioni di questo tipo, misere da un punto di vista sentimentale e sessuale, costruite soprattutto su ammiccamenti, foto e poche parole, senza una conoscenza reale. L’autrice, inoltre, narra di ossessioni, isterie e disturbi mentali, come il delirio di parassitosi di una donna, Laura, in La prova del portafiammiferi, e c’è una costante in tutti i racconti che io chiamo “l’ingombro del corpo”, il rifiuto della carne, della fisicità (anche se il libro abbonda di riferimenti alle feci) e persino dove c’è molto sesso, come in Ragazzaccio, il sesso diventa solo una parte del problema più grande della ricerca di un senso nella propria esistenza che sfugge a tutti i personaggi. Questo rifiuto del corpo, del proprio e di quello degli altri, mi ha ricordato molto Ottessa Moshfegh, un’altra giovane autrice statunitense che ho letto un anno fa e che ho recensito qui. Mi ha sorpreso che tutti i personaggi della Roupenian schifino i loro corpi, ma che poi conoscano così bene se stessi, la propria psiche, i motivi delle loro azioni, come se vivessero in un’autoanalisi costante. I racconti che ho apprezzato meno sono stati le due fiabe, Lo specchio, il secchio e il vecchio femore e Non avere paura, ma c’è un chiaro conflitto d’interesse quindi non approfondisco.

La mia terza signora d’agosto è una donna antipatica. È stata una scrittrice e una giornalista italiana che ancora oggi, ad anni dalla sua morte, in Italia non riusciamo a perdonare. Non le perdoniamo di aver avuto successo, lei donna, come scrittrice, non le perdoniamo la sua vita avventurosa, il fatto di essersi trovata sempre dove succedeva qualcosa nel mondo e di averlo raccontato a modo suo, non le perdoniamo l’attico a Manhattan, non le perdoniamo quello che ha scritto sull’Islam dopo l’attentato alle Torri Gemelle, di getto, con rabbia e orgoglio (chissà perché Houellebecq è un genio della narrativa mondiale pure quando racconta un futuro distopico di teocrazie islamiche e di sottomissione femminile e Oriana Fallaci era solo una razzista quando ha raccontato il suo rapporto con l’Islam, e pure stronza) e non le perdoneremo mai di essere diventata in questa estate anche un’icona salviniana. Dico noi perché anch’io sono stata, e lo sono tuttora, infastidita da alcune sue posizioni, che continuo a non condividere, ma è innegabile che fosse una che aveva molto da dire e raccontare e lo faceva bene, antipaticamente bene. Leggendo Quel giorno sulla luna, il reportage che la Fallaci scrisse per L’Europeo da Cape Kennedy e Houston su quei giorni di luglio, ho avuto un’illuminazione: Oriana Fallaci è antipatica perché dice quel che pensa osservando la realtà senza filtri. È antipatica, ma credo sincera, quando rivela che i tre astronauti, Armostrong, Aldrin e Collins, che conosceva personalmente, scelti per la missione sulla Luna, sono tre robot neanche troppo intelligenti, umani solo nella vanità. Ed è spietata, ma sicuramente veritiera, quando snocciola criticamente alcuni aspetti della grande missione/spettacolo della conquista della Luna, a cominciare dall’assenza di uomini e donne neri nel personale della NASA fino alle cifre del costo della missione, svariati miliardi delle vecchie lire, ma comunque molto meno della spesa per la guerra del Vietnam. C’è un momento in cui il racconto vira alla fantascienza, quando la Fallaci parla della possibile contaminazione lunare al ritorno sulla Terra dei tre astronauti e mi sembra che si diverta ad immaginare un germe che infetti la razza umana. Poco prima che abbia inizio la missione si chiede perché non abbiano dato il nome di Jules Verne all’Apollo11 dato che tutta questa storia, identica, tre uomini sulla Luna in un giorno d’estate, l’aveva già raccontata proprio così Verne nel suo Dalla Terra alla Luna. E poi, finalmente, c’è lo sbarco sulla Luna e la cinica, antipatica signora con l’eye-liner e la perenne sigaretta si commuove e piange come tutti, l’emozione le scatena la retorica sulla grandezza umana e sulle conquiste dell’umanità. Per bilanciare questo entusiasmo per l’allunaggio appena avvenuto conclude il suo reportage con una noiosa sezione scientifica sull’analisi delle due casse di rocce lunari riportate sulla Terra dai tre astronauti. Il libro era distribuito il 31 luglio insieme al Corriere della sera e fa parte di una collana dedicata ad Oriana Fallaci allegata al quotidiano fino a metà settembre. Oriana Fallaci è una scrittrice che ho letto molto durante la mia adolescenza e lì era rimasta fino a questo agosto e ho avuto una strana sensazione rileggendola, come tornare indietro nel tempo e ritrovarmi un po’.

(Ops, ci sono ricascata con le recensioni, e questa è pure lunga, mannaggia. La foto è mia, la luna di tutti e di nessuno).

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Quella volta che Patti Smith…

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E non dimentichiamo che il primo sbarco sulla Luna è anzitutto spettacolo: un fantastico spettacolo da trasmettere con la televisione.

