Tomikaapp

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Quando sono entrato nella stanza al piano terra del palazzo in vetro dove si trovano tutti gli uffici della Tomikaapp era piena di gente, si festeggiava la laurea della figlia di Marzia, la collega più anziana dell’ufficio tecnico, e ho avuto l’impressione che si creasse un momento di imbarazzante silenzio e poi si diffondesse un mormorio di generale disapprovazione. La sala viene utilizzata giusto per qualche ricorrenza, una promozione o un’occasione come questa, oppure quando i due giovani manager a capo dell’azienda vogliono festeggiare un investimento importante o un obiettivo raggiunto. Mi è sembrato di sentire i sussurri alle mie spalle. Non sono abituato a sentirmi a disagio in ufficio, anzi, sono il rispettato e temuto capo del personale di questa startup ai suoi entusiasmanti inizi e vengo considerato un socio fondatore, essendo stato uno dei primi assunti. Al colloquio per l’assunzione i due nerd giovani e barbuti cercavano un esperto contabile ed io ero stanco delle responsabilità che comportava il lavoro nel mio studio da commercialista (in verità lo studio era di mio suocero, che da anni era in pensione, ma che ogni tanto passava a controllare i suoi clienti e lì aveva ancora la sua stanza con un’ enorme poltrona in pelle, la più grande e meglio arredata). Uno dei due era venuto a chiedere una consulenza legale e fiscale all’avvocato fiscalista dello studio ed era stato lui a informarmi che cercavano personale. Da allora, sono tre anni ormai, hanno sempre chiesto i miei consigli nei vari investimenti e nelle assunzioni, anche in ruoli chiave, della Tomikaapp.

Dopo la convention aziendale che si è tenuta ad Aprile ogni tanto ho l’impressione, sicuramente esagerata, che i colleghi abbiano un atteggiamento ostile. Non è detto che questo atteggiamento non nasca dall’invidia per il ruolo che rivesto e per la considerazione che mi riservano i capi. Ricordo vagamente quello che è successo: ero ubriaco ed eravamo in spiaggia intorno ad un falò. Ero arrivato quella mattina stessa alla convention che si teneva in un villaggio turistico in Sardegna, con un giorno di ritardo rispetto agli altri. Avevo litigato con mia moglie che ancora non mi perdonava la convention a Malaga dell’anno precedente: qualche collega buontempone le aveva inviato su whatsapp alcune mie foto con un’animatrice bionda e prosperosa. Non avevo fatto niente e la mano sul seno anche se sembrava la mia non era la mia, le avevo fatto notare che nella foto eravamo tre colleghi, tutti alticci, era l’ultima sera in fondo, chissà a chi era scivolata la mano. Le avevo spiegato che le convention erano un’occasione importante di incontro e di scambio per l’azienda, che se non fossi andato gli altri, soprattutto i due capi, avrebbero pensato che non mi importava abbastanza del gruppo di lavoro, considerando anche il mio ruolo nello staff dirigenziale, che la mattina e il pomeriggio si sarebbero tenuti incontri tra gli impiegati dei vari settori, anche con quelli più tecnici come gli sviluppatori con cui avevamo pochi contatti, “momenti di riflessione” li avevo chiamati, e solo la sera avremmo potuto rilassarci nei “momenti di festa”. Alla fine l’avevo convinta con la promessa di portarla in Sardegna quell’estate, nello stesso bellissimo villaggio. Mi sarebbe costato un occhio della testa. La sera per festeggiare l’arrivo probabilmente ho esagerato con il bere, molto più verosimilmente qualche collega mi ha riempito continuamente il bicchiere con del Cannonau mentre raccontavo a tavola dell’impresa di convincere mia moglie. Dopo la cena ci siamo spostati tutti in spiaggia, si sono creati i soliti gruppi che in genere si creano al lavoro davanti al distribuitore del caffè in corridoio. Ricordo che vagavo da un gruppo all’altro con un bicchiere in mano, facevo battute a cui tutti ridevano, ho accennato qualche passo di danza, muovendo i fianchi al ritmo della musica che veniva dal salone con le finestre aperte che davano sulla spiaggia, il corpo molle, ho ballato intorno al falò e mi sono avvicinato a un paio di colleghe da dietro prendendole per i fianchi. Ero sicuro che avrebbero gradito, sono due colleghe giovani assunte da poco, ho dato loro qualche consiglio sul contratto d’assunzione, le ho assunte io in pratica. La rossa c’è stata, la bionda si è voltata imbufalita e mi ha dato una spinta.

“Smettila, cretino”.

Sono arrancato all’indietro cercando di muovere ancora il bacino al ritmo di Despacito.

“Cattivona” ho esclamato, ridendo. Non volevo rovinarmi la festa per una stronza. Sono finito addosso a una collega del marketing, Cinzia. Cinzia è altissima, un metro e novanta, e magra, anzi era altissima e magra, poi non so cosa le sia successo, ma è ingrassata riempendo in maniera eccessiva il suo metro e novanta. Ho provato a stringerle la vita per farle fare qualche passo di danza, ma non l’ho trovata. Gliel’ho detto, allora.

“Cinzia, sei sempre bellissima, ma sei ingrassata un po’”, o qualcosa di simile. È allora che non ricordo più cosa sia successo, ho solo vaghi flash del falò, di me che mi muovo ancora ondeggiando. Mi sono svegliato la mattina dopo nella mia stanza, sul letto, ancora vestito, persino con le scarpe, avevo un enorme mal di testa. Sono sceso dopo essermi fatto una doccia fredda e dopo aver preso un paio di Moment. Avevo una sete pazzesca, non c’era acqua in camera. Quando ho raggiunto la sala buffet per la colazione i colleghi mi hanno salutato mugugnando, un paio si sono alzati dal tavolo dove mi sono seduto e gli altri mi hanno ignorato. Ho trascorso gli ultimi tre giorni della convention con Attilio, un consulente attempato che tutti quanti evitano perché logorroico. Ho cercato di non mostrare imbarazzo, convinto che qualunque cosa fosse successa, in breve tempo sarebbe stata dimenticata. Così mi è sembrato alla festa finale hawaiana, nessuno mi ha ignorato, la mia camicia verde con i fenicotteri ha avuto successo, tutti mi hanno fatto i complimenti e ho ballato con alcune colleghe, ho parlato con gli altri, bevendo solo un paio di bicchieri di blue hawaiian, un cocktail poco alcolico (tanto che con Attilio abbiamo convinto il barman ad aggiungere del rum, erano solo un paio di bicchieri).

