Nuda, nuda

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Nudi sterpi

Non è che una considerazione su qualcosa che riguarda il blog e giusto per non spaventare i pochi che mi leggono e non far fuggire pure loro: non ho intenzione di pubblicare foto di me medesima nuda, neppure vestita, veramente, non ne vale la pena, oppure ne varrebbe solo per gli appassionati di horror. Come dicevo, è solo una considerazione su lettori e lettrici non abituali di questo blog: il racconto più letto di Sanguinarie Principesse che ormai ha più di due anni si intitola Nuda come uno sterpo (povera Antonia Pozzi, suo il verso, infatti) e c’è almeno una visita al giorno. Immagino sempre la sorpresa -anche se grande sorpresa ce l’ho io quando leggo attraverso quali ricerche le persone arrivino al mio blog. Certo che pure io: Biancaneve 🍎, i sette nani, le principesse sanguinarie, Imelda Marcos e le sue scarpe, tutto un armamentario, insomma, decisamente erotico- quando si troveranno a leggere di una piccola storia familiare con al centro due gemelle molto diverse tra di loro. Allora è proprio vera quella cosa che si dice del pelo, dei carri di parole che tirano, ohmiodio, forse non era proprio così.

Biancaneve, Leone Frollo

Mi ricordo

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A piedi

attraversai il sistema solare,

prima che trovassi il filo iniziale del mio vestito rosso.

(Edith Södergran)

Mi ricordo l’odore erotico dei libri

Mi ricordo il silenzio blu dell’acqua in piscina

Mi ricordo l’albero di ciliegie insieme a mia sorella

Mi ricordo la ricerca d’aria, il balcone con la ringhiera verde e le stelle

Mi ricordo i viaggi verso il mare nell’850 azzurrina e i sedili rossi

Mi ricordo l’ultimo cassetto del comodino di mio padre

Mi ricordo la bellezza gialla di mia madre

Mi ricordo pane, ricotta e zucchero e la mano nodosa che me lo porgeva

Mi ricordo il mischiare le carte, il gioco, il calcolo e il brivido

Mi ricordo io allo specchio e il pensiero di morte e il naufragare.

Banksy, Bridge Farm primary school, Bristol

La colonia

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L’hanno svegliata le chiacchiere delle signorine, parole sussurrate, ma il suo letto è proprio di fronte ai loro. Silvia ha il cuore che batte forte, è spaesata, non subito capisce dove si trova. La luce bianca dei neon in corridoio, accesi tutta la notte, filtra attraverso la porta della camerata. Ora ridono sottovoce: le educatrici dormono in due in ogni stanzone, occupano gli ultimi due letti delle file di letti che corrono parallele addossate al muro, quando sono arrivate lì ha contato quattordici letti per fila. La camerata le ricorda l’ospedale dove è stata ricoverata per togliere l’appendice l’anno precedente, ma solo per pochi giorni, li ha dimenticati in fretta. Forse è a causa dell’odore forte di disinfettante che si sente ovunque. E almeno suo zio Renato in ospedale le ha regalato l’album di Heidi e un numero enorme di pacchetti di figurine. Invece qui nessuno le regala niente, anzi le hanno rubato un costume-quello bello, a righine blu, che aveva pure il reggiseno- che aveva lasciato in bagno ad asciugare e in colonia ci dovrà stare per un mese e sicuramente non la dimenticherà mai. Nel letto a fianco al suo dorme sua sorella Tiziana, ha due anni meno di lei e piagnucola tutto il giorno che in colonia non ci vuole stare. Silvia è rassegnata, invece. Nessuno ha chiesto loro se volevano andare, suo padre le ha iscritte a quella colonia aziendale, contento di mandarle al mare per un mese e forse di liberarsi di loro. Sicuramente sua madre non ha pianto quando le hanno lasciate sul pullman che le avrebbe portare a Milano Marittima.

“Silvia, stai attenta a tua sorella, mi raccomando” le ha quasi urlato prima che salisse sul pullman. Una frase che poteva farsi tatuare in fronte per quante volte glielo aveva detto “quellachestaattentaallasorella”. Le loro educatrici, le signorine come le chiamano tutti, sono due ragazze di circa venticinque anni, studentesse universitarie, una, Loretta, è grassottella e bassa, i capelli neri corti sempre un po’ unti, ma almeno ha l’espressione più intelligente dell’altra, Simona, che è più alta, castana, la triste faccia cavallina, i denti in fuori. Ci sono altre educatrici e un paio di educatori, tutti più belli, ma a lei sono capitate queste di signorine. Sono pure antipatiche. Loretta l’ha rimproverata fin dai primi giorni a colazione perché lei sbriciola i biscotti prima di metterli nel latte, “come i bambini piccoli”, e poi sporca tutta la tovaglia. Silvia le ha risposto che quel latte fa schifo, sa di colla, e ci sbriciola quei biscotti secchi, anemici, perché è l’unico modo di ammorbidirli e mangiarli.