Oriana Fallaci, Quel giorno sulla luna.

Quella volta che Patti Smith mi si avvicinò e mi chiese se mi piaceva la sua musica era un caldo pomeriggio d’agosto a Salisburgo. Assistevo alle prove del suo concerto che si sarebbe tenuto quella sera e all’improvviso lei scese e si diresse verso il gruppetto di persone sotto il palco dietro alcune transenne che ascoltava le sue improvvisazioni, aveva appena finito di provare People have the Power. La vidi incedere come una regina, una regina già grigia con barba e baffi, ma pur sempre una regina, con un paio di jeans e una vecchia maglietta, una vera Sacerdotessa, pensando che volesse solo salutare. Invece mi si piazzò davanti e mi chiese se mi piacevano le sue canzoni, non ricordo neanche cosa risposi, se le risposi, subito altre persone cominciarono a parlare con lei ed io non avevo con me neanche un foglio o una penna, ma avevo una macchinetta fotografica con il rullino e le feci qualche foto ormai sbiadita, ma conservata gelosamente nell’album di quella bella vacanza in Austria nei primi anni Novanta con un gruppo di amici (tanto gelosamente che non ho ritrovato l’album di quelle vacanze, la mia casa è crudele e per niente nostalgica, mi nasconde le cose). Ero solo una ventenne onnivora con la musica, onnivora in tutto, ma profondamente ignorante, di Patti Smith sapevo qualcosa, conoscevo qualche sua canzone, fu un caso trovarmi in quella piazza quel pomeriggio, ignoravamo che quella sera ci fosse un concerto di Patti Smith. Avevamo bighellonato per tutto il giorno in giro nelle strade di Salisburgo, tra cavalli, austriaci in costumi tradizionali, palle di Mozart, riposando poi come veri salisburghesi in uno dei parchi cittadini, togliendoci le scarpe e stendendoci sulle panchine. E, infine, eravamo capitati proprio lì e ci eravamo fermati a sentirla provare. Mi piacerebbe incontrare Patti Smith ora e che mi chiedesse se mi piace la sua musica anche se è probabile che non riuscirei ugualmente a risponderle, ma sicuramente sarei più pronta a chiederle un autografo, proverei a dirle che la sua musica mi piace tantissimo, mi scalzo e ballo tutte le volte che sento Dancing barefoot, dovunque mi trovi con grande imbarazzo delle persone che sono con me. Per non parlare dello struggimento che mi prende quando ascolto Because the night, tutte le volte. Proverei a dirle che sono asincrona, come Enrico Ghezzi che ha usato la sua canzone come sigla di Fuori orario. Cose (mai) viste, che non riesco ad essere mai a tempo con le cose che mi accadono, e chissà come glielo direi con il mio inglese mediocre…Ho ripensato ai concerti della mia vita, tanti, ma probabilmente meno della maggior parte di quelli a cui sono andati i miei coetanei -mi sembra che tutti siano andati o vadano continuamente a un sacco di concerti-, agli incontri, al caso e a Patti Smith proprio qualche settimana fa, quando mi sono ritrovata a Latina al concerto, gratuito, di Achille Lauro, organizzato per festeggiare il cinquantesimo anniversario dell’allunaggio, ed ho accompagnato una banda di adolescenti super eccitati, tenendomi naturalmente a molta debita distanza. A parte che Achille Lauro biascica quando canta, anche dal vivo, la cosa migliore del concerto per me è stata a metà concerto: si è spogliato lasciando su il cappello da cowboy e allora anch’io ho iniziata a saltellare e a battere le mani, nanana nana naná, Rolls Royce. Magari a fine concerto potevo rimanere nei paraggi e sperare che scendesse e casualmente chiedesse proprio a me, palesemente una fan fuori target, fuori da tutti i target possibili, se mi piacessero le sue canzoni. Non so se sarei riuscita a biascicare una risposta, non credo che però avrei avuto il coraggio di dirgli che quella sera era la prima volta che ne sentivo una. E, comunque, se devo scegliere una canzone sull’estate del ’69 preferisco di gran lunga questa di Bryan Adams.

Bambina

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Quando Ettore la vide entrare nel bar era appoggiato al bancone, aveva appena ordinato il suo espresso e parlava con il barista. Lei indossava una gonna cortissima, bianca, e un top attillato rosa fluorescente le fasciava il seno abbondante, ai piedi un paio di stivali alti da cowboy con qualche centimetro di tacco. Abbondava dovunque, i fianchi, le cosce pingui e attirava gli sguardi di tutti. Aveva diversi tatuaggi, quelli più vistosi erano un grande teschio con una rosa sul braccio sinistro e un delfino che correva di lato dalla coscia al polpaccio destro. Ettore interruppe il suo discorso e anche il barista smise di asciugare il bicchiere che aveva tra le mani. Un sentimento di disgusto e pena lo prese, insieme all’impulso di ridere. La donna aveva lunghi capelli biondi con una ricrescita più scura vicino alla cute molto visibile, portava un paio di grandi occhiali da aviatore rosa e sulle labbra un rossetto chiaro con il contorno tracciato da una matita scura per allargarle, ma aveva esagerato e il contorno occupava gran parte del prolabio e arrivava quasi al mento. Comprò un pacchetto di Camel e frugò diverso tempo nella grande borsa prima di trovare il portafogli per pagare, mentre dietro le si formava una lunga fila di chi doveva pagare la consumazione al bar e di chi doveva prendere le sigarette. Aveva calamitato l’attenzione generale, un’ondata di curiosità mista a repulsione sembrava serpeggiare tra i presenti. Lei fece una risatina chioccia e ammiccò al ragazzo impassibile seduto al registratore di cassa.