Durante la festa di laurea ho cercato di rilassarmi, sempre più convinto che la mia impressione iniziale fosse errata, dettata inconsciamente dall’idea che quello che non ricordavo della convention influenzasse il comportamento dei colleghi. Ormai era passato un mese e nessuno era tornato su quell’episodio, solo Attilio, che però è un gran chiacchierone, aveva riso ogni tanto battendomi sulle spalle.

“Noi due siamo una squadra fantastici”, esclamava. Cercavo di farmi vedere insieme a lui il meno possibile, ma mi faceva pena ed era per questo che a volte sopportavo le sue chiacchiere e le sue pessime battute.

Ho salutato Marzia e abbiamo parlato di sua figlia, una ragazza occhialuta che ha fatto un breve discorso ringraziandoci per il regalo e che probabilmente entrerà alla Tomikaapp per uno stage. L’ho rassicurata sul suo futuro, mi sono impegnato personalmente. Ero al tavolo dei dolci per prendere un pezzo di torta quando mi ha avvicinato uno dei capi, Enrico, che noi chiamiamo Erik il Rosso perché è alto e ha una folta barba rossa, una specie di vichingo gentile. Mi ha stretto la mano e poi ha iniziato a parlare.

“Sono contento che tu abbia stretto con Attilio, mi sembra che abbiate molte cose in comune.”

Sono rimasto sorpreso. Io e Attilio?

“Ci parlo ogni tanto. Lo sopporto come tutti, mi dispiace evitarlo.”

Mi ha guardato stupito.

“Be’, certo. È che ti vedevo spesso solo, anche durante le pause, ne parlavo con Paolo. Inoltre dobbiamo discutere degli ultimi contratti, sono da rifare.”

Paolo era l’altro capo. Erik il Rosso doveva aver alzato un po’ il gomito, come tutti i vichinghi. Mi sono allontanato sollevato con un sorriso di circostanza. I contratti! Questi nerd.

Ho visto Cinzia seduta a un lato del tavolo che mi fissava arrabbiata. Appariva ancora più grossa dall’ultima volta che l’avevo vista alla convention, una gigantessa.

“Ti trovo bene” ho esclamato conciliante.

“Da quella sera che mi hai vomitato addosso, dici?”

Mi vedo dondolare intorno al falò con lei che oppone resistenza e poi inizio a vomitarle addosso, tutti che si allontanano, ma Cinzia non può, ho trovato la sua vita o quella che è e non la lascio andare anche mentre urla, è più alta e grossa di me e la sua voce mi trapana le orecchie, ma non la mollo.

“Qualcuno mi ha fatto un qualche scherzo, forse mi ha messo qualcosa nel bicchiere,” ho cercato di giustificarmi.

“In genere sei tu che fai scherzi idioti, non pensare che non lo sappiano tutti.”

“Credo che tu mi confonda con Attilio.”

“No, per niente. Attilio almeno sa riconoscere una donna incinta quando ce l’ha davanti.”

Sono arrossito.

“È che sei sempre stata sovrappeso, quindi…”

La gigantessa si è alzata, infuriata con un urlo che ho riconosciuto. Mi sono scansato, temendo che mi tirasse uno schiaffo.

“Se non fosse per i soldi che tuo suocero ha investito nella Tomikaapp…” ha sibilato prima di allontanarsi inferocita.

Mi sono guardato intorno, nessuno aveva sentito la nostra discussione o facevano finta di non aver sentito. Che orribili illazioni, le donne incinte hanno una visione distorta della realtà, dipende dagli ormoni. Per fortuna che è una cosa risaputa.

(Foto dal film “Il sorpasso” di Dino Risi)

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Parigi

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Non me ne importa,

un giorno

ti prenderò-

te sola

o con tutta Parigi.

(Vladimir Majakovskij)

Non so se ho più nostalgia di te o di Parigi a febbraio. Del gruppo di ragazzine intirizzite con il giacchetto di jeans in discesa libera da Montmartre, della zingara davanti al Sacré-Cœur che mi predice il futuro, del ritrattista di strada che rende su carta il pingue viso d’adolescente, del nostro gioco nel negozio di vestiti vintage, di te che non sali sulla Torre Eiffel perché io ho paura dell’altezza e c’è un vento che mi porterebbe via, dici tra l’incazzato e il rassegnato, di te che la sera mi tieni la mano al Lido, tra cosce e paillettes.