La prima notte in colonia è stata orribile, sua sorella era scivolata tutta bagnata nel suo letto, svegliandola. Piagnucolava.

“Torna al tuo letto, non ci stiamo qui in due” aveva protestato assonnata.

“Mi sono fatta la pipì nel letto, è tutto bagnato” le aveva sussurrato Tiziana nell’orecchio.

“Sei bagnata pure tu! Che schifo!”

“Ti prego, ti prego, fammi dormire qua”, e sempre per quella storia che doveva starci attenta si era rassegnata a farla rimanere, ma che schifo. Anche lei ha avuto presto una disavventura notturna, in piena notte si è sentita male, forse aveva esagerato con il gelato, aveva mangiato anche quello di Tiziana. Si era girata e rigirata nel letto, con i crampi alla pancia che le facevano portare le ginocchia al petto, fino a quando si era decisa ad alzarsi. Aveva paura ad andare ai bagni da sola, i corridoi davanti alle camerate erano spettrali, ma era troppo imbarazzata per svegliare qualcuno, figurarsi una delle signorine, capace che l’avrebbero tenuta lì in piedi a farle un interrogatorio svegliando le altre bambine fino a fargliela fare davanti a tutti. Era corsa veloce verso i bagni femminili e si era liberata, sudando e piangendo in silenzio. Sperava almeno di non vomitare. Poi si era guardata intorno frenetica: non c’era la carta igienica. Era uscita dal bagno e aveva cercato negli altri due. No, proprio non c’era. Aveva preso una delle mutande stese su uno stendino, erano tutte siglate con le loro iniziali, ma non aveva perso tempo a cercare le sue, si era pulita velocemente, poi era stata indecisa se buttarle o lavarle. Quando aveva sentito un rumore, probabilmente qualcun altro che veniva verso il bagno, le aveva rimesse rapidamente dove le aveva prese, aveva lavato le mani ed era tornata di corsa a letto. Nei giorni seguenti e fino alla fine del mese la bambina con i capelli rossi era diventata per tutti Mutande merdose, solo una piccolissima parte di lei avrebbe voluto urlare “Mutande merdose sono io!”, ma era veramente una parte molto piccola ed era prevalso il sollievo che gli altri neanche lo sospettassero.

Insieme a sua sorella ha fatto amicizia con qualche bambina della camerata e, soprattutto, lei si è fidanzata con Ivano, uno grande, di dieci anni. Le loro giornate seguono sempre la stessa routine: sveglia alle 7, colazione alle 8, in spiaggia -una grande spiaggia di sabbia fine e chiara proprio davanti al grande edificio a tre piani che ospita la colonia- alle 9, bagno dalle 10,30 alle 11, poi giochi di squadra sulla spiaggia, alle 12 in camerata per cambiare i costumi bagnati, pranzo alle 12,30 (quasi sempre pasta con il pomodoro, che lei odia, o una minestra triste, “una sbobba” la chiama Ivano, anche se lei non conosce quella parola le sembra perfetta per descrivere la minestra: una sbobba), in camerata dalle 14 alle 16 e anche se la regola è dormire nessuno lo fa. Poi, nel pomeriggio, fino alle 19, l’orario della cena, tornano in spiaggia o escono per delle escursioni o a fare una passeggiata per Milano Marittina, in genere vanno a prendere il gelato. Dopo la cena e fino alle 22 possono stare nella sala giochi, ci sono un paio di biliardini e alcuni giochi da tavolo, organizzare qualche spettacolino tipo Sanremo a Milano Marittima, ma cantano e ballano sempre gli stessi, oppure possono guardare un film nella sala comune, ma la televisione è piccola e non si sente bene.

La parte della giornata che preferisce è il pomeriggio, quando si ritrovano tutte in camerata: lei, Tiziana e Ornella, una bambina di Ravenna, hanno messo su il trio dei massaggi, sfregano le mani bagnate a un pezzo di sapone alla rosa e dopo aver fatto sdraiare a pancia in sotto le altre bambine sul letto, nude, con un asciugamano sul sedere, iniziano a massaggiare e premere. Sua sorella si occupa dei piedi. Sono diventate molto popolari, solo Celeste la chiromante che predice il futuro con le carte francesi nella camerata dopo è più famosa di loro. Anche Silvia si è fatta fare le carte da Celeste, timorosa. Celeste era a gambe incrociate al centro del suo letto, molto scura di carnagione e molto magra. Disponeva le due file di carte sul letto, davanti a sé.

“Mi sposerò?” è stata la sua prima domanda.

“Ti sposerai con uno con gli occhi azzurri e i capelli neri, il nome inizia con la F.” le ha rivelato Celeste dopo aver osservato con attenzione le carte. Non con Ivano, allora. Ivano ha gli occhi neri ed è biondo. Intanto Celeste osservava attenta le carte.

“Questo Jolly non ci voleva.” Celeste aveva un’espressione corrucciata. Silvia ha avuto un tuffo al cuore, maledetto Jolly.

