Me too – Londra

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Tratto d'unione

Londra Illustrazione di Arianna Farricella

È estate, un’estate agli inizi degli anni novanta. Sono a Londra con due amiche. Ho diciannove anni. Abbiamo affittato un appartamento nel quartiere multietnico di Bayswater, vicino a un piccolo centro commerciale. Le mie amiche, che hanno un paio d’anni più di me, frequentano la scuola interpreti e traduttori di Roma e sono a Londra per motivi di studio, ogni mattina vanno a lezione. Io, invece di fare gli esami della sessione estiva del mio primo anno d’università, ho raccolto un po’ di soldi durante l’inverno con le ripetizioni e finanziata anche da mia nonna mi sono unita a Daniela e Cristina e, senza l’approvazione dei miei, sono volata a Londra. Londra è bellissima. Da sola la mattina mi godo la città, soprattutto i suoi parchi, ho scoperto Saint James Park, un piccolo angolo verde pieno di scoiattoli, mi tolgo le scarpe e mi metto a…

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Una metamorfosi

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Sono lì sull’angolo, e faccio finta di essere un albero.

(Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella)

S’inanella il riccio, s’arrampica sul ramo, tocca la curva rarefatta di una nuvola, fa cadere una foglia fino al tappeto marrone e secco, un piede inarcato si veste dall’alluce di morbida scorza. Le dita s’allungano in sottili radici che penetrano la nuda terra accanto a pietre solitarie a testimoniare. Un torpore dolce la assale, le braccia allungate sul capo, posate le mani molli sui lisci nodi come chiodi. Chiude gli occhi e s’oscura, corteccia tenera le copre la fronte, scende sul naso, la bocca tacitata e le parole. S’avviluppa il corpo al corpo, la linfa scorre, uguale umore.

(Foto dal film “Métamorphoses” di Christophe Honoré)

Me too

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“Fraternizzare” significa comportarsi da fratelli…non c’era una parola equivalente che significasse “comportarsi da sorella”. Avrebbe dovuto essere “sororizzare”…
(Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella)
Io “sororizzo” allora, perché c’ho sempre creduto. E ho affidato a Tratto d’unione anche la mia storia, tra tante.

Tratto d'unione

2_MeToo

Oggi parte su questo blog un nuovo progetto, legato al movimento Me too, che ci accompagnerà per diverse settimane e che, ogni lunedì, vedrà la pubblicazione dei racconti – testimonianze di vita vissuta – scritti da donne che hanno subito molestie.

Si tratta di blogger, amiche, amiche di amiche… che ho invitato a uscire dal silenzio per raccontare le loro esperienze in un mondo dove, purtroppo, ancora molti uomini si permettono di cedere ai propri desideri senza tener conto di quelli della donna che li ha suscitati.

AriannaFarricellaArianna Farricella (1991), giovane e talentuosa fumettista, ha accettato di illustrare queste storie, perciò ogni racconto sarà accompagnato da un disegno creato appositamente da lei, che voglio ringraziare per la disponibilità e la sensibilità con la quale ha tradotto le parole in immagini.

Il Me Too movement esiste già dal 2006. Lo ha fondato negli Stati Uniti Tarana Burke per aiutare donne…

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Su di me, mia sorella (e ancora Guerre Stellari)