Il lettore o la lettrice finlandese

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Ho aperto questo blog diversi anni fa, credo siano sei. I primi anni ho postato pochi articoli, per due anni niente, pubblicavo giusto qualche racconto legato a un libro che avevo scritto durante la mia seconda gravidanza, Sanguinarie principesse, da cui il blog prende il nome, un piccolo romanzo di formazione al femminile a modo mio, a metà tra Il giovane Holden e Pel di carota, almeno nelle mie intenzioni (di cui è lastricata la strada per i libri brutti), ma non pensavo che potesse avere lettori. La seconda parte del libro l’ho scritta velocemente e male, volevo finire di scriverlo prima di tornare al lavoro, poi era talmente brutta che non l’ho neanche pubblicata sul blog. Ho sempre scritto, poesie da ragazzina e racconti, qualche soggetto per film e le sceneggiature per un paio di corti, ma solo quando avevo la voglia di farlo o qualcosa da raccontare e negli anni la scrittura è stata un’attività marginale rispetto alla mia grande passione, la lettura. Una volta, però, ho inviato un racconto con la speranza di essere pubblicata: avevo sedici anni e il racconto si chiamava Spleen notturno, l’ho inviato all’Einaudi e l’avevo scritto con la vecchia Olivetti di mio padre, un racconto con un uso dei pronomi personali molto personale che ora rivorrei tanto indietro insieme alla lettera che l’accompagnava. Per più di quattro anni, quindi, ho pubblicato pochi articoli e seguito saltuariamente una decina di blog di scrittori e di critica letteraria. Ero seguita da due blog, uno di cucina di una ragazza giapponese (ho amato molto Kitchen di Banana Yoshimoto e mi piaceva pensare di esserci finita dentro) e l’altro di letteratura, una specie di recipiente di brani di letteratura, poesia e teatro soprattutto, che seguivo anch’io. Il blog-recipiente mi faceva compagnia perché tramite email mi arrivavano queste veline di poesie, canzoni, qualche brano di autori mitteleuropei e russi più volte al giorno. E molti brani da opere di Carmelo Bene. Mi piaceva molto ricevere queste email, mi sembrava che fossero indirizzate proprio a me (so perfettamente che il blog seguiva ed era seguito da centinaia di altri blog, ma ho un’immaginazione molto fervida) e in un periodo particolarmente difficile, di profonda crisi personale -uno dei motivi per cui avevo scritto il libro e poi avevo aperto il blog- aspettavo e leggevo con piacere le parole scelte dal mio quasiamico blog, l’Agenda19892010 (era questo il nome del blog). Ora questi due blog, quello della ragazza giapponese e l’Agenda, non esistono più ed io mi sono sentita tradita e abbandonata, un po’ come essere lasciata da un amante. Da un paio di anni il mio blog ha avuto un’evoluzione, ho iniziato a scrivere, ma soprattutto a pubblicare, con maggiore frequenza, ho aggiunto le foto dei miei film ai racconti, ho inserito qualche canzone, ho cercato altri blog che parlassero di cose che mi piacciono, cinema e poesia, e ho lasciato stare i blog autoreferenziali di alcuni scrittori. Non ero su nessun social da anni e forse mi sembrava che il mio mondo di signora di provincia mi stesse un po’ stretto, sono curiosa, adoro leggere e conoscere tutto quello che sta fuori dalla porta di casa. Non ho mai avuto particolari ambizioni di fama letteraria, mi rendo conto di non avere nessun dono riguardo alla scrittura, fatico sempre a scrivere, però scrivere, nonostante la fatica, mi piace e continuo a farlo. Un paio di anni fa, mentre il blog migliorava -di poco- almeno nella forma, è arrivato il lettore, o la lettrice, finlandese. È uno dei lettori di più vecchia data del mio blog. Non mi segue, né io seguo il suo blog, credo che sia spinto dalla mia stessa curiosità che lo porta a girovagare e a leggere di tutto. Ogni tanto, quando ormai penso che non verrà mai più, arriva con le sue stelline e mi emoziona sempre. Una volta sono andata a vedere il suo blog, ci sono soprattutto poesie in diverse lingue, anch’io ho lasciato qualche stellina. Non so da dove nasca la sua fedeltà, perché torni sempre, immagino che apprezzi le foto dei film che accompagnano i miei racconti o forse è un appassionato o un’appassionata di lingua italiana, pure lei una signora di provincia, Sami magari. Ha anche un nome bellissimo, un nome di una rosa. Anche se fosse solo qualcuno/a che si diverte o fosse uno spammatore d’eccezione, o non fosse neanche finlandese, perché dalla rete ho imparato che nella rete chiunque può decidere di essere chiunque, nulla diminuirebbe l’alone romantico di cui l’ho circondato/a.

Intanto leggevo questo di una scrittrice finlandese.

Tove Jansson, Il libro dell’inverno, Iperborea.

(Foto dal film “Sami blood” di Amanda Kernell)

Ritratti di gente stramorta

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“Non è che hai un punto luce in più?” le chiede sua cugina Marta, la sposa, davanti allo specchio. Silvia, appena dietro di lei, le guarda il naso. Sono in bagno, dove Marta, vestita con un grazioso abitino bianco, corto e attillato, e un cappellino vezzoso con veletta, si è rifugiata per rivedere il trucco. Silvia non vede Marta da quindici anni, esattamente dal primo matrimonio della cugina. Sa qualcosa di lei perché si sono ritrovate su Facebook in un gruppo di famiglia e si sono parlate tre volte in chat. Il padre di Marta è il fratello di sua madre, ma vivono in due città diverse da decenni. Ormai si sentono solo telefonicamente e in occasione di eventi come questo. Il primo matrimonio di sua cugina si era svolto in una cappella appena fuori Salerno e il pranzo si era tenuto in un hotel verde tiffany a Paestum, su un enorme terrazzo sul mare e si era protratto fino a notte fonda. Questo almeno si svolgerà in Municipio e poi ci sarà un buffet in un agriturismo. Anche il gusto in fatto di vestiti da sposa di sua cugina le appare migliorato. L’altro vestito era pieno di tulle e c’erano voluto quattro bambini robusti, in ridicoli vestiti da paggetto di velluto blu, per lo strascico. Marta aveva venti anni, era incinta e il suo primo matrimonio è durato dieci anni e due figli. Quella mattina Silvia ha visto Marta entrare in Municipio, dove Tommaso, il futuro secondo sposo, l’aspetta nella sala consigliare con il vicesindaco, e invece di salire lo scalone che l’avrebbe portata nella sala, prendere una porticina a destra, proprio vicino al portone d’ingresso. Sua madre, cinque minuti più tardi, l’ha pregata di andare a vedere cosa succede. “Magari ha le calze smagliate”, le sussurra.

