Alba

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Alla lettrice, al lettore: alcune parti di questo racconto potrebbero urtare la tua sensibilità

Alba era una bionda alta e formosa. Indossava gonne al ginocchio e golfini di lana leggera che si tendevano sul seno prosperoso, i lunghi capelli erano raccolti in cima alla testa in una crocchia morbida. Quell’anno andavano di moda i capelli corti, alla maschietta, ma lei mai avrebbe rinunciato ai suoi capelli lunghi e folti. Gli occhi, grandi e allungati, erano di un azzurro chiarissimo. Spiccava tra le colleghe piccole e brune mentre correva per prendere il tram all’uscita dal lavoro, un’orda starnazzante di gallinelle scure con lei dorata che zampettava da regina. Non era giovanissima e sua madre si disperava che non fosse ancora sposata a ventisette anni. Lei la rassicurava, erano nel 1963, aveva un buon lavoro come segretaria in un’assicurazione, era un’ottima dattilografa, ed era innamorata del proprietario del negozio di cappelli che si trovava di fronte all’assicurazione, un bel ragazzo alto e biondo, che ogni tanto l’aspettava all’uscita del lavoro per darle un passaggio in macchina, così arrivava prima a casa. Non poteva dire a sua madre di Riccardo, perché Riccardo era sposato. Non l’accompagnava a casa, la portava in un appartamento a San Lorenzo, piccolo e freddo, un’eredità materna, una vecchia zia nubile morta da qualche tempo. I mobili erano pochi e la casa disabitata da mesi era sporca, però c’era un letto. Alba aveva portato delle lenzuola e una coperta la seconda volta che erano venuti perché il vecchio materasso bitorzoluto con la fodera ingiallita le faceva senso. All’inizio era imbarazzata, si spogliavano in silenzio, non c’era neanche la corrente, era staccata, Riccardo non apriva le persiane, accendeva alcune candele che erano in fila sul vecchio comò di legno scuro, davanti al letto. Avrebbe voluto chiedergli se era la prima a venire in quell’appartamento, se ce n’erano state altre, lui sembrava abbastanza sicuro di sé, come se non fosse nuovo a situazioni di questo genere, ma poi aveva taciuto, forse preferiva non saperlo. Il sesso era veloce e poco soddisfacente per lei. Riccardo le chiedeva di sciogliersi i capelli, glieli pettinava con le dita lunghe partendo dalla nuca e le diceva che era bellissima, che la desiderava e che viveva per quell’unico incontro settimanale. Era gentile e attento a non pesarle troppo addosso e veniva fuori prima di eiaculare versandole il seme sull’addome e sui fianchi. Le voltava la schiena restando sdraiato, mentre lei si ripuliva seduta sul letto e le parlava a lungo a bassa voce. Lei guardava la sua nuca, la sfumatura dei capelli sempre curata, la curva del collo, la linea delle spalle che vibravano leggermente alla luce fioca delle candele e lo amava con tenerezza, una tenerezza che non avrebbe più provato nel corso della sua vita, a letto con altri uomini, dopo sesso più soddisfacente, ma avrebbe spesso ripensato a lui, a quei momenti di intimità piacevole e impacciata. Le parlava di qualche episodio della sua infanzia o di qualche cliente particolarmente esigente. Una volta le aveva raccontato di una signora sovrappeso e con un odore forte di sudore, i baffi neri e spessi sul labbro e sul mento la quale aveva pagato una fortuna per un ridicolo cappellino viola e giallo, con una piccola piuma multicolore sul lato. Alba aveva riso portandosi una mano sulla bocca fino alle lacrime e lui si era girato a guardarla come sorpreso di averla fatta ridere, le aveva detto che così gli tornava la voglia e l’aveva fatta stendere di nuovo sul letto. Affinché sua madre non si insospettisse troppo, perché lei, quando non lavorava, avrebbe preferito starsene a casa tranquilla, chiusa in camera a leggere Grandhotel che prendeva dalla sala d’aspetto dell’agenzia il sabato per riportarla il lunedì successivo, ascoltando e riascoltando la musica dal mangiadischi arancione, qualche volta di domenica pomeriggio accettava di andare al cinema con Celeste, sua vicina e sua compagna alle elementari. Celeste portava con sé suo fratello Ettore, un ragazzo di ventidue anni, basso e magro, con un naso importante che le guardava le gambe e cercava sempre di rimanere solo con lei, sfiorandole le braccia alla prima occasione e procurandole brividi di repulsione. C’erano stati dei pomeriggi in cui se lo era ritrovato fuori dall’assicurazione per riaccompagnarla a casa, prendeva con lei il tram. Non parlava molto e quando lo faceva sembrava avere difficoltà a staccare lo sguardo dal suo seno.
“Il mio lavoro in officina è solo provvisorio” le aveva confidato un venerdì pomeriggio durante il tragitto verso casa “Vorrei andare in America, da mio fratello Vittorio, a Boston. Fare i soldi e poi tornare qui e aprire una mia officina. Se vieni con me in America non torniamo e ci stabiliamo lì.”
“Sei più giovane di me, chissà quante ragazze ci trovi in America.”
Ma il discorso era stato ripreso in altre occasioni e più Ettore si faceva insistente più le sue risposte diventavano vaghe.
Ormai si era a metà marzo, Riccardo l’aspettava ogni lunedì, la loro storia andava avanti da quasi un anno quando sua moglie era entrata all’improvviso nell’assicurazione, proprio un lunedì pomeriggio ed era venuta spedita alla sua scrivania. Le aveva fatto una scenata, mentre lei restava seduta sulla sedia, senza la forza di alzarsi, piena di vergogna, davanti alle altre tre colleghe e al titolare dell’agenzia, il signor Angelo, che richiamato dalle urla si era affacciato alla porta del suo ufficio.
“Signorina, io non lo so perché vuole prendersi mio marito con tutti gli uomini che ci sono a Roma! Si deve vergognare! Se pensa che ci sia qualcosa per lei, denaro o pellicce, si sbaglia di grosso. È tutto mio, il negozio è dei miei genitori, quel disgraziato era solo un commesso fino a che non m’ha sposato! E se pensa di essere l’unica si sbaglia. Ho dovuto licenziare la commessa bruna quest’inverno!”
Alba aveva il volto in fiamme, l’umiliazione le impediva di difendersi, di trovare scuse. La donna era incinta, giovane e carina. Alba sapeva che Riccardo era sposato da dieci anni, lui le aveva accennato a problemi coniugali, incomprensioni e ripicche, le aveva detto che da anni non dormiva insieme con la moglie, ma lei aveva a malapena ascoltato. Non le importava molto del suo matrimonio, era innamorata di lui, era elegante e curato, aveva mani bellissime e trovava piacevole il suo profumo, il fatto che parlasse un italiano senza inflessioni, che le sussurrasse parole d’amore con la sua voce da doppiatore. Non aveva mai riflettuto su quale potesse essere il loro futuro, sapeva che presentarlo alla sua famiglia, a sua madre, ai suoi fratelli, a suo padre non sarebbe mai stato possibile, ci sarebbero state scenate, probabilmente i suoi fratelli l’avrebbero chiusa in casa e lo avrebbero pestato a sangue. L’unica soluzione poteva essere fuggire insieme, in un’altra città, ma avrebbero perso entrambi il lavoro. L’aveva proposto a Riccardo qualche settimana dopo la scenata della moglie, quando lui le aveva fatto avere un breve messaggio dalla sua collega Marinella