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-Che cos’hai?- mi chiede mia sorella.
-Niente.- Poi decido di confidarmi. -Tipo la morte delle illusioni. Mi sento come il cavallo del film di Tarkovskij.- Cerco comprensione.
-E chi è?- risponde distratta mentre prepara tre cene diverse, una per ognuno dei suoi figli.
-Un russo.
-Ah, ho capito. Lo sai che ieri al supermercato ho incontrato Katia? Ti ricordi quando le cantavamo “Oh Katiuscia l’hai fatta tu la piscia? Sì, Dimitri ne ho fatto cinque litri?”- racconta e scoppia a ridere.
-Sì, proprio quei russi lì.- La guardo meravigliata, mi risponde sempre a cazzo, non lo so come fa.
Vorrei ricordarle che quella canzone la cantava lei da sola a Katia, mentre io ero in cortile a giocare a pallapallinadoveseistata? al muro, concentrata per non sbagliare. Le nostre conversazioni sono sempre state così, non so quando abbiamo iniziato. Anche se la pipì dev’essere stata una costante, perché, quando da bambine avevamo adibito un grande portagioie di ceramica della mamma a piscina di Barbie, lei faceva sempre la stessa battuta tutti i pomeriggi che c’abbiamo giocato.
-Si chiama piscina perché le Barbie ci pisciano?-
Le rispondevo tutte le volte con un’alzata di spalle. Non ho mai riso delle sue battute, le trovavo sceme. Ora invece rido, perché le trovo sceme. Le cose cambiano continuamente con le persone che amiamo. Le sorelle possono essere molto stronze tra di loro. Per bilanciare a mio favore questa tenzone familiare in cui finora io sembro molto più stronza di lei, devo dire che mia sorella mi ha sempre rubato le scarpe, ignorando il fatto che fin dalla prima adolescenza io porti il numero 37 e lei il 40. E le ha messe! Me ne ha rovinate diverse paia, rammento in modo ancora doloroso il mio paio preferito di espadrillas bianco con zeppa dei miei diciassette anni, indossato con parsimonia per non sporcarlo, io. Ci somigliamo molto. Come la sorella della Ferragni somiglia alla Ferragni. Io sono la sorella. Anche la voce è molto simile. Lei disegna benissimo (io no, se ci fosse una fase orale del disegno starei ancora a quella), credo che abbia avuto un dono che però non ha mai curato particolarmente, non prende più in mano una matita da decenni, i suoi disegni hanno vinto alcuni premi, ma non le è mai importato particolarmente. È stata anche una campionessa di ballo a livello nazionale, ma è rimasta giusto qualche foto in giro a ricordarlo. Il fatto di avere meno di un anno di differenza di età ci ha messo in una situazione particolare, mi sono sempre sentita come una che ha una quasigemella (anche perché fino a sei, sette anni nostra madre ci mandava in giro vestite allo stesso modo, come le gemelle di Shining, in pratica) nonostante da piccole non siamo state molto legate, litigavamo continuamente ed io mi sentivo una primogenita il cui posto nel nido era stato occupato troppo presto da un’altra che mi aveva letteralmente buttato giù. Poiché ho vissuto quindici anni con mia nonna materna, dai nove anni ai ventiquattro, per problemi familiari, questa convinzione, della cacciata dal nido, si è radicata in me. Se però ricordo quel periodo della nostra vita con mia sorella lei si arrabbia moltissimo perché dice che ho avuto la nonna, una donna eccezionale, matriarca di un’immensa famiglia, tutta per me e mi ha sempre invidiata per questo. E che, in fondo, mi compiaccio di fare la povera bambina abbandonata, quando in realtà vivevo nella casa a