Per fortuna che quella scema di sua cugina Silvia non ha pensato di togliersi il punto luce dal naso e darglielo, è capacissima. Non l’ha mai sopportata. L’anno che ha frequentato l’Università a Roma è stata costretta a uscirci insieme, per dimostrare a suo padre che si stava impegnando e che sì, non pensava solo ai ragazzi e alle feste, studiava, sì. Sono uscite insieme un paio di volte e Silvia una volta l’ha portata a una mostra sui ritratti del Fayyum. Non si era voluta neanche fermare nel negozio di biancheria intima vicino al museo, quella guêpière viola con mutandine gialle abbinate in vetrina avrebbe fatto impazzire Antonio, invece no, sono entrate a vedere quei ritratti di gente stramorta dentro stanze umidificate, fredde e buie. Erano uscite di nuovo insieme dopo un paio di mesi, Marta ancora non riusciva a svegliarsi prima dell’ora di pranzo per andare a lezione all’Università e suo padre telefonava tutte le sere, sempre più sospettoso. Aveva implorato Silvia di vedersi di nuovo e le aveva chiesto di dire a suo padre che erano andate insieme al cinema. Silvia l’aveva portata a vedere un film argentino al Cinema Quirinetta su una governante inglese e nel film non succedeva niente per due ore. La governante si innamorava del giovane figlio della famiglia per cui lavorava, tutti impazzivano e alla fine, dopo uno strano matrimonio, tornava in Inghilterra. Un film orribile, scelto per dispetto, ne era sicura. Aveva rimpianto i ritratti dei protomorti. Poi Antonio era venuto a trovarla a Roma e per due settimane non erano usciti dalla sua stanza nell’appartamento che condivideva con altre due studentesse e dopo un paio di mesi si era resa conto di essere rimasta incinta. Il matrimonio era stato organizzato velocemente, suo padre, proprietario di alcuni negozi, aveva offerto un lavoro da commesso ad Antonio e lei aveva potuto lasciare l’Università, senza rimpianti. Silvia si era invece laureata in scienze statistiche qualche anno dopo, ma lei non era andata alla festa di laurea, era appena nata la sua seconda figlia. Sono anni che non vede Silvia e vorrebbe fare qualche battuta, chissà se tra tutti quei ritratti funebri c’era una sposa, ma non le esce la voce. Si sente la testa ovattata e in verità crede che quell’ovatta le sia finita in gola perché non riesce a respirare.

“Fai respiri profondi con il naso. Metti i polsi sotto l’acqua fredda” le ordina spiccia Silvia aprendo l’acqua.

Silvia sorride a Marta attraverso lo specchio.

“Non è che ci stai ripensando?”

“Ma che dici! Mi sono accorta di non avere il punto luce al naso, ora si vede questo buco, nelle foto verrà uno schifo.”

Marta non le è mai piaciuta. Una volta da bambina le aveva fatto bere un bicchiere di vino rosso dicendole che era una Coca Cola speciale. Si era sentita male, aveva vomitato e suo padre le aveva rifilato una sonora sculacciata. Un’altra volta aveva buttato la sua Barbie dal balcone di casa nel giardino dei vicini dove c’era un mastino in catene e non aveva più potuto riprenderla. Era stata contenta di vederla solo a Natale e qualche volta d’estate, perché era infida e arrogante. Quando Marta aveva vissuto per qualche mese a Roma si era vendicata e le poche volte che si erano incontrate l’aveva coinvolta in giri turistici che neanche i giapponesi e l’aveva portata alle mostre e ai film più tristi che potesse trovare. Ma Silvia ricorda che alla fine del film sulla governante inglese, mentre lei cercava di nascondere la commozione, Marta aveva pianto senza vergogna, rumorosamente, e che durante la festa di addio al nubilato del precedente matrimonio, quando, nonostante fosse incinta di sei mesi, si era ubriacata, aveva appoggiato la testa sulla sua spalla e le aveva rivelato che quel bambino lei non lo voleva poi così tanto. Silvia la prende per mano ed escono dal bagno, poi senza guardarsi intorno per non incrociare gli sguardi degli altri, mentre sua zia, la madre di Marta, isterica, chiama i loro nomi, nessuno le ferma e si dirigono al portone del Municipio. Si ritrovano nella piccola piazza antistante e Silvia punta il Maggiolone con cui Marta è arrivata lì davanti. L’autista, un bel ragazzo sui vent’anni vestito con una sciocca livrea e un cappellino, le osserva avvicinarsi stupito.

“Vorrei le chiavi della macchina.”

Silvia porge il palmo, come se fosse sicura di ottenerle. Il ragazzo tentenna, poi scuote la testa. Suo zio, il proprietario del Maggiolone e di altre macchine d’epoca che affitta per le cerimonie, lo ha appena preso in prova dietro le insistenze di suo padre -non studia, non lavora, ha solo la patente!, gli pare di sentirlo- e lo ucciderà se dovesse succedere qualcosa alla macchina.

“Non posso, rischio il posto. Ma potrei portarvi io. Dove dovete andare?”

Silvia guarda Marta.

“Allora, dove vuoi andare?” le chiede.

Marta scoppia a ridere, il rimmel colato con le lacrime lungo le guance.

“Vorrei…trovare un punto luce.”

Il ragazzo scuote ancora la testa, ma apre la portiera e la sposa prende posto sul sedile posteriore. Ha due gran belle tette, pensa per un attimo mentre sistema il sedile. La sua amica si siede davanti, accanto a lui. Una folla si è radunata fuori dal portone del Municipio, arriva anche lo sposo che discute animatamente con un uomo più anziano che lo trattiene per un braccio. Mette in moto, il cambio e il manubrio sono duri e sembrano opporre resistenza, ma lui sa come trattare questa vecchia signora.

La sposa saluta tutti dal finestrino. Singhiozza e alterna pianto e scoppi di riso.

La macchina procede lentamente nel traffico sonnolento del sabato mattina, ma frena un po’ lunga e lui deve ricordarsi di premere sul freno con più forza. Intanto la sposa e la sua amica confabulano tra loro.

“Si può sapere perché hai organizzato di nuovo tutto questo se non volevi affrontarlo per la seconda volta?”

La perticona che gli siede a fianco sembra arrabbiata con la sposa.

“Mi piace Tommaso. E poi lui mi ha chiesto di sposarlo e papà e mamma erano così contenti che mi risposassi.”

“Oh, per favore!”

“Stavolta non sono neanche incinta!”

La perticona fa una strana risata, di gola. Le sbircia le gambe. Non è male.

Quando alza lo sguardo lei lo sta fissando. Lui arrossisce e torna a guardare la strada.