“Sono una tale pasticciona” gli disse con una voce da bambina, ma forzata, come se la adattasse a quel tono sbarazzino. Antonella, che era subito dietro di lei nella fila ed era andata a comprare le sigarette per la zia Emma, una volta tornata a casa avrebbe raccontato ridendo a sua zia, a sua madre e a sua sorella, in cucina a prendere il caffè, di quell’incontro.

“Dai, sì, te la ricordi, come fai a non ricordartela? Vanessa, veniva a scuola con me alle medie. La moglie del calzolaio, Gianni…” cercava di spiegare a sua sorella ridendo.

“Dovevi vederla! Con tutta quella ciccia, quel rossetto fino al naso”, ogni tanto si interrompeva per ridere.

“Ho saputo che ha avuto un esaurimento nervoso. Era tanto timida, una brava signora, sempre con i figli” aggiunse la zia Emma a cui già diverse amiche avevano raccontato la storia della moglie di Gianni. Zia Emma non usciva mai, ma aveva una rete di informatori, amiche e vicine che l’andavano a trovare o sentiva telefonicamente, che avrebbe fatto la fortuna di un servizio segreto di un qualsiasi paese. Sapeva che Gianni era sempre stato un poco di buono, da ragazzo aveva avuto anche problemi con la giustizia per qualche piccolo furto, era un violento a casa, soprattutto con la moglie, timida e silenziosa, e andava a mignotte, come si vociferava da anni.

“Dicono che su Facebook girino sue foto di nudo, in atteggiamenti provocanti, le ha mandate anche agli amici del marito e del figlio…” concluse la zia Emma, che non aveva né computer, né cellulare, né tantomeno Facebook.

Ettore l’aspettò fuori, nel parcheggio davanti al bar, a braccia conserte, seduto sul cofano della sua macchina, una Ritmo cabrio verde bottiglia, ben tenuta. La curava personalmente, non si fidava di alcun carrozziere o meccanico, aveva imparato persino a cambiare da solo la frizione. La parte più delicata era la capote, il tessuto si era strappato già diverse volte e lo aveva rincollato e ritinteggiato, un lavoro certosino, ma era perfetta e nessuno notava gli strappi. Ettore la chiamava la MiaBambina. Per lei aveva comprato con i risparmi di una vita un garage vicino al piccolo appartamento dove viveva da solo, da quando sua madre era morta un paio di anni prima, e trascorreva davanti al garage gran parte del suo tempo, con la serranda alzata, a chiacchierare con gli anziani proprietari dei garage accanto al suo, ormai in pensione, anche loro stanziatisi lì.

La vide uscire dal bar guardandosi intorno, lui le fece un cenno alzando il braccio, invitandola a raggiungerlo. Vanessa si fermò dall’altra parte della strada, come se fosse indecisa se accettare o rifiutare l’invito. Infine raddrizzò le spalle e attraversò le strisce scuotendo all’indietro i capelli.

“Ehi, ci conosciamo?” lo apostrofò subito, scrutandolo bene, dalla semplice maglietta nera con il nome di una qualche rock band, ai vecchi jeans e alle scarpe da ginnastica di tela. Suo figlio si vestiva così, ma a occhio e croce questo aveva almeno quaranta anni di più. Ettore sorrise ammiccando.

“Sì, certo. Sono tanti anni che non ci vediamo, ma speravo ti ricordassi di me.”

Vanessa scosse di nuovo sulle spalle i lunghi capelli stopposi. Tolse gli occhiali rosa e li mise in borsa. Gli occhi piccoli, neri, allungati con l’eye-liner, li puntò sfrontata sul cavallo dei pantaloni.

“No, non mi ricordo” disse con la sua voce da bimbetta. Ettore non riusciva invece a staccare gli occhi dalla sua bocca e dalla linea marrone che ne aumentava la dimensione.

“Oh mio dio, aspetta! Quello che mi ha scritto la poesia del filo d’erba!”, battè le mani tutta eccitata. Lo abbracciò e lo baciò sulle guance, sbilanciandolo un po’. Ettore, certo, un vecchio amico di suo fratello maggiore! Quando le erano cresciute le tette, un’estate all’improvviso, le aveva scritto alcune lettere e una poesia orribile che la paragonava a una margherita e a un filo d’erba. L’aveva stracciata subito dopo averci riso con le sue amiche.

“Avevo un paté incredibile. Con tutte le storie che si sentono, di gente strana. E non puoi capire quanti uomini ho che mi stanno dietro. Sono impazziti tutti, ti dico. Tutti. Mi stanno tutti dietro.” Gli teneva ancora le mani, piene di anelli, sulle braccia e il suo alito aveva uno strano odore, come di arancia muffa.

