La terrazza

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La signora Dina li guardò salire le scale, portavano con loro una scopetta rosa, rubata nel giardino sul retro. Paolo, il più piccolo dei tre, aveva il viso dipinto con il pennarello rosso, dei segni orizzontali sulla fronte e sulle guance. Giocavano agli indiani, realizzò sorridendo, seduta al tavolo della cucina. Era settembre, ma faceva ancora un gran caldo come fosse luglio e la porta di casa che dava sulle scale era aperta tutto il giorno, nella speranza che entrasse corrente fresca e magari qualche indiscrezione sulla vita degli inquilini degli altri appartamenti. Per esempio, Luigi, quello del primo piano, che saliva sempre in punta di piedi.

La signora Dina non era la portinaia, il palazzo non era quel genere di palazzo borghese dove c’è bisogno della portinaia, era una palazzina a tre piani di periferia, nove appartamenti in tutto, e lei, poi, non aveva neanche il phyisique du rôle, non era grassa e con le ciabatte, né guardava continuamente la tv, le soap opera o le telenovelas, l’ultima che aveva visto era stata Ciranda de pedra anni prima e poi si era detta “mai più”. La signora Dina era alta e magra, quasi spigolosa, disegnava le sopracciglia con la matita marrone nel viso lungo e con gli zigomi alti, e portava vestiti attillati e scarpe costose ai piedi. Eppure se le avessero chiesto cosa facesse con la porta al piano terra sempre aperta a controllare entrate e uscite, avrebbe tranquillamente risposto con la sua voce roca da venti, né una di più, né una di meno, sigarette al giorno, che una portinaia gratis, “e chi poteva entrare dal portone al giorno d’oggi non si poteva mai sapere”, faceva comodo a tutti nel palazzo. Per fortuna che era in pensione e ci vedeva ancora bene, aggiungeva, e peccato che nel palazzo non sarebbe mai arrivato alcun giapponese, sospirava mentalmente. All’ingresso teneva una gabbietta con due porcellini d’India, animali intelligentissimi che si agitavano tanto solo quando passava sul pianerottolo del piano terra e iniziava a salire sempre frettolosamente le scale la signorina Valeria, secondo piano, lunghi capelli neri con frangia, rossetto rosso, vestitini svolazzanti anni cinquanta e scarpe con laccetto alla caviglia. Bastava sporgersi dalla sedia al tavolo della piccola cucina, mentre leggeva, per avere una buona visuale della porta d’ingresso, senza dare nell’occhio e senza muoversi per vedere l’andirivieni degli abitanti e dei visitatori. I bambini utilizzavano le scale per i loro giochi durante il pomeriggio, soprattutto d’estate, e la signora Dina doveva riprenderli perché iniziavano troppo presto e il vecchio dell’appartamento a fianco, un vedovo acido e brontolone, sempre con il giornale ripiegato sotto il braccio, si attaccava ai campanelli e rimproverava padri e madri.

-Prima delle 16 non si può!

Ve lo dice la signora Dina, quel rompiballe c’aveva passato la vita a “nonsipuò”.

E pensare che v’era stato un tempo, quando usciva di casa al mattino per andare in ufficio e chiudeva la porta e lui la seguiva subito dopo come se l’aspettasse, che lei voltava la testa e gli augurava rocamente “buongiorno” e lui arrossiva e sembrava che avessero fatto sesso invece di incrociarsi solo casualmente.

Sentì i bambini ancora qualche minuto, bisbiglianti, poi abbassò il capo sul libro di poesie. Legge poesie la signora Dina? Non sembra il tipo.

I bambini continuavano a salire, Alessandro, il fratello maggiore di Paolo, aveva visto scendere Luigi, quello del primo piano, uno che viveva solo, ma ogni tanto faceva le scale velocemente e in punta di piedi con un altro signore, i capelli lunghi fino alle spalle con la riga in mezzo che indossava un gilet marrone e una sciarpa viola e forse c’aveva sugli occhi quel colore che metteva anche sua madre la mattina in bagno mentre papà smadonnava, “che ti trucchi a fa’, per stare dentro un negozio dove non entra nessuno, sbrigati che ho bisogno del bagno!”. E Luigi non era sceso da casa, era sceso dalla terrazza e se c’aveva ragione suo padre che smadonnava pure con Luigi “è lui che lascia sempre la porta della terrazza aperta, se lo becco una volta o l’altra gli meno a quel finocchio” mentre sua madre indicava lui e suo fratello Paolo con la testa:

-Stai zitto, non ti far sentire dai bambini. Sarà andato a controllare i cassoni dell’acqua.