la quale, con curiosità e un pizzico d’invidia per quella storia da rotocalco, l’aveva consolata. Si sentiva triste, come se avesse l’ influenza, ma consapevole dell’impossibilità di continuare a vederlo, della necessità di interrompere il rapporto amoroso, nonostante ci fosse un nocciolo duro, ostinato, convinto dentro di lei che le faceva sperare di trovarlo ad aspettarla la sera, di tornare indietro a quei loro lunedì. Riccardo l’aveva guardata incredulo, ai giardinetti non lontano dal posto di lavoro dove le aveva chiesto di incontrarlo, l’amava immensamente, lo sapeva, le aveva spiegato calmo, ma non poteva fuggire con lei, lasciare il negozio e la moglie incinta. Le chiedeva di aspettarlo, tra qualche mese la morsa del controllo della moglie e del suocero, che era tornato a lavorare al negozio, si sarebbe allentata e loro potevano continuare a vedersi, serviva maggiore riserbo e attenzione, avrebbe trovato un nuovo appartamento e magari avrebbero cambiato il giorno. Si era alzata dalla panchina dove erano seduti con un sorriso stanco sulle labbra, gli aveva fatto una carezza leggera sulla giacca e gli aveva risposto che ci avrebbe pensato, potevano riparlarne. Quella sera Ettore l’aspettava all’uscita del lavoro. Aveva un viso serio ed era ancora più silenzioso del solito. Scesero dal tram sempre in silenzio, Alba si sentiva inquieta. La strada che portava a casa era scarsamente illuminata e c’erano campi infangati a destra e a sinistra, aveva piovuto nel primo pomeriggio. Alba affrettava il passo, Ettore la seguiva più calmo. Le afferrò un braccio all’improvviso e la spinse sul campo, Alba era più alta di lui, ma lui era tutto nervi e forte. La buttò in terra e le salì sopra, cosa fai, cosa fai gli chiedeva impaurita.
“Se l’hai fatto con lui, lo puoi fare pure con me” le disse sbavandole in un orecchio, premendole una mano sul viso. Le mancava l’aria e le faceva male, dio se le faceva male, forse perché era grosso, forse lei non era preparata. Usciva sangue, una volta finito, era semisvenuta non lo aveva sentito nemmeno venire, la gonna era sporca di fango e sangue. Ettore l’aiutò ad alzarsi e si spaventò anche lui di tutto quel sangue, la portò in casa, c’era solo Celeste, che la lavò e le prestò i suoi vestiti. Alba si vedeva dall’alto, vedeva le loro mani svestirla e rivestirla, le loro labbra che si muovevano. Celeste la mise seduta in cucina e le preparò una camomilla, sempre parlando con voce calma e rassicurante.
“È un bravo ragazzo. Vedrai che ti sposerà, stai tranquilla. Abbiamo sentito delle chiacchiere di te e di quel damerino che lavora di fronte all’assicurazione…”
Intanto Ettore si spostava nervoso dall’ingresso alla cucina.
“Può dire che è caduta scendendo dal tram. Che dici?”
Era rassicurante che parlassero di lei come se non ci fosse, aveva un dolore sordo in mezzo alle gambe, le mani le tremavano mentre beveva a piccoli sorsi la camomilla, scottandosi la lingua. Accoglieva con soddisfazione anche quel dolore, sentiva che il corpo si risvegliava a ogni sorso.
“No, io non sposo nessuno.” Aveva parlato a bassissima voce, ma i due fratelli si voltarono di scatto. Si alzò e si incamminò incerta verso la porta.
“Non lo dirò a nessuno.”
Sua madre probabilmente capì qualcosa, ma le permise di mettersi subito a letto e finse di credere alla storia della caduta dal tram. Alba rifiutò di stare in casa, andò al lavoro, anche se sanguinò ancora per un paio di giorni. Lara, una levatrice vicina di casa di Marinella da cui andò per farsi visitare il lunedì seguente, fu gentile, la medicò, parlò poco e le diede una pomata antibiotica da mettere due volte al giorno e una tisana verde e amara. Ettore si fece insistente, le propose il matrimonio, ne parlò persino con i suoi una sera presentandosi a casa sua, sedendosi al tavolo con suo padre dopo cena, come se si dovesse solo decidere la data, ma Alba rimaneva silenziosa e quella sera se ne andò a letto, adducendo un mal di testa e suo padre fu costretto a dire a Ettore che avrebbero affrontato la questione un’altra volta. Nei giorni successivi Alba chiese a Gino, suo fratello di sedici anni, di andare a prenderla all’uscita del lavoro, che c’era un maniaco sul tram che toccava il sedere delle ragazze e sua madre lo costrinse ad andare. Poi un giorno, dopo il lavoro, trovò Celeste ad aspettarla alla fermata del tram, non avevano più parlato. Piangeva e stringeva tra le mani un fazzoletto bianco, sul quale lei appuntò gli occhi per non guardarla. Provò a passarle accanto ignorandola, ma Celeste le si parò davanti.
“S’è tagliato le vene. Ti prego! Non ho mai visto tutto quel sangue quando papà ha sfondato la porta del bagno. Lo hanno portato in ospedale, a San Giovanni.”
Alba fu presa dall’orrore di tutta quella situazione. Una tragedia, era diventata una tragedia, eppure sentiva una voglia irrefrenabile di ridere, solo con un enorme sforzo di volontà si impose di non perdere il controllo.
“Andiamo, vieni con me,” la implorò Celeste, ma Alba già la seguiva alla fermata del tram che le avrebbe portate a San Giovanni.
Arrivata in ospedale sfilò davanti al padre e agli altri familiari in lacrime, che la fissarono con il sospetto che Ettore si fosse tagliato le vene per lei, per il suo povero e grande amore respinto.
“Continuava a chiamarti” le confidò, infatti, a bassa voce Celeste. Con la complicità di un’infermiera che conoscevano riuscirono a entrare nella stanza dov’era ricoverato, c’erano altri tre uomini nei letti disposti lungo i muri, che guardarono con interesse le due ragazze che si avvicinavano al letto di quello che s’era quasi ammazzato per amore. Ettore era pallido e aveva i polsi fasciati, era steso supino e aveva gli occhi chiusi, una flebo attaccata al braccio destro. Celeste lo chiamò e lui aprì gli occhi. Li appuntò su Alba e prima che lei riuscisse a parlare disse con una voce decisa, che lei non si aspettava:
“Se non mi sposi la prossima volta non sbaglio. Mi butto dalla finestra o da un ponte.” Poi richiuse gli occhi.
Alba e Celeste uscirono silenziose dalla stanza quando capirono che lui non avrebbe riaperto gli occhi, né aggiunto un’altra parola a quello che aveva già detto. Alba prese l’ascensore da sola, lasciando Celeste con la sua famiglia. Tutti erano silenziosi e sembravano in attesa che lei parlasse, Alba invece voleva solo tornarsene a casa. Seduta sul tram vuoto sentiva che doveva prendere una decisione, non sapeva se Ettore ci avrebbe provato nuovamente, ma era scioccata per quello che aveva fatto. Scese e cominciò a camminare lungo il ciglio della strada quasi buia, sentiva l’erba umida accarezzarle le caviglie. L’erba era cresciuta tanto in un mese, ora le arrivava a metà coscia, prese a giocare con i fili mentre avanzava verso casa. C’era qualche papavero, ma erano a malapena visibili con quella luce scarsa. Prese per i campi, si bagnò le calze e la gonna, ma continuò ad avanzare nell’erba. Si buttò in ginocchio e si appoggiò sulle mani, a carponi. A capo chino cominciò a urlare. Dapprima le uscirono brevi suoni acuti, come guati, poi urla sempre più forti fino a che la gola le andò in fiamme. Continuò a urlare muta.