“Ce l’ho ancora da qualche parte, in un libro, c’era anche il disegno. La poesia, dico. Sei cambiato” gli soffiò in faccia, scrutandolo di nuovo dalle scarpe di tela al viso largo e scuro.

“Ti do un passaggio? Dove devi andare?” chiese Ettore, liberandosi dalla sua presa e salendo in macchina, rimpiangendo già l’impulso che lo aveva portato ad aspettarla. Sperò che lei rifiutasse, invece Vanessa salì velocemente in macchina accanto a lui. La gonna, già corta, salì vertiginosamente.

“Magari mi porti da qualche parte e poi m’ammazzi…” strillò con quella sua vocetta, tutta eccitata. “Giocavi a calcio, mi ricordo. Ora che fai?”

“Niente. Ho una pensione d’invalidità, campo con quella.”

Vanessa si guardava intorno nella vecchia auto e poi all’improvviso allungò le dita ingioiellate e accese il vecchio stereo.

“Ascolto sempre la radio in macchina. Non ti dispiace, vero? Sono impazziti tutti, ti dico. Lo sai che fanno? Lo sai?”

Mentre dalla radio si diffondeva una ballata rock, Ettore aprì il finestrino e partì uscendo velocemente dal parcheggio.

“Mi mandano dei messaggi attraverso la radio. Sono impazziti tutti. ”

Vanessa gli fece cenno di tacere. In effetti Ettore stava per controbattere, e alzò il volume.

Alla stazione radio sintonizzata si parlava di multe e uno spettatore raccontava l’esperienza con la sua compagna che parcheggiava ogni sera davanti ai cassonetti dell’immondizia e beccava continue multe. L’uomo sperava che nel suo Comune arrivasse la raccolta differenziata e togliessero i cassonetti perché non c’era verso di farla parcheggiare da un’altra parte.

“Senti? Senti? Sono io! Quella del cassonetto.”

Ettore continuava a guidare in silenzio, un mal di testa incipiente.

“C’è uno meraviglioso, bello, su Facebook. Mi invia un sacco di cose, poesie, canzoni, foto. Mi scrive sempre. Anche se non è l’unico che mi manda i messaggi, su Messenger. Mi scrivono tutti. Tutti. Tu ce l’hai Facebook?”

Non aspettava mai che Ettore rispondesse prima di continuare con i suoi discorsi.

“Allora ieri sera gli ho raccontato che con il motorino a quindici anni avevo preso un cassonetto quando guidavo mentre il ragazzo dietro di me mi toccava tutta sotto il vestito. E ora, lo senti pure tu? Lo senti? Mi manda un messaggio, alla radio. Ha messo qualcosa nel mio cellulare, non so come ha fatto, ma è uno che ci capisce di queste cose e quando accendo la radio, io l’accendo sempre in macchina e a casa per non perdermi i suoi messaggi, lui ascolta quello che faccio e mi manda i messaggi.”

Prese una sigaretta dal suo pacchetto, ma Ettore la fermò scocciato.

“No, Vanessa. In macchina, no.”

Lei rise, una risatina da bambina e con aria di sfida prese l’accendino e si accese la sigaretta. Non aprì neanche il finestrino e gli sputò addosso il fumo. Ettore ormai aveva un mal di testa conclamato, non ricordava neanche più quali fossero le sue intenzioni e perché l’avesse aspettata.

“Allora, dimmi dove vuoi andare, non fare la bambina. Spegni quella maledetta sigaretta!”

Vanessa lo guardò in silenzio mentre il Boss cantava The River alla radio, down to the river tonight my baby and I, oh down to the river we ride.

(Nella foto Frances Farmer, la sua storia qui)

Stanotte il temporale

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Stanotte il temporale è consolatorio, rigenera, spazza via, illumina.

Ho guardato per ore quella tendina di cannucce che penzola tristemente da un lato, attaccata ancora al suo supporto, resistente a malapena, sferzata da acqua e vento. Non so se ce la fa, a breve mi aspetto che cada giù. La vita a volte è ingiusta, lo è la morte, anche. È ingiusta la bellezza deturpata, sono ingiusti i giochi del destino. Il senso di giustizia è stato radicato in me fin da bambina, sentivo fortemente le ingiustizie verso di me e verso gli altri, ho sempre odiato il sistema del “due pesi e due misure”. Credo di essere insopportabile per la mia inflessibilità, anche perché io non riesco ad essere indifferente di fronte alle ingiustizie che avvengono di fronte a me. Da bambina ero più irruenta, affrontavo anche gli adulti, negli anni ho maturato la consapevolezza che nel mondo siamo tanti, forse troppi, conviviamo tra mille difficoltà, condividiamo perversamente le nostre vite apparenti sui social tra slogan e foto accuratamente selezionate diventando un’umanità bella di commentatori, e che ognuno di noi può avere una percezione diversa di giusto e sbagliato, ma comunque c’è un limite, qualcosa di superiore a una concezione personale di morale, e quando avverto che questo limite viene superato penso che sia giusto far sentire il mio dissenso, magari pacatamente, ma anche non pacatamente quando sono particolarmente colpita. Non ho mai capito la filosofia nonostante l’abbia studiata e ne sia stata incuriosita, ho sempre pensato di avere un cervello troppo semplice, elementare, per comprendere appieno i meccanismi di alcuni ragionamenti filosofici, ma la frase-finale- del pensiero kantiano io l’ho sentita mia come poche altre parole lette negli anni “il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me“, i due misteri più grandi della vita umana, per me. Poi succede che nella vita umana, nella mia vita umana, così ordinata, nella mia concezione così inflessibile, la vita stessa mi ricordi che esiste il disordine, gli eventi ingiusti che non dipendono dal nostro operato, e anche che non possiamo farci niente, io non posso neanche dire “no, è ingiusto, non si fa così”, non posso reagire né pacatamente, né irruentemente anche se sono particolarmente colpita, sono una formica, una della fila, ho sbirciato magari il cielo una volta e sono rimasta senza fiato, quanto può rimanere senza fiato una formica, poco prima che un bambino giocando spazzasse via la fila.