Alessandro continuava a salire, gli sembrava, guardando in su, di vedere la luce forte che entrava dalla porta grigia lasciata aperta. Dietro di lui c’erano Paolo e Fabio che lo seguivano. Si erano stancati presto di cavalcare biciclette e scope in giardino sotto il sole e avevano cercato riparo nell’ombra del portone.

Quando erano entrati nel portone Alessandro aveva gettato l’occhio sulle cavie peruviane della signora Dina, una non si vedeva, forse era nascosta nella ruota, ma l’altra sembrò ricambiare il suo sguardo. Avrebbe voluto tanto anche lui una cavia peruviana, ma sua madre diceva di non volere altri animali in casa. Non avevano nessun animale in casa. Dall’alto, dalla porta lasciata aperta da Luigi, arrivava una luce potente, bianca.

Salirono ancora fino alla porta aperta.

-Mamma non vuole.

Alessandro ignorò Paolo, aveva cinque anni e l’unico modo per sopportarlo era ignorarlo o riempirlo di schiaffi quando sua madre non c’era. Fabio aveva nove anni, era un suo compagno di scuola e abitava al terzo piano, era figlio unico, sua madre e suo padre stavano divorziando, meno male che prima si sentivano sempre urlare, la madre tirava le cose al padre e il padre se ne andava sbattendo la porta. Era un tipo di poche parole, timido, faceva di tutto per compiacere Alessandro, anche sopportare Paolo.

Lo seguirono in terrazza, spalancando del tutto la porta. Passarono attraverso le lenzuola viola stese ad asciugare, Alessandro pensò che era per quello che Luigi saliva così spesso, per stendere. Sua madre stendeva in casa o sul balcone di dietro, ma qualcuno del palazzo preferiva stendere in terrazza. Si sentiva un odore buono, di borotalco o di fiori, passando sotto e in mezzo alle lenzuola stese di Luigi. Iniziarono a rincorrersi e a cercare di prendersi.

Poi Paolo lanciò un urlo, come un vero indiano della tv e saltò sul muretto che delimitava la terrazza con tutta la scopetta rosa. Si voltò, si mise a carponi e guardò in basso. Il cortile con le mattonelle rosse sembrava lontano, vide la signorina Valeria uscire dal portone e la chiamò.

-Ehi, ehi! Ciao.

Agitava la scopetta che sbatteva ogni volta sulla soglia fino a quando diede un colpo troppo forte e precipitò di sotto, un gigantesco insetto stecco con una ridicola coda rosa. Paolo vide la signorina Valeria guardare in su e portare una mano alla bocca, seguendo a occhi sbarrati la caduta della scopetta.

Doveva aver cacciato un urlo, anche se lui non lo aveva sentito, perché vide lanciarsi fuori dal portone la signora Dina.

Alessandro lo abbracciò alla vita e si affacciò dal muretto anche lui, sporgendo la testa. Fabio era al suo fianco.

-Ciao signora Dina! Ciao!

Paolo continuava a salutare. Intanto s’erano aggiunti altri inquilini del palazzo, tutti a testa in su. Anche Alessandro e Fabio presero a salutare con la mano.

Paolo si sedette sul muretto con le gambe penzoloni nel vuoto, Alessandro lo teneva ancora per la vita e lui si sentiva un re sul trono. Guardò verso il grande prato pieno di papaveri e gru proprio lì davanti, da quando erano iniziati i lavori per la costruzione di tre nuovi palazzi lo avevano recintato e non era più possibile andarci a giocare a pallone, come facevano prima, tutti i pomeriggi. Il signor Ottorino del terzo piano ci portava comunque il cane, un cocker di cento anni di nome Liala che si trascinava a fatica e che somigliava al padrone, a fare cacca per rappresaglia, una specie di vendetta per il casino che facevano a tutte le ore del giorno.

A lui piaceva il rumore del cantiere, pure quando gli operai iniziavano a urlare tra di loro, e dopo pranzo, mentre la mamma rassettava la cucina, si metteva con il suo Nintendo fuori sul balcone, seduto a terra con la schiena verso il muro, ma si stancava subito, il suo Nintendo era vecchio, glielo aveva passato suo fratello e ora Alessandro ne aveva uno nuovo, avrebbe voluto quello e allora si metteva ad osservare attraverso la ringhiera il balletto delle gru, il materiale che saliva e scendeva, gli operai che si agitavano lì intorno e tutte quelle parole che sembravano proprio quelle parole, quando non c’era la mamma che era al lavoro, si esercitava molto con suo fratello e Fabio, sempre sottovoce.