fianco a quella dei miei e potevo vederli quando volevo. Da un paio d’anni io e mia sorella, insegnante pure lei, lavoriamo nella stessa scuola, ma in due ordini e in plessi diversi, anche se molto vicini, a poche centinaia di metri. Mia sorella la conoscono tutti, i suoi alunni l’adorano ed io sono “la sorella di…” per tutte le colleghe e colleghi e persino per la Preside. È sempre disponibile, piena di entusiasmo, fa progetti di integrazione, di intercultura, di ballo. Fin da bambine lei riusciva ad essere simpatica a tutti ed era invitata a pranzo da tutti i cugini e da tutte le zie. Solo lei. Mangiava con gusto, si complimentava per il cibo, era generosa con i giochi e raccontava barzellette. Io volevo giocare solo alle maestre e fare la maestra, picchiavo tutti e rispondevo male alle zie. Questo per dire che non ero invitata per ottimi motivi. Quando abbiamo iniziato a lavorare nella stessa scuola avevo pensato che prima di entrare in servizio avremmo preso un caffè insieme, oppure saremmo andate a pranzo noi due da sole prima che i nostri figli, ne abbiamo una marea in due, ho smesso di contarli, uscissero da scuola, invece la vedo pochissimo. Non riuscivo a capire come mai anche l’incontro fortuito non avvenisse mai. Finché una mattina ho intravisto la sua gonna lunga e colorata -veste come una zingara, ha capelli ricci e lunghi e monili tintinnanti- attraversare velocemente la strada e precipitarsi attraverso il cancello nella sua scuola. L’ho chiamata e l’ho raggiunta nel cortile mentre già era con una sua collega. Ha alzato gli occhi al cielo e ha sussurrato alla sua amica “Eccola!”. Sono scoppiate a ridere e mi ha rivelato che spera sempre di non incrociarmi la mattina perché inizio, ogni volta, a scrutarla partendo dalle scarpe. Per assicurarmi che non siano le mie, avrei voluto ricordarle! Effettivamente avevo sulla punta della lingua “ma come te sei vestita?”, quindi sono arrossita. Ma se non glielo dico io che deve curarsi di più, andare dal parrucchiere, vestirsi adeguatamente, mandare a quel paese la gente che la sfrutta, che deve imparare a dire di no qualche volta agli altri (oltre che a me), chi glielo dice?! “Mia sorella è diversa” è, invece, il suo motto, mi racconta così, con affetto, rassegnazione e compatimento, una gran rompiballe che viene da Marte, in pratica, ed ora tutti a scuola, in questo secondo anno, ci tengono a farmi sapere che ci somigliamo, ma che siamo proprio diverse. Lei, da parte sua, ha un sacco di difetti, oltre ad essere una ladra di scarpe, è svagata, dimentica di tutto (questo lo abbiamo in comune), lascia spesso le cose a metà (a me fa impazzire il solo pensiero), scorda i figli in giro, non risponde al telefono e neanche ai messaggi e quando lo fa usa talmente tanti emoticon che non li capisco, non mi ridà mai i soldi per i regali, anzi non mi ridà mai i soldi che le anticipo, ma continuo a cascarci, e come tutti gli altri sono sempre pronta a perdonarla perché è lei.
In genere condividiamo interminabili feste familiari (le organizza lei, LE ORGANIZZA LEI) e anche le feste dei bambini. Poiché sa che ho qualche difficoltà con le feste, ho la sindrome di quella che sta all’angolo, sì, fa anche la simpatica psicanalista con me, la teoria del nido me l’ha detta lei, ad una delle ultime feste a cui abbiamo partecipato mi ha portato una maschera. Ne ha portato due, veramente, una anche per sé, “così facciamo come nei film stupidi che ti piacciono”.