“Morirà presto?”

“No, non lui. Fammi leggere bene. Sarai felice avrai tre figli, due gemelli. Però…”

Silvia aspettava con ansia il resto. Celeste le ha puntato in faccia i suoi inquietanti occhi neri, da spiritata e le ha afferrato la mano sinistra.

“Dammi la mano, voglio vedere la linea della vita”, aveva un’aria concentrata mentre con un dito seguiva la linea centrale.

“È come pensavo. Uno dei tuoi gemelli morirà attraversando la strada.”

Che tragedia, ha pensato Silvia.

“Tuo marito ti lascerà, incinta.”

“Ma avevi detto che sarei stata felice! Bugiarda!” Silvia ha alzato la voce e ha buttato all’aria le carte tornandosene alla sua camerata tutta rossa in viso.

Comunque un giorno, poco prima della fine del mese di colonia, Ivano l’ha lasciata. Sono in spiaggia, appena dopo il bagno, le racconta che si è innamorato di un’altra, della bambina con i capelli rossi, di Mutande merdose.

“Può succedere a chiunque di farsela sotto, una volta mi è capitato a scuola. La volevo consolare e…”

Silvia è in collera, vorrebbe dirglielo che è lei Mutande merdose, ma Ivano non le crederebbe, penserebbe che la sua è tutta invidia per la bambina con i capelli rossi che ora è la sua nuova fidanzata. Si dirige verso sua sorella che gioca con alcune bambine più piccole con la sabbia, costruiscono un castello sotto la supervisione del direttore della colonia, il signor Giulio, un uomo con un faccione e le gambe magrissime, sempre sorridente e con una voce tonante. Ha capito che le educatrici se ne tengono lontane perché allunga le mani, le abbraccia e le bacia a ogni occasione, anche se probabilmente sono intimorite perché è il loro capo e potrebbe non farle richiamare per le nuove colonie. All’improvviso arriva correndo un bambino, Aldo, anche lui è uno dei grandi, avrà dieci, undici anni, è un prepotente, prende sempre in giro tutti, soprattutto le bambine più piccole. Aldo, facendo finta di inciampare, distrugge parte del castello, proprio dalla parte di Tiziana che subito inizia a piangere disperata. Il signor Giulio rimprovera bonariamente Aldo, non lo ha mai visto arrabbiarsi con nessuno. Sua sorella continua a piangere e urlare e allora Aldo le dà una spinta.

“Piagnona, piagnona” e le fa il verso piangendo per finta.

Silvia parte di testa, lo colpisce all’addome, è alto e piazzato ma l’attacco improvviso lo sorprende. Arretra sulla spiaggia e cade sulla riva, portando Silvia con sé. Lottano anche a terra, Silvia ne prende tante, sberle in faccia e sulle braccia, ma si attacca ai suoi capelli e tira con tutte le sue forze. Il signor Giulio e un altro educatore intervengono subito, ma ci mettono un po’ a separarli. Silvia ha avuto la peggio, ha un taglio al sopracciglio e le fa male un braccio, ma stringe tra le dita una grossa ciocca dei capelli di Aldo e almeno sua sorella ha smesso di piangere. Il giorno dopo è prevista una gita all’Acquario di Cattolica, sono puniti entrambi: Aldo starà in cucina con le cuoche, Silvia in infermeria con la suora che se ne occupa. Silvia è dispiaciuta di non andare all’Acquario e di non vedere i delfini, se ne sta immusonita tutto il giorno sul lettino dell’infermeria, la suora le ha dato un libro grande, azzurro, La Bibbia illustrata per bambini, con dei disegni molto belli e colorati, ma dopo un po’ s’annoia e quando torna sua sorella che le racconta eccitata di tutti gli animali che ha visto, mica solo i delfini, vorrebbe scoppiare a piangere, ma orgogliosa fa spallucce e la caccia via che lei deve leggere questo libro bellissimo. Più tardi torna a dormire in camerata, ma non vuole parlare con nessuno. La mattina seguente quando entra in mensa tutti la guardano e Aldo, dall’altra parte della stanza, le fa il segno di tagliarle la gola. Si siede vicino a Tiziana che è davanti alle due educatrici. Anche quella mattina sono odiose, Loretta le chiede se si è divertita in infermeria e l’altra, Simona, quella con la faccia cavallina, le chiede se vuole il biberon stamattina per il suo latte con i biscotti sbriciolati.

“Vi ho sentite l’altra notte, signorine” dice sottovoce sporgendosi sul tavolo verso di loro. Le due si scambiano uno sguardo, preoccupate. Ah, i segreti dei grandi, quando lei sarà grande non avrà segreti o imparerà a nasconderli meglio di queste due.

“Parlavate del signor Giulio” continua. In verità ha sentito solo il nome, non sa veramente cosa si siano dette tra le risatine, ma si sta godendo il momento perché quelle due streghe sono impallidite. Forse hanno paura che lei faccia la spia; se sapesse che cosa si sono dette lo farebbe senz’altro. Loretta l’osserva in silenzio per qualche secondo, poi le sorride. Chiama un’inserviente.