Mette la freccia e accosta al marciapiede. Le due donne smettono di parlare e lo osservano con curiosità.

“Perché ti sei fermato?” chiede la perticona.

Lui indica spazientito la vetrina di un negozio.

“Punto luce, l’elettricista. Me lo avete chiesto voi.”

(Foto dal film “Miss Mary” di María Luisa Bemberg)

Delle paturnie, o peonie

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In questo ultimo mese ho tagliato i capelli e poi sono passata davanti allo specchio d’ingresso senza mai guardarmi -ho cercato di non farlo, con ovvie difficoltà, anche nello specchio del bagno- sono stata ore con lo sguardo fisso nel vuoto, magari su qualche lucina, sono spuntate dappertutto, e non mi è importato neanche dove e che cosa guardare, almeno prima mi sceglievo una finestra. Non ho dormito bene, anzi, non ho dormito per niente. Non mi andava, né mi va, di parlare, tengo da giorni un muso lungo, non mi va neanche di sorridere e vorrei che gli altri, anche se lo notassero, non mi rivolgessero la parola e mi ignorassero totalmente, pure in famiglia. Ed ho queste pretese, a Natale! Credo, senza voler legare questo momento al genere, ma è proprio legato al genere, di avere le paturnie femminili, perché non penso che un uomo possa mai sentirsi così. Per quel poco che ne so di uomini. Mia madre fissava il vuoto, quando era con me, da bambina. Odiavo quei momenti, come li odiano i miei figli. Loro me lo fanno notare, io non lo dicevo a mia madre, perché la capivo un po’. Ho cercato allora di prestare più attenzione a quello che fanno, sono andata a recite, concerti, cene natalizie di classe, ho giocato a bowling, ho risposto con entusiasmo alle loro domande e ho fatto commenti simpatici per farli sorridere ed è sembrato funzionare, almeno fino a che dimenticherò i loro rimproveri e mi ritroverò a fissare senza vederla la piantina grassa che mi sopravvive, inspiegabilmente, sopra il frigorifero. Alcune paturnie sono legate al mio lavoro, le ultime settimane sono state pesanti, certe mattine mi sono sentita soffocare, soffocare veramente, non come quelli che soffocano come in quel libro di Palahniuk. Quando arrivavo a scuola con il batticuore non sempre sarei voluta entrare. Non l’ho detto a nessuno che soffocavo, sono stata dignitosa, entravo e soffocavo in silenzio (e ora che l’ho scritto il mio soffocare apparirà meno dignitoso, ma tanto tra i miei lettori non conosco nessuno). Lo amo il mio lavoro, ma è come se non fossi all’altezza e facessi sempre finta di sapere come si fa. Per fortuna ora ci sono le vacanze natalizie e ho avuto anche il permesso ministeriale di non fare i compiti. Per fortuna, dico, Babbo Natale e gli elfi correggeranno i tre pacchi di compiti che ho a casa, altrimenti non so come avrei fatto. Le mie paturnie lievitano in questo periodo, soprattutto negli interminabili pranzi e cene, ma proverò a trasformarmi in una renna carina e contenta, molto contenta. Sorriderò tantissimo.

E poi le paturnie nella mia mente bacata vengono associate alle peonie. Non alle petunie, ma alle peonie…perché mi succede sempre più spesso di non riuscire ad associare bene le parole tra di loro, i significati e i significanti, e ho la pretesa persino di scrivere.

Poeticamente chiamavo questo mio stato d’animo malinconia, ma la malinconia è un diritto che ti devi conquistare, come scriveva un poeta russo dal nome difficile, Venedikt Erofeev, e onestamente ritengo che la mia sia solo una paturnia da signora di mezza età. Rimanendo in tema di fiori, a riprova che ho le paturnie, e quindi le peonie, lo scorso mese mi sono iscritta a un corso di “Decorazioni natalizie per la tavola” promosso dal FAI e tenuto dentro un giardino romantico e ottocentesco accanto a casa mia. Un sabato pomeriggio di fine novembre sono andata. Il centrotavola è riuscito bene, eravamo una decina di donne e il decoratore/fioraio era un compagno di scuola di mia sorella alle elementari, ma lui non mi ha riconosciuta. La sua filosofia, ora, è quella di utilizzare sempre elementi naturali per qualsiasi tipo di composizione. Comunque mi sembra surreale al solo ripensarci: sono andata a un corso di “Decorazioni natalizie…”(sicuramente non era neanche questo il nome del corso). Nella foto ricordo collettiva sorrido mostrando il mio lavoro. La foto è su Instagram, pubblica, sono anni che non c’è una mia foto, viso, corpo, nome su un social, mi fa un certo effetto. Imputo pure questo, essere riapparsa nel mondo social, più vero del vero, in tutta la mia persona (se non posti quelli che ami, i luoghi che visiti, i sentimenti che provi, il lavoro che fai, i piatti che cucini queste cose non esistono, lo sanno tutti) al mio avere le paturnie. Sono tornata ad esistere, con il mio volto e con le mie paturnie, o peonie. Anzi, credo che siano orchidee.

Naturalmente questo è il mio modo strampalato e pieno di noiose paturnie personali per augurare Buone Feste a tutti coloro che sono giunti a leggermi fino alla fine -e anche a tutti gli altri.

Mentre scrivevo questo post leggevo un libro della Giménez-Bartlett, “Uomini nudi”, e all’improvviso ho trovato la pagina che ho citato all’inizio. Mi piace il caso, mi piace che gestisca la vita degli uomini e a volte le mie letture e la mia scrittura.