(La foto dal film “Un tram che si chiama Desiderio” di Elia Kazan)

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Io, mio padre e Guerre Stellari

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La prima volta che sono andata al cinema da bambina l’ho fatto con mio padre. Siamo andati a vedere il primo film della saga di Star Wars. All’epoca si chiamava Guerre Stellari. Siamo arrivati tardi all’Universal, un cinema di Roma in cui sono tornata diverse volte durante gli anni dell’università perché è vicinissimo a La Sapienza e tutte le volte che ci sono entrata mi sono commossa perché basta sempre poco per commuovermi e perché era il cinema dei miei primi film (ed ero andata con altri universitari a vedere Crash di Cronenberg, per dire). Ho visto Star Wars con mio padre il pomeriggio del 25 dicembre e ricordo una marea di gente in fila alle casse. Siamo entrati che il film era già iniziato, era molto buio, se non un po’ di luce che veniva dallo schermo e non abbiamo trovato posto sulle poltroncine di legno della sala e alla fine ci siamo seduti per terra, addossati al muro, ma ero già presa dal film e non avvertivo la scomodità del pavimento, non sentivo neanche mio padre che mi offriva la Bomboniera che mi aveva comprato prima di entrare in sala e di cui ero ghiottissima. Stavo incantata verso lo schermo, volavo su una navicella con Luke, partecipavo a combattimenti stellari sulla Millennium Falcon e i robot R2-D2 e C-3PO mi parlavano. Ed ero la principessa Leila, ovviamente. Il secondo film visto al cinema con mio padre, sempre all’Universal, è stato Flash Gordon con una bellissima e seminuda Ornella Muti, un film colorato, fumettistico, diverso da Star Wars, che sarà sempre il mio film di fantascienza come Persona di Bergman è diverso da Deserto rosso di Antonioni, due film che parlano della stessa cosa, ma Deserto rosso rimarrà sempre il mio film dell’alienazione femminile paradigma di quella umana (potrei andare avanti a fare paragoni improbabili e assurdi tra film all’infinito ed è per questo che non faccio recensioni di nessun tipo. Invece di convincere gli spettatori li manderei in confusione). L’ultimo film visto da adolescente con mio padre, perché poi ho iniziato ad andare al cinema con amiche e fidanzati, a vedere film bruttissimi rimpiangendo mio padre, è stato Terminator con Schwarzenegger. E sì, mio padre è un appassionato di fantascienza, e in tv, ad esempio, ho visto tutti -tutti- gli episodi delle serie di Star Trek e qualsiasi telefilm che avesse un universo da esplorare e una navicella per farlo. E no, le serie tv non sono nate adesso con Sky e Netflix. A venti anni, impegnata nel primo esame di storia e critica del cinema, ho ripagato mio padre dall’avermi fatto scoprire il cinema, e la fantascienza, costringendolo a vedere La corazzata Potëmkin, a luci spente, in cucina, seduti sulle sedie e con i gomiti sul tavolo e siamo rimasti in silenzio per tutto il tempo, mio padre non ha commentato, ma ricordo la sua espressione sorpresa alla fine del film di Ejzenštejn. Credo che gli fosse piaciuto. La settimana seguente abbiamo guardato insieme Aguirre, furore di Dio di Herzog, a me è piaciuto molto, ma lui subito dopo mi ha detto che vedevo troppi film strani e ha spostato il lettore VHS dalla cucina alla cameretta. L’ultima volta che sono stata al cinema è stato il 26 dicembre di quest’anno e l’ho fatto con i miei figli e con mio padre. Siamo andati a vedere l’ultimo film della saga di Star Wars, non so a quale numero siano arrivati, da qualche anno hanno iniziato a numerarli. Ci siamo seduti in quarta fila, perché nonostante le proteste di tutti gli altri, i film li vedo dalle prime file che devo stare proprio dentro lo schermo, su poltrone blu comodissime. C’era sempre Luke, anche se è diventato Yoda e forse la Forza ha questo effetto sugli Jedi e arrivano a somigliare tutti a gremlins poco pelosi. C’erano i miei robot e Chewbecca. C’era Benicio del Toro che faceva il birbante e balbettava (vale da solo il film) e ho sentito un brivido perché sostituiva in qualche modo, male, ma lo faceva, Ian Solo. E io sono stata ancora la Principessa Leila, anche se adesso la chiamano Leia.