“Può portare dell’altro latte, quello che date a noi educatori, però? E i nostri biscotti?”

L’inserviente, una signora grassa e gentile, si affretta ad accontentarle. Loretta prende un bicchiere dalla tavola e l’avvolge in un tovagliolo, poi comincia a tritare i biscotti sul tavolo.

“Dimmi tu quanto tritati li vuoi.”

Le strizza l’occhio. Forse non è così antipatica.

(Foto dal film “Un sogno chiamato Florida” di Sean Baker)

Alcune cose del mio 2019

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(Ottessa Moshfegh, Il mio anno di riposo e oblio, Feltrinelli)

Durante il 2019 ho letto molti libri, anche se c’è sempre quel libro che mi sfugge, e rispetto allo scorso anno in cui la raccolta di racconti della Moshfegh, Nostalgia di un altro mondo, è stato il libro migliore che abbia letto senza confronti, quest’anno non ce n’è uno che mi abbia colpito veramente, forse metto al primo posto di una mia immaginaria classifica una vecchia raccolta di racconti di Stephen King, Stagioni diverse (è del 1982), da cui sono stati tratti dei capolavori cinematografici, come Il corpo, il racconto venato di malinconia con momenti di forte tensione che narra il viaggio intrapreso da un gruppo di ragazzini per andare a vedere il cadavere di un adolescente scomparso, che poi è diventato il film Stand by Me di Rob Reiner.

(La foto è talmente brutta e il libro così malridotto, per non parlare del povero segnalibro, che neanche Massimiliano Parente avrebbe qualcosa da ridire)

Non ho tenuto il conto del numero dei libri che ho letto nel 2019, ma gli ultimi in ordine di tempo sono stati Trieste, un’identità di frontiera di Angelo Ara e Claudio Magris, un viaggio affettivo, letterario, storico-geografico in questa città di frontiera, L’elefante scomparso e altri racconti di Murakami Haruki, con Sonno (letto già anni fa in un’altra edizione, sempre Einaudi), L’ultimo prato del pomeriggio e L’elefante scomparso, il racconto che dà il titolo al libro, che a mio avviso sono i migliori della raccolta, e un romanzo, Il mio anno di riposo e oblio, di Ottessa Moshfegh. Nel romanzo ci sono le tematiche care a questa autrice, dal rifiuto del proprio corpo e il suo graduale abbrutimento, alle difficoltà a vivere relazioni affettive, sia con gli uomini che con le donne, difficoltà che portano la protagonista, una wasp newyorchese impiegata in una galleria d’arte, a chiudersi in casa e progettare un anno da passare imbottita di psicofarmaci a dormire, una sorta di ibernazione che comunque sembra già vivere quotidianamente. Il tono è sempre ironico, a volte comico, come nelle discussioni con la psichiatra che le fornisce le ricette per i farmaci, e le situazioni spesso grottesche. Ho appena iniziato a leggere Biancaneve (ops) di Donald Barthelme, uscito originariamente nel 1967 per Bompiani e ristampato da Minimum Fax, mi piace molto, e forse merita un post tutto suo (oh, no, un’altra recensione!)

Nel 2019 sono andata al cinema sempre troppo poco-maledizione-, ma ho comunque visto film su Netflix e Amazon Prime Video, anche se non disdegno la programmazione serale e notturna cinematografica di Raitre (ho guardato Gli sdraiati dell’Archibugi qualche sera fa e l’ho molto apprezzato, sarà perché ci ho ritrovato tanto del mio rapporto con mio figlio adolescente). Il 23 dicembre ho rivisto con piacere Ricomincio da tre di Massimo Troisi, uno dei film italiani che ho più amato, ma devo dire che è invecchiato male, o almeno è stata questa la mia impressione. Continuo ad amare Troisi, Wenders, Bergman, Tarkovskij, Antonioni e Wong-Kar wai così come i film in bianco e nero di Capra, Casablanca, Freaks, Dario Argento e Jane Campion perché fanno parte del mio substrato, sono impressi su di me come le immagini su una pellicola, mi dà fastidio quando gli altri li criticano, come si permettono!, ma io ho iniziato a farlo da un po’, l’amore ti dà diritto di critica, ho deciso. L’ultimo film visto al cinema, invece, è stato il nono della saga di Star Wars, l’ascesa di Skywalker di J.J. Abrams, non il più riuscito della serie, se non proprio il più brutto.

(Poi ho spento il cellulare, giuro)

Il miglior film di quest’anno per me, invece, è stato Storia di un matrimonio di Noah Baumbach, l’ho guardato sul divano un pomeriggio all’inizio di dicembre con mio figlio, sempre l’adolescente, e alla fine eravamo entrambi commossi. È la storia della fine di un matrimonio, con un bambino conteso e liste tristissime delle cose che hanno fatto innamorare i due protagonisti, ma che non sono sufficienti per continuare una vita insieme. Ma forse qualcosa rimane sempre di quell’amore. Laura Dern, avvocato divorzista, eccezionale. L’unica nota stonata, molto stonata, è che da allora mio figlio canta per casa Being Alive esasperando un po’ tutti, non credo che lui sopravviverà veramente al nuovo anno se non la smette.