Coccinelle

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Cosa c’è di più vero del grido di un bambino?

Il grido di un coniglio è forse più disperato

ma non ha anima.

(Sylvia Plath)

Fa caldo, un caldo torrido. Marco le cammina accanto tra l’erba alta ingiallita. Solo duecento metri di una stradina polverosa separano la piscina dalla fermata, dove li ha scesi il pulmino. Sono rimasti indietro rispetto a tutti gli altri, una ventina di ragazzini che usufruiscono del servizio di trasporto offerto dalla piscina ogni pomeriggio d’estate. Lui la prende in giro, come fa da qualche tempo, no non le cattura più le coccinelle per metterle nelle scatole trasparenti dei formaggini, gli dice stizzita, ormai sarà un anno che non lo fa più, da quando non fanno più la strada fino a scuola insieme. Ora lui è alle medie, lei invece è ancora alle elementari. Ma a rana in piscina gli dà ancora una pista, solo perché è più grande e va alle medie e un po’ più alto, no, non le cattura più le coccinelle. Li sentono guaire, all’improvviso: una cucciolata. Sono cinque o sei cagnolini piccolissimi, sembrano topolini, forse hanno poche ore, neri, gli occhi ancora chiusi, strisciano per terra ai lati della strada, sono usciti da una busta di plastica bianca. Marco si avvicina velocemente e inizia a schiacciarli con le sue scarpe grigie da ginnastica. Lei lo afferra per un braccio, prova a spostarlo.
“Marco, basta! Che fai?”
Marco, con l’aria buona e gli occhiali, dai facciamo la calce e tappiamo tutti i buchi nel giardino sul retro, spogliamo la Barbie, dammela un attimo, nascondino è che uno ti deve trovare e quando tocca a te poi lo devi cercare, cretina, no che stai ore nascosta a sognare o vai in giro ad accarezzare gatti, non chiamarmi quattr’occhi, ti prego. Marco. Le sembra di urlare, ma non sente niente nelle orecchie. Lui la guarda, ha gli occhi lucidi dietro gli occhiali spessi.
“Aiutami. Moriranno di fame.”
Gli lascia il braccio. Corre verso la piscina, negli spogliatoi si toglie velocemente i suoi vestiti e mette il suo costume intero blu, corre verso l’acqua, la zaffata di cloro la prende alla gola, si tuffa al fischio dell’istruttore. Non sono neanche in ritardo, pensa. Marco non arriva.