Però mia sorella mi invita ogni tanto a cena, sa perfettamente quando invitarmi, quando ho bisogno che mi inviti, e cucina anche per me, come fa per i miei nipoti.

-Ti ho preparato la parmigiana, ti ho fatto le fettuccine con le uova fresche, assaggia, assaggia!- mi accoglie come entro in casa sua e poi facciamo queste conversazioni assurde che mi fanno sentire profondamente ridicola con tutte le mie piccole malinconie e che mi fanno ridere di me. E sa che odio cucinare. Magari mi risponde a caso, ma cucina benissimo.

(Post scriptum cinefilo: il film di Tarkovskij dove un cavallo muore, muore veramente, in modo orribile precipitando da una scala e infilzato da una spada è Andrei Rublëv)

Ho bisogno di qualche mano amica — Evaporata

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Buongiorno colleghi blogger e scrittori, nonché amici. Oggi vesto gli scomodi panni di una persona che chiede attenzione su questioni personali. Come qualcuno di voi saprà, la mia situazione economica è poco felice. Nel mese di settembre non ho lavorato neppure un giorno e con l’arrivo dei mesi freddi le spese aumenteranno. Ho messo in […]

via Ho bisogno di qualche mano amica — Evaporata

L’apparecchio

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“Ti è cresciuto il seno?” sentirmelo chiedere da lui mi agitò. Lo avevo notato anch’io da un paio di giorni.
Accarezzò di nuovo il seno, delicatamente.
“Io…non so. Mi fa anche male.”
“Oh, povera piccola.” Baciò teneramente il capezzolo sinistro. Ero in imbarazzo e mi scostai. Dopo il sesso mi imponevo di non indulgere in tenerezze, avevo il terrore di non riuscire più a lasciare il letto. Scesi infilandomi contemporaneamente le mutande recuperate tra le lenzuola, così velocemente che quando posai tutti e due i piedi per terra erano già indossate.
“Vai via?” mi domandò, la voce piena di un certo rimpianto. Non lo so se era rimpianto, spesso infilavo sentimenti che non c’erano nelle parole degli altri, soprattutto in quelle di lui.
Neanche risposi, lo baciai in fretta senza guardarlo e uscii dall’appartamento. Dovevo piantarla con questa storia, avevo crisi di pianto improvvise ogni volta che ci pensavo, il pensiero di piantarla mi faceva piangere e il pensiero di continuarla lo stesso. Non piangevo da…non ricordavo di aver pianto mai così. Anche questa era una novità. Camminando velocemente avvertii il seno sfregare contro il tessuto della maglietta, era stato sempre talmente minuscolo che a volte dimenticavo il reggiseno. Invece ora lo sentivo pesante e caldo, avevo provato un fastidio simile solo durante l’allattamento, i primi tempi. Incinta non potevo esserlo, avevo appena avuto le mestruazioni. Avevo chiamato la ginecologa. Una premenopausa? avevo chiesto. Era scoppiata a ridere. Alla mia età con un ciclo regolare? No, non era una premenopausa. Mi aspettava comunque per una visita la settimana seguente. Non era solo il seno. Da qualche tempo mi vedevo diversa, il mio corpo esile e nervoso diventava più morbido. Anche il mio odore era diverso, me lo aveva detto persino mio figlio qualche giorno prima, mentre mi abbracciava per le consuete chiacchiere e carezze serali. Era un bambino affettuoso, che non si vergognava di chiedere attenzioni, a differenza della sorella maggiore che aveva sempre reagito con fastidio ai miei abbracci e ai miei baci. Quando il fratello si infilava nel mio letto la sera, anche lei passava a darmi un bacio, ma timidamente, si tirava subito indietro ed io non ero capace a mostrarle quanto tenessi a quei baci frettolosi, impacciata quanto lei. Fisicamente e caratterialmente mi somigliano molto, anche se hanno i colori di mio marito, sono biondissimi e con gli occhi chiari.
“Mamma, che profumo nuovo hai, come d’arancia!” aveva esclamato, il naso perso nel mio collo. Non portavo profumi.