(Nella foto la locandina originale del film Guerre Stellari di G. Lucas)

La cravatta (Un’appendice)

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Certe cose è meglio non dirle, si raccomandava sempre sua madre. La comunicazione è il tratto distintivo dell’umanità, la quantità di informazioni che ci siamo scambiati fin dalla nascita della specie umana ha fatto la differenza per la nostra evoluzione, niente è più importante della parola, gli spiegava, invece, il professore di italiano, un signore alto e ben vestito di grigio, anche la cravatta, gli occhiali quadrati con la montatura di metallo. Stefano fissava la sua cravatta sorpreso, durante le lezioni. Nessun altro adulto che conosceva portava la cravatta, soprattutto di giorno e soprattutto a scuola, neppure il Rettore, che girava per la scuola, a volte entrando improvvisamente nelle aule dove si svolgevano le lezioni, chiedeva quale fosse l’argomento trattato e attaccava a parlare “con fine arte oratoria” gli aveva scritto una volta Liang su un foglietto, passandoglielo sotto il banco, mentre lui sbadigliava. Il Rettore indossava sempre giacche colorate sopra camicie colorate, era piccolo di statura e pelato, ma non portava la cravatta. Forse era un bene.
“Magari è daltonico” gli ha sussurrato Liang, dopo che lo hanno incrociato in corridorio, la giacca verde e la camicia rossa. Con il professor Natoli, l’uomo in grigio, il Rettore entrava, gli lanciava un’occhiata e poi richiudeva la porta, accennando un saluto. Già solo per questo Natoli è un mito, hanno decretato a letto, fin dalle prime sere, Stefano e Liang.

Stefano ha parlato con sua madre del professor Natoli la prima volta che si sono rivisti da quando è entrato in convitto; è passata a prenderlo un pomeriggio e sono andati in gelateria, un mega cono con mora e fragola, come piace a lui. Sua madre gli manca, ogni giorno. Mentre leccava il gelato avrebbe voluto chiederle se anche lui le mancasse, ma poi ha pensato a quella cosa che certe cose è meglio non dirle e non glielo ha chiesto. Sembrava allegra, parlava ininterrottamente, lo abbracciava ogni tanto mentre passeggiavano, era carina, indossava un vestito a fiori e aveva tagliato i capelli, portava il rossetto rosso.

“Sei cresciuto, guarda ora mi arrivi alla spalla, la prossima volta faccio venire anche Isa, mi chiede sempre di te, tua zia la sta viziando. Ma tu, come stai, tesoro?”
“Voglio tornare a casa.”
Sua madre lo ha baciato sulla fronte.
“Raccontami dei tuoi professori. Sono simpatici? E i tuoi compagni?”
Stefano si è scostato, infastidito.
“Sì, tutti simpatici, soprattutto il professore di italiano e Liang.”
Sua madre ha guardato l’orologio, sembrava impaziente. Forse era solo imbarazzata, si sentiva in colpa perché lo lasciava a marcire in quella scuola.
“Il professore porta strane cravatte, anche con donne nude.”
Lei è scoppiata a ridere, un bel suono. Lo ha abbracciato di nuovo e questa volta non si è scostato subito. Anche lui ha sorriso. Le cravatte del professore erano tutte grigie, non c’erano donne nude, lui ce l’ha proiettate quella volta che parlava delle Sirene, le cravatte gli sembravano perfette per le code delle Sirene, ma questo a sua madre non l’ha raccontato. Inoltre le Sirene di Natoli erano dei mostri, non erano donne morbide con la coda argentata e a seno nudo, che s’inarcavano allettanti e gli sussurravano dolci melodie, erano corvacci con il viso crudele. Ma Stefano voleva le sue di Sirene sulle cravatte, in fondo le immaginava lui.

(Foto dal film “I 400 colpi” di François Truffaut)

La radice nell’aria

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quando mi dici guardami bene, guarda:

l’albero è capovolto, la radice è nell’aria.

(Pierluigi Cappello)

Stefano non riusciva a dormire. Era una settimana che passava la notte nel dormitorio del convitto. Il dormitorio era una stanza grande con sei letti, disposti in file di tre, la finestra si trovava in alto a destra, con i vetri bloccati, e davanti una tenda pesante, grigia. Si raccontava che Giuseppe Pinto, la prima notte che aveva passato lì, avesse messo una sedia sotto la finestra, si fosse arrampicato e poi fosse volato giù. Tibia e perone. Giuseppe Pinto Stefano non lo aveva mai conosciuto, magari era morto, aveva detto Liang, suo vicino di letto, cinese nato in Italia, come la maggior parte dei convittori. Quando il martedì precedente Stefano era arrivato al convitto e ne aveva varcato la soglia, se ne era sentito inghiottito. Aveva sussultato, ma solo interiormente, al rumore del grosso portone che gli si chiudeva alle spalle, per il resto neanche un tremore lo scuoteva, i denti saldi in bocca, serrati, mentre seguiva il bidello Carlo lungo il corridoio con una parete a vetri che dava sul grande piazziale antistante la facciata principale, un retaggio dell’architettura umbertina, gli architravi delle due file di finestre pesantemente decorati, gli archi e le colonne di un caldo color crema. Le scarpe da ginnastica producevano un rumore stridente sul pavimento di marmo, era come se delle ventose fossero sbucate dal pavimento e gli rallentassero il passo e avrebbe voluto dire a Carlo, che procedeva spedito con le sue scarpe di cuoio, di aspettarlo. Guardami, Carlo, guardami! Adesso la venatura marrone del marmo si aprirà e mi trascinerà di sotto, mi risucchierà attraverso le ventose sotto le scarpe, come piccoli imbuti o clessidre e non lo so cosa troverò qui sotto. Carlo, ignaro, continuava a incedere anche se Stefano gli urlava di fermarsi. Cominciò a scivolare dentro il pavimento, si assottigliò e vorticò su se stesso come un foglio di carta, attraversò la venatura, le tubature grigie del gas, un terriccio marrone bruciato e scese, scese giù. C’era caldo e lui scendeva, vorticava e scendeva. Sembrava che non dovesse mai fermarsi, quando rallentò, vide che c’era di nuovo terriccio, poi delle tubature grigie e infine un pavimento. Uscirono prima i piedi, poi il corpo e infine la testa. E rimase così. A testa in giù. Delle piccole manine bianche spuntarono dalla sua testa e il suo corpo cominciò a muoversi, come se ci fosse una corda che lo tenesse per i piedi, ma cavolo non c’era, e il suo corpo quasi ballava sul pavimento. Davanti a sé vedeva altri corpi come il suo che si muovevano, si fermavano, parlavano tra loro. Sembrava una scuola, erano tutti ragazzi, c’era molta luce proveniente dalle pareti a vetro, un edificio moderno con il soffitto e il pavimento a scacchi bianco e nero. Le manine lo guidavano come se sapessero esattamente dove portarlo. Una ragazzina con i capelli biondi corti e le lentiggini gli sorrise. Come facevano le bambine a portare i capelli lunghi vivendo a testa in giù? Si guardò intorno, avevano tutti i capelli corti. Sua sorella si sarebbe rifiutata di vivere a testa in giù, urlava fino a non avere più voce quando sua madre la portava dalla sua amica parrucchiera. Sua sorella, sua madre, suo padre…li avrebbe mai rivisti? Ora li odiava tutti, con ferocia, i suoi genitori lo avevano iscritto al convitto, togliendolo dalla sua vecchia scuola, suo padre era stato trasferito a Milano per lavoro e sua madre era stata assunta in un call center, avevano bisogno di una scuola dove potesse anche dormire, sua zia Adele si era resa disponibile solo per tenere sua sorella, che aveva sei anni, durante le notti in cui sua madre lavorava.
“E’ colpa della crisi” gli aveva detto suo padre, stringendogli una spalla con una presa da vero uomo.
“E’ colpa della crisi” gli aveva sussurrato sua madre, senza guardarlo in faccia, continuando a cucinare.
Ed ora per colpa della crisi si trovava da qualche parte nel mondo a testa in giù, correndo su delle manine.
“Allora, ragazzino, come hai detto che ti chiami?”
Stefano guardò Carlo che aspettava impaziente davanti alla porta con la targa Rettore sopra, il pugno alzato pronto a bussare.
“Stefano, mi chiamo Stefano.”
Era tornato a testa in su, si toccò i capelli: le manine bianche erano scomparse.