Anche The Irishman di Scorsese e Panama Papers di Soderbergh sono gran bei film, mentre Joker di Todd Phillips è un film che si distingue soprattutto per l’interpretazione di Phoenix, ma con una storia cinematograficamente troppo furba e alla fine ho scelto il film di Baumbach soprattutto perché sono una sentimentale (anche se mi manca il coreano Parasite di Bong Joon-ho; non riuscirò ad andare a vederlo al cinema prima della fine dell’anno).

Guardo poche serie tv, non ho la costanza e dopo qualche puntata mi annoio, però ho visto tutto Game of Thrones e già mi manca, soprattutto i draghi, e sono impazzita per Good Omens (vuoi mettere? una sola stagione) tratta dal romanzo Buona Apocalisse a tutti! di Pratchett e Gaiman, soprattutto per la voce di Frances McDormandDio.

Quest’anno ho letto, con rammarico, poche poesie, però ho scoperto quelle di Ivan Talarico (rileggendo mi sono accorta di aver fatto anche la rima…) grazie ad una mia amica e ancora rido.

Sono andata a pochi concerti e mi sono ripromessa che l’anno che verrà ne vedrò e ascolterò di più. Ho visitato, al contrario, diverse mostre e musei e il quadro che più mi è piaciuto è stato questo:

(Portrait of Gerard Andrietz Bicker, Bartholomeus van der Helst, Rijksmuseum, Amsterdam)

Ma ho adorato anche questa:

(Edna Mode, Mostra Pixar, Palazzo delle Esposizioni, Roma)

Una cosa che ho fatto quest’anno e che non farò mai più è andare al RARE, Romance author & Reader events: non amo le fiere dei libri e il biglietto per questa fiera era onerosissimo, me lo ha regalato una mia amica, mi ha chiesto di accompagnarla e l’ho fatto con curiosità. Ho letto alcuni romanzi rosa, la mia famiglia è composta da molte donne e sono sempre circolati, per quello della Woodwiss, Shanna, un romanzo rosa storico con scene di sesso esplicito uscito nei primi anni ottanta in Italia, ho fatto perfino i reading in cameretta con mia sorella e le mie cugine, ma preferisco altri generi (lo dico senza pregiudizi, da qualche anno leggo meno anche il genere giallo e il poliziesco, che prima leggevo assiduamente).

(Dal Palazzo dei Congressi, EUR, Roma)

Il RARE Si è svolto all’EUR, al Palazzo dei Congressi, a fine settembre e ho scoperto un fanatismo che non credevo possibile se non tra i tifosi del calcio, quelli a cui poi danno il Daspo. Ho conosciuto signore e signorine simpatiche, che venivano da ogni parte d’Italia con i loro trolley, nel senso che ne avevano più di uno a testa, pieni di libri rosa che si sono fatte autografare dalle tante autrici presenti dopo file interminabili con i numeretti -altro che file per ZeroCalcare e i suoi disegnini- e che programmavano di andare ad Edimburgo, un paio di settimane dopo, a non so quale altra importante fiera del romanzo rosa perché c’era un’autrice che non era venuta a Roma. Al RARE c’erano solo tre uomini: un autore, un ragazzo che accompagnava la propria fidanzata e un papà che portava i trolley enormi di una ragazzina. La lettura è una faccenda da donna, si sa, ma al RARE mi è sembrata veramente troppo una cosa da donne, tra donne. Ho comperato lì un libro di Anna Premoli, per fortuna c’erano un paio di banchetti miseri che vendevano libri, perché a queste fiere si va a far firmare le proprie copie, non a comprare, ma io non lo sapevo. La Premoli era l’unica autrice presente che conoscevo perché vende tantissimo in Italia ed è stata vincitrice di un Premio Bancarella qualche anno fa. Sono riuscita a farmi autografare anche il libro e la scrittrice è stata gentilissima con me. Non so cosa io le abbia raccontato farfugliando, ma ricordo che ha riso tanto.

In questo 2019 non ho scritto molto, qualche raccontino, un paio di riflessioni e una recensione (perdonatemi, la recensione, ma anche tutto il resto), con molta, molta fatica e sicuramente non il romanzo nascosto dentro il vecchio Mac, dentro l’armadio, sotto i maglioni. Ho partecipato a un concorso per racconti, ne hanno pubblicati i primi sette, non c’era il mio: immagino che i racconti partecipanti fossero otto.

Buone Feste

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A qualsiasi costo con torce e fiaccole

riavere una luce solare

il cui ritorno non era mai scontato.