“Ho cambiato il bagnoschiuma, l’ho preso all’arancia.” Non era vero, usavo un bagnoschiuma neutro con un lieve profumo di borotalco da anni. C’erano altri segni del cambiamento, alcuni più inquietanti di altri. Una mattina mi ero svegliata con un apparecchio. Un apparecchio per i denti. Era di quelli trasparenti e ricopriva quasi invisibile l’arcata superiore. Non ero andata dal dentista, certamente non negli ultimi anni, e non avevo mai portato un apparecchio in vita mia. Quando mi ero specchiata sul lavandino del bagno avevo fissato scioccata la gomma trasparente che ricopriva i denti, l’avevo toccata, era dura e non ero riuscita a toglierla. I miei figli si erano divertiti quel giorno a sentirmi parlare, mi usciva questo shshshshsh comico ed ero preoccupata di non riuscire bene a fare lezione a scuola, sputacchiando in giro, mentre i miei alunni ridevano. Dopo il primo giorno, abituatami, riuscivo però a parlare senza difficoltà. Mi ero fatta accompagnare dalla mia migliore amica, Sara, dal dentista, avevo una paura folle dei dentisti e non volevo andare da sola, ma la segretaria mi aveva informata che il dottore era in vacanza, sarei dovuta tornare per un appuntamento il mese successivo.
“Lei è tua madre?” domandò guardando Sara. Sara si offese.
“Madre? Quale madre?! Non lo vede che siamo coetanee?” rispose piccata. La segretaria imbarazzata si scusò. Passai tutto il pomeriggio a sopportare il malumore di Sara che mi osservò sospettosa.
“Hai fatto il botulino?” indagò, scrutando con sospetto la mia fronte.
“No! Sei impazzita? Sono affezionata alle mie rughe, lo sai, soprattutto a quella verticale, sul sopracciglio destro.”
“Be’, non ce l’hai la ruga verticale! Qualcosa hai fatto.”
Mi sentivo sempre più inquieta.
“Una nuova crema, probabilmente, l’ho presa in farmacia.”
Le offrii un cappuccino e la conversazione si spostò sul nostro lavoro. La sera stessa a tavola ero distratta con lo sguardo perso nel vuoto, e mio marito mi chiamò diverse volte. I bambini ridevano, avevo versato il vino nei loro bicchieri.
“Si può sapere cos’hai? E come ti sei conciata oggi? Hai gli occhi truccati pesantemente, con tutto quel nero…”
Mi alzai infastidita da tavola.
“Come mi sono vestita va bene? Eh?” posai la forchetta con violenza sul tavolo e corsi in camera sbattendomi la porta alle spalle. La chiusi a chiave e mi buttai sul letto. Mi addormentai vestita e mi lasciarono sola a smaltire la mia arrabbiatura. Smaniai, feci sogni orribili, ma anche eccitanti e mi svegliai indolenzita, come se avessi fatto sesso tutta la notte. Pure questo mi succedeva: durante il giorno pensavo al sesso continuamente, guardavo il sedere degli uomini, ma anche di qualche donna, le mani, le bocche. Arrossivo se qualche sconosciuto mi parlava, avvampavo proprio. Quella mattina ero in uno stato pietoso, il trucco sbavato, i capelli arruffati e un sapore orribile in bocca per via dell’apparecchio. Il seno premeva contro la maglietta, ormai tutte le mie magliette si erano fatte piccole. Sembravo un’adolescente depressa in piena tempesta ormonale. Doveva averlo pensato anche il ragazzo che si era seduto vicino a me sulla panchina fuori dalla gelateria due sere prima mentre aspettavo mia figlia che prendeva il gelato. Mi aveva chiesto se poteva sedersi ed io gli avevo sorriso, un ragazzino timido sui sedici, diciassette anni. Con sorpresa aveva iniziato a parlarmi e si era informato in quale scuola fossi.. Pensando che avesse intuito che fossi una professoressa glielo avevo detto e lui mi aveva chiesto se conoscevo suo cugino che frequentava lo stesso istituto. Con orrore mi ero resa conto che credeva fossi sua coetanea, probabilmente il buio lo aveva ingannato. Mi aveva anche offerto un gelato. A me. Lo avevo salutato velocemente, avevo raggiunto mia figlia e mi ero allontanata sempre più preoccupata. Feci una doccia veloce, svegliai i bambini e li accompagnai a scuola per poi andare a lavoro. Ero in servizio dalla seconda ora. La collega di matematica, una sessantenne alta e rigida, mi aspettava sulla porta dell’aula per il cambio dell’ora. Il giorno precedente avevamo avuto uno scambio di opinioni vivace nel corridoio riguardo un nostro alunno. Mi aveva guardato sorpresa che osassi contraddirla, ma ero una sua collega, non sua figlia o una sua alunna.
“Ti aspettavo. Ho intenzione di portarti dalla Preside per il tuo comportamento scorretto di ieri.” esordì senza salutarmi. Dalla Preside? Per farmi sospendere?!Maledetta adolescenza!