Il balcone di fronte

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La giovane coppia si era trasferita da poco, a settembre, nel palazzo di fronte, al suo stesso piano, il quarto. Elvira aveva osservato dalla sua finestra il loro trasloco, qualche scatolone scaricato da una vecchia station wagon rossa, poiché l’appartamento era già arredato. La coppia prendeva il posto di un anziano, il signor Gino, morto da qualche mese dopo una lunga malattia. I due figli di Gino avevano ripulito sommariamente la casa, dato una tinteggiatura veloce in cucina e in poco tempo avevano trovato degli affittuari. Elvira li guardava dal suo punto d’osservazione in cucina, seduta al tavolo o spostando la sedia vicino alla finestra lunga, scostando la vecchia tendina a fiorellini, lì da almeno un paio di decenni. E non ricordava l’ultima volta che l’aveva tirata giù e lavata. Il suo grosso gatto nero, un portentoso miagolatore senza nome, le teneva compagnia nei suoi appostamenti quotidiani dormendo su una cesta ai piedi della stessa finestra. Elvira faceva commenti osservando quello che accadeva e lui, anche mentre sonnecchiava, rispondeva con il suo roco miagolio. La coppia, un ragazzo alto e muscoloso con i capelli cortissimi e una ragazza piccola e magra con lunghi capelli neri, per qualche mese non aveva messo neanche le tende alla finestra della cucina e quindi riusciva a vedere nella loro casa mentre facevano colazione e cenavano sotto la luce del lampadario. La finestra della camera da letto, che pure dava sullo stesso balcone ed era a fianco di quella della cucina, aveva sempre le tapparelle chiuse e per quanto si sforzasse Elvira non riusciva a scorgere il minimo movimento. Li vedeva uscire la mattina ad orari diversi -tanto Elvira si svegliava alle quattro e aveva lunghe ore solitarie da riempire, cucinava qualcosa, chiamava qualche amica con il telefono, rassettava la casa, usciva raramente per andare nel negozio gestito da egiziani sotto il suo palazzo a fare un po’ di spesa, avevano di tutto, e ancora più raramente si avventurava fino al giornalaio per comprare qualche rivista, a volte anche Internazionale, ma solo per leggere l’oroscopo di Rob Brezsny-, li vedeva uscire, lui alle sette del mattino con una tuta e le cuffiette alle orecchie per poi tornare un’ora dopo sudato e uscire di nuovo dopo di lei che partiva velocemente verso le otto e mezza con la macchina rossa e sembrava sempre in ritardo e vestita di fretta. Non sapeva che lavoro facessero, tornavano insieme verso le diciotto, a volte lui riusciva da solo dopo cena. Non ricevevano mai visite. Il giorno che Elvira prediligeva era la domenica, loro erano in casa e non uscivano quasi mai. Si mettevano sul balcone e solo le domeniche piovose restavano chiusi in casa. Al centro del balcone c’era un piccolo tavolo rotondo con delle sedie e una sdraio di legno colorata dove in genere sedeva lui con un giornale e una penna a parlare con lei seduta, invece, al tavolo davanti a un pc portatile e spesso ridevano. Lei si alzava e andava a baciarlo ogni tanto, batteva le mani, come se fosse entusiasta per qualcosa. Dopo qualche domenica Elvira aveva finalmente capito che la coppia faceva insieme le parole crociate.

Una domenica di marzo Elvira era in piedi alla finestra, aveva appena finito di bere il suo secondo caffè, li sorseggiava tutti e tre durante la mattina, erano anni che, per tentare di sconfiggere la sua insonnia e per non rinunciare al caffè, che preparava leggermente zuccherato con panna -la montava lei, mezzo litro, una volta a settimana- non prendeva più il caffè dopo le tredici. Aveva visto che lui si era offeso per qualcosa che lei diceva, si era alzato urlando ed era rientrato per poi tornare poco dopo. Era un cambiamento rispetto alla loro solita routine.

“Dovresti vedere, micio. Lui è tornato fuori. Sembra ancora arrabbiato. Ecco, ecco ora ha chiuso quel coso di lei.” Lanciò un piccolo urlo spaventando il gatto che con un miagolio offeso scappò dalla cucina: la ragazza si era alzata scaraventando la sedia a terra.

Poi, all’improvviso, lui la baciò afferrandola per le braccia e sollevandola verso di sé. Lei scalciò un paio di volte, infine gli si rilassò addosso. Dapprincipio si era preoccupata per la ragazza, ma dal modo in cui lui spostò le sue grosse mani sul sedere di lei e se la strusciò addosso e lei si aggrappava al suo collo strusciandosi a sua volta capì che stavano facendo la pace. Il ragazzo infilò la sua mano da dietro nei piccoli pantaloni di lei abbassandoli un po’, lei rilassò il viso contro il suo collo e gli disse qualcosa, forse gli ricordò che erano sul balcone, perché lui si guardò intorno e poi rientrò con lei incollata addosso dalla finestra della cucina. Elvira aveva il cuore in gola e il respiro affrettato. Si spostò all’indietro fino al tavolo e vi si appoggiò con una mano, mentre il gatto le si strusciava alle gambe miagolando incessantemente fino a quando non gli diede la sua porzione di croccantini al coniglio.

Seguì un aprile piovoso e per diverse domeniche il balcone rimase vuoto. Per qualche settimana cercò di resistere alla tentazione di spiare la vita della giovane coppia. Comprò, però, alcuni giornali con le parole crociate e con sua grande sorpresa le piacque riempire quegli schemi, si scoprì brava, il gatto miagolava soddisfatto quando gli leggeva le definizioni cercando ispirazione. La prima domenica di maggio con un sole splendente Elvira aspettava trepidante che i due uscissero sul balcone. A metà mattina quando ormai pensava che i due giovani non fossero in casa, lui si sedette al tavolo con il suo giornale con le parole crociate. Ogni tanto si fermava e fissava il vuoto a lungo per poi tornare a scrivere. Lei invece non uscì sul balcone, forse era malata o era andata da qualche parte.

Anche la domenica successiva il ragazzo era solo sul balcone, con le sue parole crociate. Poi non vide più neanche lui sul balcone.

Un giorno di giugno, mentre sceglieva alcune ciliegie appena arrivate nel negozio sotto casa, sentì Amro, il proprietario, parlare con un’altra vicina proprio della coppia del quarto piano.

“Sì, tu non ti devi preoccupare, signora. Lei è andata via perché lui è un drogato, piangeva perché lui spendeva tutti i soldi.”

Che storia triste, pensò Elvira, riempendo il sacchetto con le ciliegie. Passò alle albicocche avvicinandosi alla cassa, dove Amro e la vicina continuavano a parlare.