La madre di Laura

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Laura era la mia migliore amica ai tempi delle medie. Era alta, aveva un viso leggermente schiacciato con un naso a patata, gli occhi verdi sporgenti, i capelli erano rossi, corti e ricci. Era balbuziente, ma la sua balbuzie era evidente solo durante le interrogazioni, altrimenti nelle conversazioni aveva imparato a tenerla sotto controllo. Non avevamo frequentato insieme la scuola elementare, ma l’avevo conosciuta i primi giorni della scuola media, eravamo nella stessa classe ed essendo anche io alta ero stata relegata in fondo all’aula nello stesso banco con lei. Ero molto timida e tra le due fu Laura a prendere l’iniziativa, mi faceva ridere rifacendo il verso al professore di tecnologia, un siciliano che parlava un italiano incomprensibile e ci chiamava “signorine” e che già il secondo giorno ci aveva sbattuto fuori dall’aula, a fare compagnia al bidello. Laura era molto popolare, sia tra le femmine che tra i maschi, giocava a calcio con loro durante l’ora di educazione fisica, mentre le altre compagne giocavano a pallavolo ed io mi ritrovai a seguirla dovunque. Ci vedevamo anche il pomeriggio nel piccolo parco del paese davanti alla scuola, ci lasciavamo dondolare sulle altalene anche per ore, parlando soprattutto dei nostri compagni e di qualche professore. Cercavo di carpire informazioni sulla sorella di Laura, Alessia, una diciassettenne che frequentava il liceo classico in città, bella, alta, con lunghi capelli rossi che era il mio idolo da quando l’avevo vista la prima volta che ero stata a casa di Laura, mentre usciva velocemente da casa per andare al corso di chitarra nella parrocchia lì a fianco e ci aveva salutato frettolosamente, noi che invece entravamo, io quasi nascosta dietro Laura. Facendomi coraggio la salutavo le poche volte che mi capitava di incontrarla, spesso in compagnia di ragazze o di ragazzi belli come lei, e Alessia ci metteva sempre un po’ prima di ricambiare il saluto, come se dovesse ricordare chi fossi. Quando mi salutava mi sentivo come Dante con Beatrice, innalzata al cielo. Alessia ai miei occhi era una creatura semidivina, soprattutto perché scriveva. Quella prima volta a casa sua, mentre distrattamente cercava la maglia rosa che voleva prestarmi con la testa nell’armadio, Laura mi aveva confidato che sua sorella aveva scritto già un libro.

“Una copia del manoscritto è sulla scrivania. Glielo pubblicano, dicono che è impressionante per un’adolescente.”

“Tipo Volevo i pantaloni di Lara Cardella?”

Era un libro che avevo letto da poco.

“N-n-non so chi è Lara Cardella” aveva esclamato Laura emergendo dall’armadio con l’agognata maglietta rosa.

“Il libro parla della sua amica Betta, è morta di leucemia lo scorso anno” mi aveva spiegato.

“Posso prenderlo?” avevo chiesto affascinata.

“Se vuoi. Casa è piena di copie, anche lei le presta in giro, ma le rivuole indietro assolutamente, quindi basta che tu me lo riporti presto.”

Ricordo, a distanza di anni, una storia tristissima, che iniziava in un aeroporto. Betta tornava a casa dopo alcune cure sperimentali in Nord America le quali non avevano portato i benefici sperati e la sorella di Laura l’aspettava, era la prima volta che andava in un aeroporto, e stringeva a sé un grosso peluche per l’amica. Non ricordo molto altro, tranne l’ovvia conclusione. A volte ho l’impressione di poter dire d’aver letto un certo libro solo perché è nella libreria di casa e questo, di Alessia, non è nemmeno nella mia libreria.

Ho ripensato a Laura, che non vedo più da decenni, dopo la scuola media le nostre strade si sono divise per sempre, mia madre si è risposata, abbiamo venduto la nostra casa e siamo andate a vivere in un altro paese, perché mentre ero seduta in cucina a leggere un libro mi sono accorta che il pomeriggio era diventato sera e invece di accendere la luce avevo avvicinato sempre più il libro al viso, fino a sentirne l’odore di colla e di erba verde appena tagliata che è l’odore che fin da piccola ho associato ai libri. Era quasi buio, non vedevo più le parole, ma non mi decidevo ad alzarmi per andare ad accendere la luce. E allora ho ricordato la madre di Laura. La madre di Laura era alta come le figlie, ma era l’unica somiglianza con loro. Era mascolina, molto magra, aveva i capelli cortissimi e grigi, anche se non doveva aver superato da molto i quaranta, e vestiva con vestagliette informi con delle grandi tasche. Non usciva mai di casa. L’ho vista molte volte, tutte le volte che sono andata a casa di Laura dove capitavo spesso perché era proprio al centro del paese vicino alla scuola e alla parrocchia, invece io vivevo in una zona periferica, la strada di casa mia non era neanche asfaltata e mancava persino l’illuminazione stradale e per andare e tornare da scuola dovevo prendere il pulmino giallo, la fermata era proprio davanti a casa. Qualche volta Laura mi invitava a pranzo o il pomeriggio mia madre o mio padre mi portavano in paese, mi lasciavano davanti al bar della piazzetta centrale per poi venire a riprendermi alla chiusura dei negozi. La madre di Laura era diversissima da mia madre, una donna bella e curata, i capelli cotonati, le unghie sempre smaltate e la sigaretta in bocca. Mia madre lavorava come commessa in un negozio in città, guidava la macchina, una Cinquecento rossa, come se partecipasse a un Gran Premio e aveva molte amiche con cui si vedeva la sera e casa nostra era sempre aperta a tutte loro, fumavano in cucina o in sala chiacchierando e ogni angolo aveva l’odore di fumo che penso infestasse anche i miei vestiti. Era tutto in disordine, i letti da rifare e i panni dovunque ed i miei genitori litigavano spesso per questo, sentivo le urla dalla strada ogni volta che rientravo. La casa di Laura, invece, era pulitissima, la cucina di formica rossa era lucida e sembrava appena uscita dall’imballaggio, non si sentiva mai odore di cucinato anche se la madre di Laura era sempre in cucina. Suo padre non lo vedevo mai, ma vedevo poco anche mio padre, tanto che di lì a qualche anno avrebbe comprato un’altra casa da tenere in ordine e avrebbe lasciato mamma, ma il suo appartamento in città sarebbe stata una copia di casa nostra, con i piatti sporchi nel lavandino e i letti da rifare. Laura diceva che suo padre faceva il rappresentante di biancheria per questo non c’era, ma giravano delle storie in paese, che avesse un’altra famiglia e altre figlie nel paese vicino. La madre di Laura era sempre in cucina, a leggere. Tirava fuori dalle grandi tasche dei suoi orribili vestiti, che immagino servissero proprio a conservare i libri, il suo libro e anche mentre era impegnata a cucinare o subito dopo averci servito il pranzo si sedeva su una sedia rossa di formica accanto alla porta e iniziava a leggere, ignorandoci totalmente. Non mangiava con noi. Raramente alzava gli occhi dal libro e teneva un sorriso appena accennato perennemente sul viso leggendo, anche mentre leggeva Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu. Sbirciavo sempre i titoli dei suoi libri, la madre di Laura era appassionata di letteratura italiana della seconda metà del Novecento, una volta ho visto che leggeva Gadda e non l’ho mai trovata con un libro di un autore straniero in mano. Anch’io ero una lettrice, mio padre mi riportava tutti i libri che gli chiedevo, era il suo modo di fare il padre, ma nei tre anni di scuola media, i tre anni in cui ho frequentato Laura, non sono riuscita mai a parlare con la madre di Laura di libri. La salutavo e la ringraziavo per il pasto e mia madre le mandava ogni tanto dei piccoli doni per la sua ospitalità, sciarpe, guanti, una volta anche un grembiule da cucina. Lei era gentilissima e si raccomandava sempre “Di’ a tua madre che non doveva”. Mai un libro. Credo che nella mente di mia madre nessuna donna sopra i venti potesse sprecare tempo con i libri e sicuramente io non le raccontai mai della passione della madre di Laura per i libri. Alessia non rientrava per pranzo, il liceo che frequentava era in città e lei si fermava da una zia zitella del padre che l’ospitava spesso anche per la notte.