Da quel martedì ancora non riusciva ad abituarsi alle giornate e soprattutto alle notti nel convitto e si sentiva, ma solo un poco, rassicurato dal fatto che nel sesto letto, quello sotto la finestra, dormisse l’educatore, Ettore, un ragazzo di ventisette anni, che i convittori la sera potevano fare come volevano, basta che lo lasciassero studiare e scambiare messaggi con gli amici. Fare come volevano a undici anni era parlare di sesso come trentenni navigati e dire parolacce. In italiano e in cinese. Anche se Liag sapeva più parolacce in italiano che in cinese e gli aveva confidato che provava vergogna a dirle in cinese. Forse c’è una lingua per ogni cosa, aveva risposto Stefano, il cinese per la vergogna, l’italiano per le parolacce.
“Il tedesco, secondo me, è per quelli che vanno male al bagno, allora” aveva esclamato Liang, con entusiasmo. “Il francese per i pompini!” si era infervorato Stefano, lui e Liang avevano capito tutto.
“Voi due lì, troppo casino, abbassate la voce.”
Liang si era addormentato, a volte sembrava avere un interruttore, chiudeva gli occhi e s’addormentava, mentre lui stava ore a girarsi nel letto. Invidiava i semiconvittori che alle diciassette tornavano a casa, dopo i compiti pomeridiani e una partitella a pallone di tre ore, tutti a casa. Le ragazze erano poche, giocavano a pallavolo, oppure se ne stavano sui muretti a guardarli giocare. Stefano non capiva perché non giocassero a calcio con loro. Nella sua vecchia scuola le bambine erano brave, c’era Angela che era pure capocannoniere e nella conta se la litigavano. Quando aveva provato a dirlo a Paolo che sembrava il capo, aveva quindici anni ed era pluriripetente, quello era scoppiato a ridere.
“Chi abbiamo qui? Un femminista? Te le fanno odorare le mutandine a te, eh? Non farti fregare dalla rossa con le trecce, le mutande di quella puzzano di piscio. Io le ho odorate tutte. E col cazzo che le faccio giocare a calcio. Devi trovare un altro modo, fattelo dire. Ma sei nuovo. Poi te lo spiego io come funziona con le femmine”.
Stefano si era sentito diventare rosso, tutti lo guardavano, era acceccato dalla rabbia. Aveva chiuso gli occhi e quando li aveva riaperti Paolo aveva un’enorme lampadina al posto della testa. Un’enorme lampadina con i fili di tungsteno iridiscenti. Aveva abbassato la testa e caricato come un toro, il corpo di Paolo, grosso e dalle braccia lunghe, era ancora il corpo di Paolo. Solo la testa era una lampadina. Lo aveva colpito all’addome con una tale violenza da buttarlo a terra, la lampadina non si era rotta però, e Paolo lo colpiva con certe badilate alle spalle e alla testa, mentre Stefano lo teneva per la vita, senza riuscire a sollevarsi, una mano incastrata sotto il corpo dell’altro. Poi Stefano morse, ringraziò mentalmente sua sorella, un trucco da femmina, pensò malignamente, stringendo i denti sul fianco di Paolo. Che si contorse e liberò la sua mano alzando il fianco. Immediatamente era salito sul corpo di Paolo fino alla testa, aveva afferrato la lampadina bruciandosi i palmi delle mani, ma non aveva mollato e aveva cominciato a svitarla, mentre a cavalcioni gli immobilizzava il torace. Aveva di nuovo chiuso gli occhi, infastidito dalla luce della lampadina e quando li aveva riaperti era in piedi, tutto rosso, con Paolo enorme e sghignazzante che lo guardava.
“Allora, vuoi giocare o no, femminista?”
“Sì, certo che gioco. Ma secondo me possono giocare pure le femmine” aveva risposto, ma a bassa voce e senza guardargli la faccia, dove prima c’era la lampadina, correndo sul campo di cemento verso la palla.
Ed ora non riusciva a dormire. Era già andato in bagno tre volte, tanto per fare qualcosa, ma il corridoio aveva solo la luce d’emergenza accesa, l’ultima volta aveva visto un’ombra piccola e veloce che spariva nella stanza dei compiti, era tornato veloce a letto e deciso che la pipì se la teneva fino alla mattina dopo.