(Lars Gustafsson, Dicembre è sempre stato il mese)

Al libro che si ostina a non essere letto

ai figli ostinati a non essere specchi

all’albero addobbato e resistente sul balcone

ai recisi fiori, alla loro durata

al caffé con la ricotta

alle finestre malinconiche

ai pensieri delle ore notturne

ai gatti storpi

ai cani abbandonati

ai bambini brutti, sporchi e cattivi, soprattutto alle bambine

a noi ultimi che cerchiamo di capire senza capire mai

a chi gentile legge:

Buone Feste

(Foto dal web)

La regola del 73%

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La regola del 73% gliela aveva spiegata Andrea in spiaggia. Piera conosceva Andrea da una vita, erano vicini di casa al mare dove i suoi genitori avevano una villetta in cui passare le vacanze e si vedevano fin da bambini ogni estate. Andrea era stato un ragazzino occhialuto e antipatico, mingherlino, saccente, con i capelli rossi e sempre coperto di crema. Da adulto era ugualmente antipatico, coperto di uno spesso strato di crema e l’unica sostanziale differenza stava nella barba lunga e rossiccia che gli scendeva fino a metà del magro petto, ma che lasciava scoperta un principio di pancetta. Aveva appena finito di disquisire di reato civile e penale mentre guardavano giocare a riva i loro figli coetanei, un maschio lei e una femmina Andrea.

“Il reato penale non esiste, è un abominio lessicale”, pontificava sotto il sole di mezzogiorno, la pelle lucidissima di crema e la barba sfavillante, i piedi a mollo.

“Ma tu non sei avvocato, sei un ingegnere elettronico, che ti importa di come parla la gente?” aveva ribattuto. I discorsi di Andrea la infastidivano sempre, per fortuna era un fastidio estivo, durava come le zanzare. Piera gestiva da qualche anno alcuni centri estetici in società con un’amica, aveva iniziato facendo cerette all’inguine e alle ascelle delle amiche ed ora dava lavoro a dieci ragazze e a un numero variabile di atletici massaggiatori, giovani di bella presenza che selezionava lei personalmente. Guadagnava molto più di Andrea con il suo impiego come piccolo dirigente in un’azienda di telecomunicazioni e questo era motivo di un palese malanimo nei suoi confronti con continue battute di cattivo gusto su come i massaggi -e chissà cos’altro, aggiungeva sempre- l’avessero resa ricca.

“E poi, comunque, nessuno pensa mai di sbagliare, figurarsi di commettere reati…tutti sempre innocenti, in questo paese,” aveva continuato lui come se lei non avesse parlato.

“Anche il contrario, tutti colpevoli, però, mi fa veramente paura.”

“Sempre con la tua logica uterina. Che c’entra?”

Piera lo aveva mandato affanculo e stava per girarsi e andarsene.

“Vedi? Pensiamo tutti di avere sempre ragione, al 73%. Lo dice l’Università del Michigan.”

Piera si era fermata e aveva riso. C’era una cosa che le faceva sopportare quelle conversazioni con Andrea: erano talmente ridicole che alla fine si ritrovava spesso a riderne, anche quando le ricordava a distanza di mesi. Pensava che in fondo lui lo facesse apposta, che fosse un modo per ricordarle che si conoscevano da sempre, che si sarebbero ritrovati lì, su quella spiaggia a discutere durante tutte le estati della loro vita e che il tempo passava, ma loro sarebbero rimasti sempre loro.

“In ogni situazione di contrasto, in ogni discussione, anche quando palesemente siamo in torto, pensiamo comunque di avere ragione al 73%” le aveva continuato a spiegare lui.

“Ma perché proprio al 73%?! Come hanno fatto a determinare una percentuale così precisa?”

“Non ricordo i termini della ricerca, ma la percentuale, effettivamente, è sembrata strana anche a me.”

In quel momento una palla, lanciata da due adolescenti, uno sul bagnasciuga e uno che faceva il portiere in acqua, arrivò dritta in faccia ad Andrea che barcollò all’indietro e cadde seduto vicino ai bambini che giocavano e che iniziarono ad urlare.

Piera si precipitò per aiutarlo ad alzarsi ed Andrea andò subito infuriato, e con un bozzo rosso sulla fronte che si gonfiava sempre più, dai due ragazzini che sghignazzavano senza riuscire a contenersi.

“A quest’ora, con tutte queste persone in acqua, come si fa a giocare a pallone? Potevate colpire un bambino o una persona anziana. Dove sono i vostri genitori?” sbraitò all’indirizzo dei ragazzini. All’improvviso giunse correndo un uomo sui quarant’anni, pelato, alto e muscoloso che si avventò su Andrea.

“Sono io il padre! Cosa c’è? Ora non si può neanche giocare a pallone in santa pace sulla spiaggia? Non c’è nessuna legge che lo vieta…”

“Ma che dice?! È dal 1942 che in Italia è vietato giocare in spiaggia, è un regio decreto! E la Capitaneria di porto ha vietato da anni tutti i giochi con palla su questa spiaggia.”