“Lei ha chiesto il divorzio. Sposati solo da sei mesi. Su Facebook sta abbracciata già con un altro, signora. Tu non ti devi preoccupare, lei già si è consolata.”

Elvira lasciò il sacchetto di ciliegie e prese l’uscita del negozio senza comprare niente.

Si sentiva dispiaciuta, frastornata. Tornò a casa soprappensiero, non vedeva l’ora di raccontare al micio le tristi novità sulla coppia.

Quando ormai non pensava più a loro e da mesi non guardava neanche più verso il balcone, fu allora che accadde. Tornava da un funerale, la Chiesa del Santissimo Salvatore era a poche decine di metri da casa, aveva appena attraversato sulle strisce davanti al suo palazzo quando la station wagon rossa le si fermò accanto rumorosamente, come se il conducente avesse frenato di colpo. Notò distrattamente che la macchina era carica di scatoloni e panni gettati dentro alla rinfusa, e si spaventò quando il giovane le piombò addosso scendendo di corsa dall’auto. Indossava una felpa rossa e il cappuccio era calato sul viso. Forse si rese conto di averla spaventata perché si tolse il cappuccio e si scusò velocemente.

“Cosa ha fatto alla faccia, giovanotto?” proruppe Elvira impressionata: il volto portava ferite recenti, un labbro spaccato e un occhio gonfio.

“Piovevano posaceneri pesanti, ieri”, le rispose sorridendole con una smorfia. Probabilmente il labbro gli faceva male. Elvira ricordò quello che aveva detto Amro riguardo al fatto che fosse un drogato, forse una storia di droga. Non le interessava saperlo, comunque. Continuava ad avere paura e sperava che la lasciasse passare senza farle del male. Magari voleva qualche spiccio per una dose. Pensò di cercare nella borsetta che portava appesa al braccio, ma non voleva attirare la sua attenzione sulla borsetta.

“Volevo dirle che Anna, la giornalaia, mi ha raccontato che anche lei è appassionata di parole crociate. Inoltre, ma non si spaventi, non sono un maniaco, era semplice curiosità, l’ho vista qualche volta dal balcone seduta al tavolo della cucina con il suo gatto mentre faceva le parole crociate.”

Elvira si sentì rassicurata, ma anche imbarazzata dalle sue parole. Magari l’aveva vista anche spiarli. Gli sorrise comunque, per invitarlo ad andare avanti.

“Sto partendo, lascio l’appartamento, vado a Napoli, mi traferisco da una mia amica.”

Elvira fu sul punto di chiedergli: “E sua moglie?”, ma si fermò in tempo.

“Ho avuto un periodo difficile, ed ora provo a ricominciare”, aggiunse. Sicuramente sapeva delle chiacchiere che circolavano su di lui, voleva tranquillizzarla.

“Dovrebbe avere più cura di sé, allora.”

Lui fu sorpreso della sua frase e fu il suo turno di sentirsi in imbarazzo. Si voltò verso lo sportello aperto dell’auto e prese alcuni giornali. Con sorpresa Elvira capì che erano riviste di parole crociate.

“Sono vecchi numeri de La Settimana Enigmistica a malapena iniziati. Ho pensato che le potesse far piacere avere questi, sono dei numeri molto vecchi, li ho scovati in un mercatino delle pulci, ci sono persino schemi di Piero Bartezzaghi.”

“Perché se ne disfa?” chiese Elvira. Lui ci pensò su prima di rispondere.

“Li avevo comprati per fare un regalo a mia moglie. Ora non servono più”.

Si guardarono in silenzio, poi lui le domandò se le faceva piacere tenerli altrimenti li avrebbe gettati nel primo cestino in strada. Lei lo ringraziò e li prese, li infilò in una sportina che teneva sempre con sé nella borsetta. Il ragazzo la salutò e saltò sulla macchina ripartendo rumorosamente com’era arrivato. Elvira rimase a guardare la station wagon rossa fino a che, arrivata in fondo alla via, svoltò a destra.

(Foto dal film “La finestra sul cortile” di Alfred Hitchcock)

Una domanda (e un’autodenuncia)

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Ieri, a ricreazione, si è avvicinata una mia alunna, Eleonora. Mi ha colto di sorpresa, nell’aula a ricreazione si formano i soliti gruppi, per lo più di genere, ed io vengo giustamente ignorata, mentre controllo qualcosa sul registro elettronico o sistemo la cattedra, tutt’al più qualcuno può chiedermi di andare in bagno (non è così scontato che lo chiedano durante le due ricreazioni, preferiscono andare in bagno durante la lezione, soprattutto quando ho appena iniziato a spiegare o sto tirando le conclusioni di un discorso).

“Professoressa, cosa direbbe a una ragazza di tredici anni che si sente sola e volontariamente si isola dai suoi amici? Cosa le consiglierebbe?”