(Foto dal film “Zero in condotta” di Jean Vigo)

Il picchiotto

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La signorina Antonietta era per tutti gli abitanti della via la Signorina. Aveva ottantasette anni e aveva sempre vissuto nell’ultima casa della via, la più grande, a due piani, bianca e con le imposte di legno grigio. La casa aveva un bel giardino che correva tutto intorno con un bel roseto a ridosso della rete di recinzione che dava sulla strada. Da qualche tempo il giardino aveva un aspetto poco curato, da quando cioè, Cesare, il vecchio giardiniere che se ne occupava un paio di volte a settimana, era passato a miglior vita. L’erba era cresciuta troppo e le rose, ormai sfiorite in autunno, avevano bisogno di essere potate. I numerosi gatti si aggiravano indisturbati per il giardino e la casa, mentre la Signorina ormai usciva solo per portare loro da mangiare. C’era una nuova cucciolata quel novembre, tre gattini curiosi e impertinenti. Macchia, la loro madre, una gatta giovane, bianca e pezzata di nero, si era insediata in casa e li aveva dati alla luce nella vecchia stufa a legna all’angolo della sala che la Signorina non accendeva più da decenni. Molte stanze erano chiuse da tempo e la Signorina non ci metteva più piede, soprattutto quelle del primo piano e la soffitta. Utilizzava solo alcune stanze del piano terra, la cucina, dove passava davanti alla tv la maggior parte del tempo, la sala con lo specchio rococò dorato e i vecchi mobili tarlati, dove riceveva qualche rara visita, due nipoti, parenti alla lontana di sua madre, o qualche vicina, e la camera da letto. Il padre aveva costruito la sua fortuna con un negozio di picchiotti, era un abile artigiano, ne costruiva di bellissimi con serpenti, leoni, delfini, vere opere d’arte richieste da persone da tutta Italia per abbellire i loro portoni, e lei passava intere giornate nella bottega di suo padre mentre lui ne modellava le forme. Chiamava suo padre con affetto “papà picchiotto” e tutti avevano preso a chiamarlo in questo modo, fino a che non era morto lavorando a uno dei suoi picchiotti, per un infarto, a cinquant’anni. La Signorina, figlia unica e viziata, che aveva da poco compiuto i vent’anni, bruttina, piccola e magra con un gran naso, insieme alla madre si era ritirata in lutto stretto nella grande casa di famiglia. Uscivano raramente, sempre insieme, per fare la spesa o per andare al cimitero, e avevano pochi parenti, nessuno da parte di suo padre che era orfano. La madre era morta da un paio di anni, ultranovantenne, lasciandola sola, pura, vergine e vestita di nero come lo era stata per sessanta anni. La prima sera che bussarono alla porta ci mise un po’ ad andare ad aprire, indecisa dapprincipio se avesse sentito bene e poi, quando il suono del picchiotto si era ripetuto, impaurita. Il cancello esterno era sempre chiuso con una catena. Si domandò se non lo avesse lasciato aperto il giorno precedente, quando era andata a comprare i croccantini per i gatti. Apparve sulla soglia una bambina bionda e in penombra, infatti la luce potente del nuovo lampione, che il Comune aveva ripristinato da poco alla fine della strada su richiesta degli abitanti, arrivava a malapena alla porta di casa, che le sorrise incerta. La Signorina aveva un vecchio paio di occhiali da presbite sul naso, stava leggendo una rivista di gossip che le era arrivata per posta proprio quel giorno-il gossip era la sua passione- e se li fece scivolare sul naso per osservare meglio la piccola.
“Cosa vuole Signorina?” chiese la bambina con una voce che le ricordò la voce di Cesare prodotta da una macchinetta a pile che avvicinava alla gola per parlare dopo la tracheotomia che aveva subito. Cesare, Cesare sospirò il suo cuore prontamente messo a tacere dalla sua mente infastidita da quegli sciocchi palpiti.
“Ti sei persa piccola? Vuoi che ti accompagni dalla mia vicina?” La Signorina infatti non aveva il telefono in casa, sua madre non lo aveva mai voluto, con chi dovevano parlare se non conoscevano nessuno?
“No, no” rispose la bambina con la sua strana voce “ Cosa vuole lei?”
La Signorina fu sorpresa dalle parole della bambina. Era uno scherzo? A volte i bambini venivano a fine ottobre a chiedere caramelle, lei ne teneva apposta un cestino in cucina, ma erano passate solo due settimane da quelle visite. Accese la luce esterna sulla porta e la bambina si spostò fuori dal cono di luce, non prima che lei avesse notato il biondo platino dei capelli e la lanugine sulle guance paffute. Fece per avvicinarsi, ma la bambina si voltò e corse via, sbattendosi il cancello dietro. Allora era vero che lo aveva scordato aperto! Era la prima volta che accadeva in sessant’anni. Pensò che doveva ripetere le tabelline anche la mattina, forse solo la sera non bastava più. Era un piccolo gioco che aveva iniziato a fare con suo padre, lei aveva una vera passione per i numeri e suo padre le chiedeva di fare operazioni a mente via via più difficili, persino radici quadrate e divisioni con la virgola. Sua madre, che aveva assistito sorridendo ai loro giochi numerici senza mai prestarci veramente attenzione, alla morte del marito aveva pensato bene di sostituirsi a lui, chiedendole le tabelline ogni sera dopo cena. Le faceva piacere quel momento di intimità domestica con sua madre, quindi si era prestata a quelle interrogazioni.
La sera dopo, quando il picchiotto battè di nuovo, si spaventò veramente. Aveva fatto attenzione a chiudere con la catena il cancello la sera precedente. Macchia, la gatta, andò subito alla porta miagolando, seguita dai micini. Accese tutte le luci del giardino e aprì la porta, ignorando il tremito che la scuoteva tutta, era vissuta ottantasette anni senza temere niente, non avrebbe cominciato ora. Erano solo scherzi di bambini. Questa volta sulla soglia, oltre alla bambina bionda, c’erano altre due bambine con i capelli rossi brillanti. Erano molto piccole, non ci aveva fatto caso la sera precedente, dato la sua stessa altezza, e tutte avevano guance lanuginose e occhi molto grandi, con le pupille dilatate. Guardò meglio e si rese conto che gli occhi erano completamente neri e molto lucidi. La bambina bionda parlò di nuovo.
“Non avere paura Signorina” disse con la sua strana voce.
La Signorina era indecisa, forse poteva far entrare quelle piccole creature e offrire loro del latte.
“Volete entrare?” chiese gentile, mentre i gatti si strusciavano alle gambe delle bambine e facevano fusa rumorose. Il comportamento dei gatti l’aveva rassicurata, i gatti non sbagliano mai nel giudicare le persone.
“No. Siamo venute a prenderti.”
La bambina era molto seria e la Signorina notò che portava, come le sue compagne, un cappotto bianco. La Signorina sorrise senza denti. Dopo cena toglieva la sua dentiera, la puliva e la metteva nel bicchiere sul comodino con una pastiglia così la mattina la rimetteva prima di alzarsi.
“Chi vi ha chiamate?”
“Tu, Signorina.”
“Quando? Come?”
“La scorsa settimana. Abbiamo captato il segnale morse, con la torcia. Tre segnali di luce veloci e brevi, tre più lunghi, tre di nuovo brevi.”
La Signorina era basita.
“No, non sono stata io.”
“Veniva da quella finestra” aggiunse la bambina bionda puntando il dito verso la finestra della camera da letto, quella più vicino alla strada e al lampione.
La Signorina fece entrare le bambine e insieme si diressero verso la camera. Entrarono al buio e tutte videro il baluginio della dentiera nel bicchiere che rifletteva la luce del nuovo lampione.
“Allora? Vieni?” chiese di nuovo la bambina.
“Ma…i miei gatti?”
“Puoi portarli” rispose e prese in braccio uno dei micini.
La Signorina si avvicinò al comodino e mise la dentiera, mai uscire di casa senza denti. Prese in braccio Macchia, mentre le altre due bambine tenevano gli altri due gatti. Si avviò lungo il corridoio seguendo la bambina bionda. Si dimenticò di chiudere la porta.