Mister Muscolo non si fece intimidire dalle parole di Andrea. Si rivolse a Piera.

“Porti via suo marito, prima che chiami i vigili! Minacciare così dei bambini che giocano a palla. Cosa dovrebbero fare i bambini in spiaggia, secondo lei, eh?”

Si avvicinò ad Andrea minaccioso e lui retrocesse spaventato. Il gonfiore sulla fronte si faceva sempre più evidente.

“Si vergogni, prendersela con dei bambini che giocano! Che i suoi figli non giocano? C’è un regio decreto a casa sua che lo vieta, eh?! Poveri bambini.”

“Ma lei è impazzito” sbottò Andrea con la voce che si era fatta stridula per la rabbia e la paura “sono stato colpito in viso dai suoi figli, e invece di ricevere scuse, questo! Questo!”

Piera lo afferrò per un braccio e lo allontanò dall’altro che scuoteva la testa con aria di rimprovero. I bambini, atterriti, avevano smesso di giocare con palette e secchiello e li guardavano tornare verso di loro con le lacrime agli occhi.

“Papà, papà, cosa voleva quel signore da te?” chiese la piccola Veronica aggrappandosi alla gamba di Andrea.

“Il suo 73%, credo”, rispose divertita Piera. Fu il turno di Andrea di mandarla a quel paese.

(Foto dal film “Bianca” di Nanni Moretti)

Fori fa pure freddo e come piove

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Mentre cammino spedito sul lungofiume sotto una pioggia incessante che scende dalla mattina incrocio ombrelli colorati rumorosi agli schiaffi d’acqua e rifletto su quello di cui Emma mi ha parlato pochi giorni addietro. Schivo una pozzanghera e maledico la pioggia. Le luci di automobili e lampioni si centuplicano riflesse ovunque. Si lamentava, Emma, del nostro rapporto e non era la prima volta.

“Sono stufa. Non andiamo da nessuna parte. Siamo insieme da quasi un anno e ancora non ti decidi a venire a vivere da me o a chiedermi di trasferirmi da te.”

Devo averla guardata allarmato –Vivere insieme? Da dove diavolo le veniva quell’idea?!– perché si è alzata arrabbiata dal tavolino del bar dove ci eravamo fermati per prendere un caffè, appena dietro Castel Sant’Angelo, e si è allontanata quasi di corsa. Ho osservato il suo corpo bello, alto e magro. Mi piacciono le donne di un certo tipo, nordiche, anche se mi è capitato di avere storie con donne giunoniche, d’altronde ho quasi cinquant’anni, sono stato sposato per cinque anni con la ragazza con cui stavo tra alti e bassi dai tempi delle superiori, ma abbiamo divorziato da un decennio, e ho imparato in questi anni che il mondo è pieno di donne di tutti i tipi, molte disponibili, e poiché posso scegliere preferisco le bionde filiformi. Emma, inoltre, fa l’avvocato tributarista in un noto studio di Roma, ha iniziato a lavorarci appena dopo la laurea e l’abilitazione e fa veramente una figura magnifica appesa al mio braccio. Immagino che piaccia anche a lei, c’è una nota di compiacimento quando mi presenta “e lui è l’architetto Mancini”.