(Foto dal film “La donna vespa” di Roger Corman)

Disponibile all’ascolto

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“Sarei stato dalla parte di Eva” disse Jean. “Una donna che ama i frutti vietati e odia i custodi dei giardini pubblici non può essere del tutto malvagia”.

(Emmanuelle, Emmanuelle Arsan)

Non aveva mai fatto sesso orale. O meglio, lei aveva praticato del sesso orale ai suoi amanti e nessuno di loro, né gli amanti né l’ex-marito, aveva mai ricambiato. Era stata sposata per circa dieci anni, dai trenta ai quaranta, con un uomo che si lavava sempre prima di fare sesso e subito dopo averlo fatto, facendolo sembrare una specie di battesimo tutte le volte. Aveva avuto altri tre amanti, uno prima del matrimonio, a ritroso il migliore. Probabilmente era la distanza temporale a rendere memorabili quei pochi incontri frettolosi in macchina, dove aveva perso la verginità, e sul letto dei suoi genitori in vacanza. L’ultima relazione era durata qualche mese e si era conclusa da più di cinque anni. Silva era una signora dall’aspetto ordinario, riservata, viveva da sola da quando la sua unica figlia si era trasferita al nord, era da poco andata in pensione dal suo lavoro di impiegata comunale e aveva iniziato a riesaminare la sua vita passata e a fare bilanci, e pensava sempre più spesso a come fosse stato possibile aver avuto una vita sessuale attiva, anche se non promiscua, e non aver mai fatto sesso orale. Non avrebbe avuto il coraggio di confidarsi con le sue amiche durante le cene occasionali o la serata settimanale al cinema, il mercoledì in genere, tantomeno durante lo spettacolo domenicale a teatro, anche se le sarebbe piaciuto sconvolgere Concetta iniziando a parlare a voce abbastanza alta di cunnilinguo e fellatio mentre sul palcoscenico si teneva qualche noiosa pièce. Anche in gioventù non era stata mai abbastanza sfacciata da parlare di sesso con sua madre o con qualche amica e adesso rimpiangeva di aver rifuggito qualsiasi confidenza di natura sessuale. Aveva letto articoli sull’argomento, soprattutto di natura scientifica, che focalizzavano il problema sulle malattie che potevano svilupparsi e un decennio prima aveva letto Emmanuelle, il libro della Arsan, e ricordava che la giovane protagonista era una vera estimatrice del sesso orale, ma non vedeva il modo di appagare la sua curiosità. Poi aveva conosciuto Giorgio. Giorgio era insieme alla sua amica Alberta, una sera che lei e Concetta erano andate al cinema a vedere un film d’essai, un film francese. Il cinema le piaceva molto, il cinema francese un po’ meno, adorava Truffaut, ma tutto il resto lo sopportava a malapena e aveva amato un solo film di Godard, À bout de souffle. Quando Alberta aveva presentato loro Giorgio, aveva notato subito la sua somiglianza con Jean-Paul Belmondo, oltre al fatto che Giorgio avesse trenta anni meno di Alberta, tanto che all’inizio aveva pensato a un figlio che non sapeva che lei avesse o persino a un nipote. Era stato chiaro che non lo fosse per l’atteggiamento galante, le teneva una mano nell’incavo della schiena, poco sopra il sedere, e per i sorrisi maliziosi che rivolgeva ad Alberta e a loro. E Alberta non lo aveva presentato come un qualche parente, anzi si era congedata velocemente. Concetta li aveva guardati andare via con un’espressione stupita che mantenne per tutta la serata. Mentre tornavano a casa aveva tentato di sollevare l’argomento.
“Hai visto anche tu quello che ho visto io?” aveva chiesto Concetta stringendosi nella pelliccia di coniglio, ancora sgomenta.
“Smettila” le rispose Silva “Sono affari suoi.”
Erano rimaste in silenzio fino alle loro case, abitavano in due villette confinanti. Concetta era vedova e aveva tre figli, uno trentenne che viveva ancora con lei. Silva aveva guardato Concetta dirigersi verso il suo cancello, aspettando che entrasse e poi le aveva fatto un cenno con la mano, prima di entrare a sua volta. Sperava che l’indomani non cercasse di coinvolgerla di nuovo in quel pettegolezzo, ma sicuramente ne avrebbe parlato alle altre. Certo che era una notizia sensazionale, avrebbe tenuto banco per giorni.
La mattina dopo fu sorpresa di ricevere una telefonata da Alberta. Erano più conoscenti che amiche, ricordava che avevano frequentato lo stesso liceo, in classi diverse, non avevano avuto la stessa comitiva di amici, e anche se si erano sposate nello stesso periodo, Alberta aveva divorziato quasi subito, aveva viaggiato molto e le loro vite sembravano correre parallele, senza mai veramente collidere.
“Volevo parlarti di Giorgio” esordì.