(foto dal film “Il villaggio dei dannati” di Wolf Rilla) 

Due parole sulla scrittura degli altri

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Spesso mi dico che dovrei essere un insegnante duro e disciplinato, organizzato e con le idee chiare, un John Wayne della didattica

Frank McCourt, Ehi Prof!, Adelphi

Gli altri del titolo sono i miei alunni. La loro è la scrittura che conosco meglio, la leggo da circa quindici anni, ormai. Sono una lettrice forte, o almeno così credo che si dica, nella mia vita ho letto tanto, ma veramente tanto, soprattutto letteratura. Ma ho letto e riletto, perché gli errori a volte mi sfuggono e sono così eccezionalmente strani e belli a modo loro che riscriverei la grammatica pur di non correggerli, ho letto e riletto anche tanti temi, ricerche, relazioni, pensieri, lettere, pagine di diario. Inoltre ho una certa esperienza con le cosiddette “classi difficili” e molta con alunni eccezionalmente difficili. Per classi difficili intendo classi in cui si sono determinate delle dinamiche che hanno spostato l’attenzione di alunni e docenti su problemi comportamentali che coinvolgono gran parte del gruppo classe a discapito della didattica. Non so perché, o forse lo so e lo trovo ignobilmente triste, nella scuola pubblica italiana si tende a mettere insieme, nella stessa classe, tutti i ragazzi che hanno situazioni familiari difficili, alunni stranieri, alunni con difficoltà didattiche certificate e non e alunni con disturbi comportamentali, creando delle vere e proprie classi ghetto, al di là dei vari proclami di equità e inclusione e tutte le altre belle parole che circolano nella scuola. Per alunni eccezionalmente difficili, invece, intendo quegli alunni sui quali devo esercitare molte delle mie abilità, logorando gran parte della mia pazienza, esercitando persino la mia isteria, talvolta. Ho lavorato molti anni come insegnante precaria, cambiando ogni anno scuola, da sei anni sono di ruolo, ma quest’anno ho chiesto, e ottenuto, il trasferimento e quindi sono in una nuova scuola e ho avuto, orgogliosamente, la mia nuova classe difficile. A ogni cambiamento di scuola è bastato che la preside, o il preside, mi vedesse per la prima volta, una persona normalissima, pure un po’ timida, per non dire imbranata, una che ci crede ancora troppo a una certa idea d’istruzione e che ognuno può e deve fare la sua parte -cioè, io vado ancora in giro a dire queste cose-, è bastato questo per far decidere che andavo bene per quella classe, che probabilmente non voleva nessun altro. Oppure sono talmente brava a gestire questo tipo di situazioni e un certo tipo di alunni che la mia fama mi precede e mi frego da sola, potrebbe anche essere e D’Avenia è il mio nuovo collega di italiano che mi sorride tutte le mattine davanti al bigio distributore automatico del caffè. Naturalmente ho anche avuto classi nelle quali non ho dovuto lottare come una leonessa (la leonessa che non sono, una leonessa a modo mio, naïf) per ottenere un briciolo d’attenzione e quest’anno, oltre alla mia classe difficile, ne ho una così: numerosa, abbastanza eterogenea per fasce di livelli, cioè con alcuni ragazzini bravi, alcuni quasi bravi e pochi poco bravi, ma tutti curiosi, interessati, vivaci. Quello che ho sempre notato nelle mie varie esperienze con le classi difficili è che tutti gli alunni di questo tipo di classe amano scrivermi di loro stessi. Anche gli altri hanno questa propensione a volersi raccontare, ma questi, questi delle classi difficili, ne hanno di più. Sono dei grafomani, anche se spesso la forma è quasi raccapricciante e il contenuto alquanto confuso (con me come insegnante, potrebbe dire qualcuno, probabilmente a ragione). Ma la loro prosa è uno dei motivi per cui amo il mio lavoro (l’altro è la speranza che arrivi D’Avenia). Ci tengono tutti, ma proprio tutti, a dirmi che odiano la scuola, che gli adulti, tutti gli adulti, li hanno prima o poi delusi, che sono spesso tristi e soli e tremendamente malinconici. Quando chiedo cosa esattamente della scuola odino sono sempre molto generici, odiano la scuola in generale. Come odiano il mondo, in generale. Altrimenti come possono cambiarlo e rivoltarlo, e mi auguro sempre migliorarlo, se non lo odiano e non lo criticano? Mi rivedo seduta sui banchi a sentirmi incompresa e aliena da tutti, soprattutto dai grandi, come ogni sacrosanto adolescente che ha calpestato questa terra. Spero sempre che ci sarà un momento nella loro vita futura in cui ripensino all’odiata scuola come un luogo dove hanno trovato qualche professore, magari la loro professoressa naïf, che li ha guardati, letti e ascoltati con meraviglia.