Al mio ombrello nero è saltata un’asticella, è floscio da una parte e ho la spalla sinistra fradicia ormai. Mi sento tutto intirizzito, non vedo l’ora di arrivare a casa, un piccolo appartamento sul lungotevere, due stanze all’ultimo piano di un vecchio palazzo con grandi finestre di legno bianco. L’appartamento sembra un bazar, c’ho ammucchiato quadri e cianfrusaglie, persino in bagno, tutti oggetti presi vagando per mercatini domenicali, soprattutto a Porta Portese dove arrivo molto presto e trovo sempre qualcosa, magari una vecchia crosta che attira la mia attenzione. L’idea che qualcun altro, oltre a me, possa invadere questo mio spazio pieno già all’inverosimile mi appare intollerabile. Nella camera entra giusto l’antico letto di legno scuro con il baldacchino e le tende di broccato rosso, e mi sembra di stare in chiesa quando ci sono sdraiato sopra. L’ho comprato a un’asta perché mi intrigava dormire, figurarsi scopare, in un letto ottocentesco piccolo e alto. Sulla parete sopra il letto ho cominciato un disegno -dipingere è l’altra mia passione, oltre l’accumulo di cose vecchie- che ho abbandonato quasi da subito, ogni sera mentre mi spoglio tra quadri, maschere giapponesi e lampade marocchine, mi dico che domani, tornerò a dipingerlo domani. Nelle mie intenzioni il quadro a parete doveva rappresentare una giungla verdissima con alti fili d’erba e piante esagerate da cui sarebbero spuntati animali minacciosi, una tigre, un pappagallo con le ali spalancate e scimmie grottesche, accecanti nei loro colori puri, un’opera tra i fauves e Rousseu il Doganiere. Invece, ad oggi, c’è una tigre monocromatica e un bozzetto appena distinguibile di una giungla. Ad Emma non piace, le ricorda i disegni di suo nipote, mi prende in giro. Davanti alle finestre si trovano due grandi tavoli pieni di disegni tecnici, ma io non sono certo Paolo Portoghesi, lavoro soprattutto nei cantieri come direttore dei lavori per una ditta di ponteggi elettrici e il proprietario è un mio lontano parente. Dovrei proseguire sul lungotevere invece mi ritrovo ad attraversare al semaforo. La pioggia non mi dà tregua, l’ombrello mi offre ormai solo un patetico riparo. Mi incammino veloce lungo via Giulia tra le file di auto parcheggiate e i motorini che mi sfrecciano accanto. Arrivo davanti a Le tre cicale in dieci minuti. Del vecchio ristorante dove ho lavorato per un paio d’anni come cameriere mente studiavo è rimasta solo la cappottina verde strappata sulla serranda stretta. Tre scalini scendono fino al piccolo portone nero e sono pieni di immondizia e foglie, è tutto in stato di abbandono. Da quando è morta la signora Livia, la proprietaria italo-francese, per un tumore, il marito, il signor Aldo, è riuscito a tirare avanti qualche anno poi ha chiuso: l’anima del locale era la moglie, lui era il modesto cuoco, lei inventava menu, aggiungeva il tocco finale ai piatti, accoglieva i clienti, teneva la contabilità. Il lavoro me lo aveva procurato Checco, il mio migliore amico all’epoca. Checco studiava all’alberghiero di Fiuggi per diventare cuoco e lavorava in estate nei locali di Roma, mi aveva passato qualche lavoretto come cameriere, prima all’Hilton a via Veneto e poi nel ristorante della signora Livia che era un’amica di famiglia. La specialità della signora Livia, ciò per cui era famosa e per cui i clienti tornavano a Le tre cicale, era la Sinfonia in blu, una torta soffice al cioccolato e decorata con violette candite che si faceva inviare direttamente da Albenga. La ricetta era segreta ed è morta con lei. La guardavo muoversi tra la sala e la cucina e le gravitavo sempre intorno sperando di sfiorarla mentre portavo i piatti eleganti ai tavoli. Aveva seni grandi e fianchi larghi, era alta e i capelli sempre raccolti le davano un’aria elegante. Impazzivo per lei, facevo sogni erotici abbastanza vividi, la sognavo con i capelli sciolti, una sottoveste nera che sollevava piano sulle cosce forti, rivelando un pube peloso: mi sorrideva ai piedi del letto, maliziosa, appena uscita da una di quelle riviste tipo Rodox che mi regalava Carlo, il mio amico danese, e che tenevo sotto il letto. Nella realtà la signora Livia non sorrideva mai e dava ordini a destra e manca per mandare avanti il locale. Checco, che si era accorto di tutto, mi prendeva in giro, spietatamente, e faceva battute continue, anche di fronte al marito, un uomo piccolo e snello, con due grandi baffi.

“Il signor Aldo ci caccia a tutti e due, se non la smetti”, mi lamentavo, sperando che la piantasse. L’ultima sera che vidi la signora Livia fu anche l’ultima sera che lavorai al locale, quel primo anno d’università non avevo dato neanche un esame e non ero riuscito a rimandare la partenza per il servizio militare, mi spedivano a Belluno. Sarei ritornato dopo sei mesi, appena mia madre ebbe convinto uno zio, un tenente colonello che lavorava alla logistica nella caserma della Cecchignola, a far trasferire a Roma il suo unico figlio che moriva di fame a Belluno. Tornai con l’impressione che il freddo accumulato a Belluno e che sentivo nelle ossa non mi avrebbe più lasciato e comunque deciso a riprendere gli studi. Quell’ultima sera a Le tre cicale salutai tutti, i cuochi in cucina, gli altri camerieri e mi congedai dai due proprietari, che avevano aggiunto un generoso extra alla mia ultima paga, con un abbraccio imbarazzato. Dopo il servizio presi una sbronza colossale insieme a Checco, pioveva pure quella sera, ma prendemmo lo stesso il motorino e arrivammo sotto le finestra della signora Livia e iniziai a cantare, alcuni stornelli romani e le canzoni di Franco Califano che sicuramente lei non conosceva, disperato, come le cantava lui, parlando più che altro, ma più ubriaco:

“Io qui sto rilassato e chi se move

fori fa pure freddo e come piove…

Me nn’amoro de te, se no che vita è…”

La vidi alla finestra, o almeno pensai che fosse lei quell’ombra dietro il vetro, poi Checco mi mise a forza sul motorino e mi riportò a casa.

Sono completamente bagnato, l’ombrello è diventato inutilizzabile, è saltata un’altra asticella, lo getto via stizzito. Accelero il passo tornando sul lungotevere, la pioggia stasera è veramente crudele.

(Foto dal film “Amarcord” di Federico Fellini)