“Non è necessario, io…”
Ma Alberta l’aveva interrotta e aveva iniziato a raccontarle di aver conosciuto Giorgio a casa di un’altra signora sessantenne, una sera a cena. Era il suo amante. Era un uomo gentile, premuroso, giovane e bello e Alberta aveva provato invidia per l’amica. Poi, quando Giorgio era andato in bagno lasciandole sole, la sua amica le aveva rivelato quello che Alberta ancora non afferrava. Pagava Giorgio per il sesso e, a volte, per tenerle compagnia.
Silva provò un vago senso di disagio mentre ascoltava la voce compiaciuta di Alberta rivelarle che la mattina dopo la cena aveva contattato Giorgio, il numero glielo aveva dato la sua amica.
“Non me ne sono pentita. È molto dotato, resistente, non so se mi spiego, ed è sempre veramente interessato a quello che dico, disponibile anche all’ascolto”.
Silva sentiva crescere il disagio. Disponibile all’ascolto? Come potevano interessarlo le chiacchiere di Alberta con quella vocetta querula? Giusto pagandolo, pensò ricordando all’improvviso perché non si fossero mai frequentate.
“Perché mi racconti di Giorgio?” le chiese, incuriosita.
“In genere funziona con il passaparola, ma è stato lui a dirmi di chiamarti e di darti il suo numero. Io devo partire per Nizza, starò via alcuni mesi. Credo che cerchi un’altra cliente.”
“Hai chiamato anche Concetta?”
“No, Giorgio ha detto di chiamare solo te.”
Era confusa, non credeva di averlo colpito per il suo aspetto o il suo eloquio, avevano scambiato i soliti convenevoli, anzi, ricordava di essersi sentita imbarazzata e di essere arrossita, non era abituata ad essere presentata a uomini giovani e prestanti. Invece Concetta lo aveva scrutato attentamente, nonostante la sorpresa. Silva annotò il numero su una rubrica che teneva in cucina, vicino alla fruttiera. Sua figlia Annina la prendeva in giro perché utilizzava ancora la rubrica per i numeri telefonici, e aveva il telefono fisso, l’unica tra tutte le persone di sua conoscenza, ma il cellulare che Annina le aveva regalato il Natale precedente giaceva nel cassetto del comodino e non aveva ancora deciso se utilizzarlo o meno. Senza pensarci troppo, aveva telefonato a Giorgio. Lui capì subito chi fosse, la chiamò per nome, che nome particolare, bello, Silvia era comune, ma Silva non l’aveva mai sentito prima. Si erano accordati per vedersi la sera dopo, lei aveva proposto un ristorante eritreo al centro in cui l’aveva portata sua figlia l’anno precedente, piccolo e intimo dove sicuramente non avrebbero incontrato nessuna delle sue amiche, si mangiava piccantissimo e con le mani. E, poi, lei adorava i loro falafel. Lui era parso sorpreso, ma aveva acconsentito. Lei avrebbe portato la macchina e si sarebbero visti davanti al ristorante. Silva gli chiese titubante se dopo fosse possibile andare da lui.
“Tutto quello che vuoi tu, Silva” le aveva risposto lui, abbassando il tono della voce. Silva fu tentata di dirgli in quel momento del sesso orale per togliersi il pensiero, ma le mancò il coraggio. Passò la giornata successiva a prendersi cura del suo corpo, non lo aveva mai guardato troppo, sapeva di essere leggermente pingue, la pelle sotto le braccia iniziava a cedere, i seni erano piccoli, ma la forza di gravità, insieme all’età, non aveva risparmiato neanche loro e il viso aveva tutte le rughe d’espressione che non aveva mai pensato di cancellare, non era mai stata bella, neanche in gioventù, e depilarsi per bene e cospargersi di crema idratante a sessant’anni non l’avrebbe resa più bella, ma ci teneva a mostrarsi al suo meglio. Era andata dal parrucchiere, si era truccata leggermente, aveva indossato un nuovo completo intimo di pizzo nero e un vestito di seta verde. Le piaceva sia la seta al tatto che il colore, era un vecchio vestito, ma le stava bene e la rassicurava rimanere comunque se stessa. Quando uscì dal garage in strada con la macchina si sentì stranamente calma. Si fermò a prelevare dal bancomat una somma consistente, non avevano pattuito la cifra e non aveva idea della tariffa, inoltre doveva pagare la cena. Arrivò davanti al ristorante con qualche minuto di ritardo, aveva trovato parcheggio poco lontano e tirò un sospiro di sollievo quando vide che lui era già davanti al locale. Era poggiato su una macchina e stava fumando, quando la scorse, schiacciò la sigaretta e le venne incontro. Portava una giacca scura e dei jeans, era carino e giovane, magari qualcuno avrebbe pensato a madre e figlio a cena insieme. Lo salutò senza guardarlo in viso ed entrò nel locale. Una volta al tavolo si aspettava che lui iniziasse e portasse avanti la conversazione, ma Giorgio non parlava, neanche sorrideva.