La domanda di Eleonora, fatta a voce alta, mi ha spiazzato, impanicata come direbbero loro, e sinceramente non sapevo cosa risponderle. Innanzitutto, chi era la ragazzina che si sentiva sola? Lei? Una sua amica? Un’altra ragazza della classe (intorno alla cattedra erano radunate quasi tutte le alunne)? La domanda era rivolta a me, oppure a qualche sua compagna? Voleva che sapessero che era lei che si sentiva sola? Eleonora è una ragazzina come tante, è abbastanza brava a scuola senza eccellere, è simpatica, in classe parla e va d’accordo con tutti anche se ha un ristretto numero di amiche con cui la vedo chiacchierare di più. Ecco perché ho pensato che la domanda fosse per qualcun altro della classe, ho notato che ci sono un paio di ragazze che sono più isolate rispetto ai vari gruppi. Ho farfugliato una risposta. Le ho detto che dovrebbe provare a vincere questa sensazione di solitudine, che se era una sua amica doveva farle sapere che lei era disposta ad ascoltarla o che poteva trovare un’amica, un amico o un adulto di cui si fidava e cercare di parlare di quel senso di solitudine che provava (ma se era lei, Eleonora a sentirsi sola non lo aveva già fatto, allora, rivolgendosi a me?). La campanella della fine della ricreazione ha disperso il gruppo e anche Eleonora è tornata al suo posto, immagino delusa dalla mia risposta. Ero delusa anch’io e sollevata, potevo riprendere la lezione. Ogni tanto durante la giornata ho rivissuto la scena, Eleonora che si avvicinava e mi urlava la domanda e la mia risposta inadeguata. C’ho pensato su e mi è sembrato di aver trovato mille risposte migliori anche se una parte di me si ribellava e ce l’aveva con Eleonora per aver pensato che io potessi avere una risposta. Sono solo la sua prof di italiano e ieri volevo parlare di Boccaccio, della cornice del Decameron e al più di come è stata raccontata la peste nella letteratura da Tucidite a Camus. E lei, lei mi urla questa domanda. C’ho riflettuto tutto il giorno e ho capito che la domanda, invece, era proprio legata alla letteratura, avevamo letto qualche giorno prima il sonetto di Petrarca Solo et pensoso e tra i vari esercizi c’era da scrivere un breve testo sulla solitudine, ne avevamo letto in classe qualcuno e ne era nata una discussione: la maggior parte di loro apprezza la solitudine della loro cameretta per sfuggire ai genitori, ai vari fratelli e sorelle o per ascoltare musica in pace.

Stamattina, quando sono entrata in classe, sono rimasta in piedi, mi sono appoggiata alla cattedra, non mi sembrava il caso di sedermici dietro, e ho guardato Eleonora, che si trova all’ultimo banco con uno dei discoli della classe proprio perché è una ragazzina tranquilla e quindi le è toccato questo compagno/premio, o uno simile a questo, dall’inizio dell’anno e le ho detto che non ero convinta della risposta che le avevo dato a caldo ieri, che volevo aggiungere qualcosa. Ho raccontato alla classe che Eleonora mi aveva fatto una domanda che mi aveva fatto riflettere. Ho spiegato che alla loro età è normale sentirsi soli e anche se sono passati secoli dai miei tredici anni ricordo che anch’io mi sono sentita sola e ho trovato rifugio e consolazione nel nuoto e nella lettura. Avrebbe dovuto consigliare a questa sua amica, che potrebbe essere lei o una compagna di classe, di trovare il modo di esprimere questa sua solitudine, cercare una valvola di sfogo alla sua solitudine e alla rabbia che sicuramente il suo sentirsi sola le genera. Può trasformarla in un momento creativo, può scrivere, disegnare, cantare, suonare (se è Eleonora a sentirsi sola so che ha una chitarra e scrive canzoni, perché una volta velocemente me l’ha raccontato, probabilmente proprio durante un’altra ricreazione), giocare a calcio, a pallavolo, fare foto. Oggi tutti si fanno foto, magari può girare la telecamera del cellulare e puntarla su quello che ha intorno. Eleonora era un po’ imbarazzata. Anche io lo ero. Poi è entrata la bidella per dirci di scendere in Aula Magna poiché erano arrivati quelli della Polizia Stradale per un corso sulla sicurezza. Avrei voluto aggiungere che nonostante ci abbia provato a trovare una risposta non lo so cosa consigliare a una ragazza che si sente sola, non lo so proprio e mi dispiace veramente. E non so se Eleonora tornerà più a farmi domande, a mettermi in crisi e cosa sperare.

 

Vorrei, inoltre, parlando sempre del mio lavoro a scuola, autodenunciarmi. Tre mesi fa in una mia classe ho fatto fare un testo in cui chiedevo chi tra i personaggi storici, sia dell’antichità che moderni, o anche tra le persone famose contemporanee, avrebbero messo nell’Inferno dantesco. Due mi hanno scritto che vi avrebbero messo Matteo Salvini, uno nell’Antinferno e come contrappasso un Caronte nero gli impediva di salire sulla sua nave e moriva annegato in un ciclo infinito, uno tra i lussuriosi svolazzando come una colomba per sempre mano nella mano con Matteo Renzi. E, inoltre, un alunno tifoso della Lazio ha messo Totti all’Inferno tra gli Ignavi, costretto a inseguire nudo un vessillo biancoceleste.

(Nella foto il disegno di Caronte tratto dal fumetto “Divina Commedia” di Go Nagai)