L’appuntamento

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Sergio era stato indeciso se invitarla a cena fuori fino al minuto prima di farlo. Marina, la sua collega, era carina, simpatica e anche lei single da poco, dopo una convivenza durata qualche anno. Da sei mesi, invece, il suo divorzio era diventato definitivo. Dopo la separazione era uscito con un paio di donne, tutte conosciute attraverso i social e con una era anche finito a letto. Il primo appuntamento si era rivelato migliore di quello che si aspettava, le foto non rendevano giustizia alla ragazza, probabilmente non era fotogenica e, inoltre, su Facebook, appariva seria e postava continuamente foto e meme di gattini, quindi era rimasto sorpreso che lei fosse bella, ironica e così imbarazzata in quel loro primo incontro da diventare ai suoi occhi molto attraente. Peccato che palesemente il suo interesse per lei, molto reale, non fosse ricambiato: quando l’aveva riaccompagnata a casa dopo l’aperitivo lei aveva allungato il braccio il più possibile per dargli la mano, il terrore stampato in viso al pensiero che potesse baciarla. L’altro appuntamento l’aveva avuto con una bionda di qualche anno più grande di lui, parecchio vistosa che aveva fatto selfie per tutta la cena. Aveva persino scattato un selfie a tavola, includendo anche lui, per poi postare “Finalmente insieme!!!” sulla sua bacheca, taggandolo, come se la loro non fosse una conoscenza nata da poco, come amici di amici, e appena approfondita da un paio di settimane di messaggi allusivi, di lei, in chat a cui lui si prestava divertito. Dopo la cena, lo aveva invitato a casa, lo aveva lasciato da solo a spogliarsi in camera, intanto che si preparava in bagno, con la sgradevole sensazione, poiché lei ci metteva un’eternità, che stesse facendosi foto nel bagno e le stesse postando da qualche parte, mentre lui l’aspettava. Il principio di erezione che aveva avuto quando si erano baciati, appena entrati in casa, era ormai un lontano ricordo. In seguito avevano continuato a scambiarsi messaggi in chat, ma Sergio non l’aveva più invitata fuori, preferiva le sue allusioni al resto. Marina gli piaceva veramente, gli piacevano la sua voce, il suo lieve profumo di frutti di bosco e persino l’attaccatura sulla nuca dei suoi capelli e forse era per questo che aveva così tanti dubbi su un loro appuntamento. Oltre al fatto che lei fosse almeno quindici centimetri più alta di lui. Per Sergio l’altezza non era mai stata un problema, con il suo metro e sessantacinque dai sedici anni in poi aveva convissuto serenamente. I successi sportivi lo avevano aiutato, probabilmente, anche nelle amicizie e con le donne. Era stato capocannoniere per cinque anni di seguito nei campionati di calcio giovanile della sua provincia, aveva fatto diversi provini, giocato nella Primavera di una squadra di serie B ed era arrivato a giocare a vent’anni in serie C in una squadra umbra. Poi si era rotto il menisco del ginocchio destro a ventidue anni. Adesso, da qualche anno, giocava un paio di volte a settimana in una squadra di calcetto a cinque, partecipava occasionalmente a dei tornei, ma il calcio era il suo passato. Tornato a casa, dopo la rottura del menisco, aveva completato gli studi di architettura, era stato assunto in uno studio dove lavorava nel pomeriggio, lo stesso studio dove aveva conosciuto Marina, che era un’ingegnere civile, e al mattino, da tre anni, insegnava arte in un liceo scientifico. Marina aveva accettato con entusiasmo, almeno così pareva dal suo sorriso, il suo invito ad uscire insieme quel sabato. Sergio, più si avvicinava il sabato, però, più si sentiva ossessionato dalla differenza di altezza tra loro due. Immaginava gli sguardi di derisione del cameriere che li accompagnava al tavolo e il suo impaccio al momento di aiutarla a togliere il cappotto. Magari poteva mettersi sulle punte. E se lei avesse messo i tacchi? Non osava neanche pensarci. Il mercoledì pomeriggio sedeva guardando nel vuoto alla scrivania dello studio, quando aveva avuto un’idea che lo aveva scosso dal suo torpore. Avrebbe cercato su internet quella ditta di scarpe con il rialzo da uomo, quella che aveva già utilizzato il giorno del suo matrimonio. Sua moglie, infatti, era alta quanto lui e voleva mettere i tacchi, allora il suo sarto gli aveva suggerito quelle scarpe con tre centimetri di rialzo all’interno. La sua futura moglie si era accontentata di un tacco di cinque centimetri e nelle foto i pochi centimetri di differenza non si notavano. Era anche vero che lo sguardo veniva calamitato dal vestito a meringa di lei e non si riusciva a notare nient’altro. Aveva trovato subito la ditta di scarpe, ce n’erano diverse, ma aveva preferito servirsi dall’azienda italiana che conosceva e, inoltre, disponevano di un servizio di corrieri che in due giorni avrebbe consegnato le scarpe a domicilio. Tutta l’ansia era svanita mentre scorreva i vari modelli, poteva guadagnare fino a dieci centimetri, ma poi aveva deciso di non esagerare e aveva comprato un paio di mocassini marroni, tipo Clarks, con un rialzo di sette centimetri. Quando il venerdì pomeriggio gli avevano consegnato il pacco con le scarpe aveva passato tutta la serata a provarle. Gli sembrava di avvertire un leggero malessere, si sentiva instabile come se fosse su un traghetto, ma niente di così preoccupante da non poter mettere le scarpe la sera seguente. Si specchiava e si rispecchiava chiedendosi se un occhio attento potesse notare qualcosa, ma le scarpe erano perfette e l’effetto nell’insieme convincente. Passò a prendere Marina a casa sua, sapeva dove viveva perché lei vi aveva tenuto un paio di feste natalizie invitando tutti i colleghi dello studio. Quando era entrata in macchina, dove lui l’aspettava da qualche minuto dopo averle fatto uno squillo con il cellulare, le parve bellissima, con i capelli tirati su, il rossetto rosso brillante e le ballerine ai piedi. Se non avesse avuto paura di sbaffarle subito il rossetto, l’avrebbe baciata all’istante.
Aveva parcheggiato vicino al ristorante al centro, erano scesi dall’auto e si erano avviati verso il ristorante. Camminandole accanto si era reso conto, esultante, di essere solo leggermente più basso e le aveva sfiorato un gomito con la mano. Lei si era voltata verso di lui e gli aveva sorriso. Avvertì subito il momento in cui il ginocchio sinistro si irrigidì e smise di funzionare. Conosceva già quella sensazione, sapeva tutto di menischi andati.

(Foto dal film “Fuori orario” di Martin Scorsese)