“Cazzo!” esclamò al primo boccone di carne speziata. Diventò tutto rosso e a Silva fece tenerezza.
“Devi mangiarlo con il pane” gli spiegò, strappò un pezzo della piadina con le mani e glielo porse. Lui lo mangiò direttamente dalle sue dita.
“Non mi sento più le labbra” le spiegò mortificato.
Silva stava per scusarsi per la scelta del ristorante, ma poi all’improvviso scoppiò a ridere.
“Sapessi che faccia che hai fatto! Prova i falafel, quelli non sono piccanti.”
“Una bella signora a cui piace il piccante” commentò lui, ammiccando. Silva s’irrigidì, le sembrava di essere finita in un romanzo rosa per gerontofili, per un attimo aveva scordato chi era Giorgio e lo scopo della serata.
“È possibile fare domande?” chiese, guardandolo finalmente negli occhi. Erano scuri, le ciglia erano lunghe e le sopracciglia folte.
“Sulla mia vita? Sul perché lo faccio? Se mi piace? Se cerco la mamma?”
Era infastidito e aveva assunto un’aria di sfida. Silva scosse la testa, ma non distolse lo sguardo.
“Ho avuto l’impressione di conoscerti, quando ci hanno presentato fuori dal cinema”, le spiegò Giorgio rilassandosi e accennando un sorriso. Sembrava che avesse fatto uno sforzo per calmarsi, probabilmente era una strategia consolidata, qualche complimento e sorrisi ammicanti.
“Ti ho telefonato perché voglio che tu mi faccia un cunnilinguo.” La voce le uscì ferma, non sorrideva. Anche lui smise di sorridere. Si alzò e le prese la mano.
“Andiamo” le disse. Silva prese la borsetta attaccata alla sedia, liberò la mano e andò verso la cassa. Lui, allora, le afferrò il braccio con una certa violenza.
“No, pago io.”
Silva pensò che probabilmente avrebbe aggiunto la cena alla sua tariffa e immaginò che facesse parte del suo lavoro recitare il ruolo del gentiluomo per compiacere maggiormente le clienti.
Raggiunsero in silenzio la macchina di Silva che si mise al volante.
“Dimmi dove devo andare.”
“Sì, ti do io le indicazioni. Non è troppo lontano.”
Giorgio guardava fuori dal finestrino e ogni tanto, agli incroci, le indicava la strada. Aveva una voce piacevole, senza nessuna particolare inflessione dialettale. Parcheggiarono proprio sotto casa, una bella palazzina stile anni venti di tre piani con un giardino curato, alcune biciclette e due motorini parcheggiati a ridosso del portone. Un gatto venne loro incontro, ma lui lo ignorò ed entrò velocemente.
Salirono al primo piano e lui aprì la porta alla loro destra. Entrarono in un grande ambiente con il parquet per terra e le pareti bianchissime. C’erano pochi mobili.
“Hai una bella casa” commentò lei guardandosi intorno.
“Grazie, mi sono trasferito da poco” replicò lui. Le sembrava ancora arrabbiato e lei iniziava a pentirsi di averlo chiamato e di aver dato inizio a quella serata.
“Le donne, anche quelle che mi pagano, mi devono piacere…” iniziò a spiegare. Silva sorrise, stava per essere congedata. Da un gigolò.
“Non riesco ancora a capire se sei solo molto timida o stronza.”
Si sentì compiaciuta e subito dopo infastidita per il proprio compiacimento. Avrebbe voluto chiedergli se tutte le donne che gli dovevano piacere fossero così patetiche da essere rassicurate da frasi fatte.
“Quanto prendi?” chiese invece.
Lui le disse la cifra, a lei parve tanto, ma non lontano da quanto avesse pensato che fosse la sua tariffa. Le prese di nuovo la mano e stavolta Silva non si liberò e si fece portare in camera da letto.

La mattina dopo, molto presto, scendeva le scale cercando di fare meno rumore possibile dopo aver chiuso piano la porta. Si era rivestita mentre Giorgio la guardava in silenzio, lui aveva soddisfatto la sua richiesta e dopo era salito sul suo corpo rilassato e avevano avuto anche un rapporto completo. Poi le aveva sussurrato qualcosa all’orecchio, ma lei non era riuscito a capire bene, era spossata e ancora lievemente eccitata. Non gli disse che si sarebbero rivisti, né che avrebbe richiamato, né lui glielo chiese. Prese i soldi dalla borsa e li lasciò sul comò, sotto una lampada. Aggiunse anche il costo della cena, nel caso lui non lo avesse incluso.
“La prossima volta parliamo di cinema. Mi piace molto” le disse beffardo quando lei era sulla porta della camera. Si voltò, ma lui era nudo sul letto e le parole le morirono in gola.
“Sì, anche a me piace il cinema” mormorò alla fine.
Era quasi arrivata al portone quando il suo cervello registrò la parola esatta che lui le aveva sussurrato all’orecchio. Scoppiò a ridere mentre usciva.

(Foto dal film “Une liaison pornographique” di Frédéric Fonteine)