Un pomeriggio invernale, probabilmente l’ultimo che passammo insieme o che comunque ricordo, io e Laura avevamo freddo ai giardinetti, non riuscivamo a scaldarci sulle altalene, tutti i nostri amici erano tornati a casa. Laura mi propose di andare da lei per una cioccolata calda. Eravamo in terza media, io ormai preferivo tornare a casa a pranzo e stare da sola, anche perché sul pulmino giallo c’era Franco, un ragazzino di un’altra classe con formidabili occhi azzurri, che abitava vicino a casa e che mi piaceva. Era da qualche mese che non andavo da Laura e quando entrammo, anche se era buio, tutte le luci erano spente, tranne un lieve chiarore che proveniva dalla cucina. Ci avvicinammo e vidi la sagoma scura della madre di Laura con il viso vicinissimo al libro, in piedi accanto ai fornelli dove probabilmente cuoceva la cena. La leggera luce era quella del fornello e lei era immobile con il libro aperto proprio sulla pentola. Laura accese la luce della cucina e lei fu per un attimo abbagliata, ma ci guardò senza sorpresa e ci fece quel suo sorriso, forse solo la continuazione di quello che rivolgeva ai libri.

“Ah, siete voi” disse soltanto. Si sedette sulla sua sedia rossa accanto alla porta, tornando al suo libro. Era Se questo è un uomo di Primo Levi. Lo ricordo perché chiesi subito dopo a mio padre di comprarlo. Laura preparò per noi due la cioccolata e andammo a berla in cameretta.

Era leggermente imbarazzata.

“Non ci far caso. A m-m-mia madre. Non è normale, papà dice che è un po’ ritardata.”

Avrei voluto saperne di più, ma al tempo stesso non volevo sapere e soprattutto non volevo offendere Laura. Mi sentivo io quasi offesa per la madre di Laura, conoscevo il significato di quelle parole “essere ritardati”, non le avevo mai pensate della madre di Laura, il suo sorriso mi era sembrato il sorriso di una donna che celasse mille misteri, nonostante l’aria sciatta e dimessa.

(Foto dal film “La lettrice” di Michel Deville)

Rho

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L’abbraccio le arriva improvviso. Un donnone l’agguanta per le braccia la stringe le sorride le parla sul viso felice. Ma chi sei? Che vuoi? vorrebbe urlare, invece viene liberata prima che inizi a divincolarsi. Mette su un sorriso di circostanza e quella inizia a parlare.

“Che piacere incontrarti Sara.”
La conosce. Veramente. La guarda con più attenzione: alta e sovrappeso, i capelli corti, gli occhiali quadrati, porta un vestito largo e lungo e dei sandali bassi, le caviglie grosse.
“Saranno vent’anni, forse anche di più. Dopo il diploma non penso di averti più rivisto.”
Ecco, scuola. Diploma. Liceo? Ma chi…
“Ho tenuto i contatti con qualcuno, ma con te non ci siamo più riviste.”

Sara si schiarisce la voce, deglutisce, prende tempo.

“Chi…con chi hai mantenuto i contatti?” chiede prima che il silenzio diventi imbarazzante.

“Oriana e Simona.”

Certo, Oriana e Simona, due compagne del liceo. La guarda meglio, cercando un indizio negli occhi neri, nel naso largo, la bocca sorridente.

“Mi piacerebbe offrirti un caffè, c’è un bar proprio qui dietro, molto intimo. Ci vado sempre.”

Sara accetta, è titubante, ma anche incuriosita. Prendono posto vicino a una grande vetrata che dà sulla strada trafficata, su alcuni divanetti di pelle bordeaux. Più che un bar sembra un vecchio pub.

“Ho saputo che ti sei sposata subito dopo la maturità. Hai avuto un bambino. Ora sarà grande.”

“Sì, Carlo ha venticinque anni.”

“Io, invece, non ho figli” la guarda con intenzione.

Deve dispiacersi? O no? La donna riprende a parlare prima che si affidi al caso per dire qualcosa.

“Ricorderai, d’altronde, che le mie inclinazioni sessuali già allora erano chiare.”

Ma se non c’aveva chiare neppure le sue di inclinazioni sessuali, come poteva notare quelle degli altri?! Sara preferisce tacere e far parlare l’altra, magari le darà qualche altro indizio. Sorseggia il suo caffè, è ancora troppo caldo. Poggia la tazzina sul piattino, gira di nuovo il cucchiaino nel liquido nero, bollente.

“Che tu ti sia sposata subito dopo la maturità mi ha spezzato il cuore. Sei stata il mio primo amore, anche se non mi sono mai dichiarata” sussurra abbassando lo sguardo. Non ha toccato il caffè, anche se l’ha zuccherato.

Sara arrossisce e vorrebbe darsi una botta in testa così ricorderebbe. Stefania, forse? Testimone di Geova, veniva con la gonna a pieghe e i calzettoni bianchi fino all’ultimo anno del liceo, anche se poi in un gesto di ribellione il giorno del suo compleanno, proprio in terzo, aveva portato caramelle per tutte. Poteva essere: Stefania era alta e con i capelli castani e una volta le aveva detto timida che aveva un sorriso bellissimo. Nella loro classe, composta da quasi tutte ragazze, facevano questo gioco scemo “La curva di Lesbo”, un banco singolo in un angolo, dove ognuna doveva sedere per una settimana e corteggiare a sorte una compagna di classe. L’altra, intanto che Sara è persa nei ricordi, continua a parlare. Ha questa voce profonda e roca, da fumatrice.

“Hai più sentito Giulio?”

Sara solleva di colpo il viso, come se avesse ricevuto un colpo. Ha un brivido. Giulio, un altro loro compagno di classe.

È scaraventata per terra dal Ciao blu modificato che lui guida come un addannato per vincere la gara con quei decerebrati dei suoi amici che quando passano inseguendolo strombazzano e la lasciano lì, con i jeans strappati e la pelle del braccio bruciata dall’asfalto. Torna a casa zoppicando. Un giorno o l’altro l’ammazzerà o si farà ammazzare. Ha raccontato a tutti a scuola di essere il figlio segreto di Gino Bramieri, anche la professoressa di greco c’è cascata, poi sono venuti il padre, un uomo semplice e burbero, operaio, e la madre, una casalinga un po’ sciatta e con la messa in piega fatta per l’occasione, a pregare di non sospenderlo perché deve a tutti dei soldi, anche alla prof di greco, soldi che si è fatto prestare per andare dal padre, da Gino Bramieri, a Milano.

“Pensavamo fosse orfano di madre”, spiega il vecchio Preside imbarazzato alla signora, senza osare guardare il padre. Probabilmente anche lui, impietosito, ha dato la sua quota. A Natale Giulio l’ha lasciata in fermata per due ore con un peluche in mano, le ha dato appuntamento per stare insieme e scambiarsi i regali e poi invece non è venuto, è andato a giocare a carte a casa di Paolo e se n’è scordato. A lei è venuta la febbre alta e lui le ha regalato un piumino della Moncler, così potrà aspettarlo in fermata senza ammalarsi.

Lei e Giulio sono andati insieme dalla psicologa del consultorio, un loro amico dice che c’è andato per quella cosa dei maschi, l’eiaculazione precoce, e la psicologa l’ha guarito. Un pomeriggio hanno atteso ore sulle sedie di legno della sala d’aspetto con i poster tristi della campagna contro il fumo di un decennio prima. Davanti alla psicologa parla lei, parla sempre lui, ma quella volta parla lei, lui la vuole tanto, si eccita e il suo membro, Sara farfuglia un po’ sulla parola membro, si gonfia quando pomiciano, anche lei è tutta eccitata e bagnata, a volte godono così, strusciandosi ancora vestiti, ma se si spogliano lui perde l’erezione. La psicologa ha un sorriso dolce, li guarda e li rassicura: sono ancora giovani, diciassette anni, probabilmente non sono ancora pronti per un rapporto completo.

“Infatti, io voglio aspettare, non sono pronto” esclama in fretta lui. Prima di andare via la psicologa dice a Sara che vuole parlarle di contraccezione e lui esce subito e lei rimane sola con la psicologa.

“Sei sicura che eiaculi?” le chiede e Sara tentenna. No, non è sicura, non si spogliano. Giulio non si fa vedere nudo, non vuole che lei lo tocchi lì.

“A quest’età il sesso dovrebbe essere bello, di scoperta, condizionerà tutta la tua vita sessuale futura. Pensaci.”

Giulio con i suoi riccioli neri e il sorriso pronto, la sigaretta sempre in bocca, lei lo ama tanto dal primo giorno di scuola, ha il cuore che si ferma ancora se le compare davanti all’improvviso. Lei l’amerà per sempre. Lei lo amerà per sempre, davvero. Ce ne andremo a Rho, le mormora lui tra i capelli, mentre sono avvinghiati sulla panchina dei giardinetti pubblici, perché gli piace il nome, e finalmente faranno l’amore, glielo promette.

“No, non l’ho più sentito Giulio.”

“Si è trasferito a Rho dopo il diploma, per il nome breve ha detto. Tu eri già incinta del tuo nuovo ragazzo.”

Sara vorrebbe fermarla, darle uno schiaffo, tapparle la bocca. Rimane in silenzio, mentre l’altra si fa portare il conto, due caffè e qualche biscotto.

“No, no, pago io, ci mancherebbe, ti ho invitata io”, la ferma vedendola che cerca il portafogli in borsa.

Escono per strada, si dirigono all’incrocio dove si divideranno, Sara deve andare a prendere Matteo, il suo secondo figlio quindicenne in una palestra vicino al bar.

“Una volta io e Giulio ci siamo ubriacati insieme per te, erano usciti i quadri della maturità, il suo voto era appena sufficiente, giusto per toglierselo dalle scatole, penso. Piagnucolava da ubriaco, inventava più storie del solito. Allora ha tirato fuori la storia di Rho. Mi ha chiesto dove fosse Rho, non lo sapevo. Il giorno dopo, invece, io sono partita per Milano, per la scuola di recitazione.”

Fa una pausa ad effetto, sospira alzando le spalle e si aggiusta la cinghia della borsa di cuoio sulla spalla. Sembra molto teatrale, in effetti, mentre un barlume di consapevolezza si fa strada nella mente di Sara.

“La vita funziona come in quel film, quello delle sliding doors, non credi pure tu?” le chiede all’improvviso.

(Foto dal film “Cry baby” di John Waters)