Doveva tornare all’asilo la prossima settimana, ma non era contento. Stava bene a casa l’estate, a volte la mamma lo portava con sé al negozio di alimentari, nella stessa via del loro palazzo, a cento metri da casa, dove aiutava Mario il proprietario, ma si annoiava e Mario lo spaventava, aveva un occhio azzurro e un occhio di vetro e faceva continuamente battute e poi rideva da solo, “mette a disagio la gente”, così almeno diceva suo padre a tavola la sera, ma sua madre lo difendeva sempre, diceva che era un uomo buono e che la gente non gli perdonava l’occhio di vetro, ecco perché era a disagio. Ma il più delle volte restava a casa con Alessandro a guardare la tv al mattino, mentre spesso il pomeriggio erano affidati alla mamma di Fabio che non lavorava e che non badava mai troppo a loro, li faceva scendere presto in cortile e lei rimaneva in casa a scambiare messaggi con le amiche e a leggere certi giornali con i personaggi famosi che si baciavano in copertina.

Vide Luigi correre in strada verso il cortile, inseguiva una figura magra e vestita di bianco. Nell’attimo stesso in cui entrava dal cancello nel giardino, riconobbe la mamma. Piangeva e si teneva il fianco. Alessandro lo tirò indietro e lo fece scendere.

Come i piedi di Paolo toccarono il lastricato grigio della terrazza, dalla porta si catapultò il vedovo del piano terra, prese in braccio Paolo che cominciò a piangere. Il vedovo si voltò e disse bruscamente agli altri due che erano immobili e silenziosi, spaventati anche loro:

-Forza, muovetevi. Scendete.

La discesa fu lunga e silenziosa.

Si erano tutti radunati nell’ingresso e nella cucina della signora Dina, intorno alla sedia dove sedeva scomposta, il viso bianco come il camice, la mamma di Paolo e Alessandro. La signora Dina le aveva offerto un bicchiere d’acqua e le accarezzava la mano.

-Non è successo niente, cara, sono bambini. Era un gioco.

Paolo continuava a piangere in braccio al vedovo. La signorina Valeria e Luigi provavano a consolarlo. Arrivò la madre di Fabio, scendeva le scale come una furia. Strattonò Fabio per un braccio e lo portò via sibilando rabbiosa che a casa avrebbero fatto i conti. Alessandro si sentiva al centro di un palcoscenico, ma invisibile. Tutti erano intenti a consolare qualcuno o a parlare tra di loro. Poi sua madre lo guardò. Sapeva che non doveva andare in terrazza e c’era andato lo stesso, se quello stupido di suo fratello non avesse iniziato a salutare e a urlare non se ne sarebbe accorto nessuno, tutta quella confusione per una cosa così stupida. Ma intanto sua madre scuoteva la testa.

-Lo so che sei stato tu, lo so. È stato lo spavento più grande della mia vita. Perché mi fai queste cose?

Alessandro spostò lo sguardo verso la fruttiera che era al centro del tavolo, c’era una sola mela rossa e un grappolo d’uva. Sua madre intanto si era alzata, ringraziò la signora Dina e si avvicinò a Paolo, lo prese in braccio e lui smise di piangere. Era tutto congestionato e sudato.

-Andiamo a lavarci il viso, poi vieni con la mamma al negozio, eh?

Passò oltre Alessandro e salì le scale verso casa. Alessandro non sapeva cosa fare, continuava a tenere lo sguardo sulla fruttiera. Forse avrebbe dovuto piangere come Paolo. Gli altri inquilini uscirono con sua madre e si dispersero nel palazzo. La signora Dina prese la mela rossa, la sciacquò e l’asciugò con uno strofinaccio da cucina. Poi gli si avvicinò e gli offrì la mela, senza dire una parola e quando Alessandro la prese gli strinse la spalla sospirando. La cavia peruviana fissava Alessandro. 

(Foto dal film “Ladri di bicicletta” di Vittorio De Sica)

Cuor di maiale

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Et toi mon cœur pourquoi bats-tu
Comme un guetteur mélancolique
(Guillaume Apollinaire)

Ieri notte ho sentito un rumore metallico, come un oggetto che cadeva e mi sono svegliata. Avvertivo anche un dolore al petto, leggero, ma sono riuscita a riaddormentarmi subito. La mattina mi sono alzata agitata, qualcosa non andava, non andava in me, avevo un buco al centro del petto. Durante la notte m’era caduto il cuore, era rotolato da qualche parte, allora sono stata presa da una grande agitazione, dovevo ritrovarlo, come si fa a vivere con un buco grande come una grossa mela nel petto? Mi sono inginocchiata e l’ho cercato sotto il letto. C’era la Ragazzina che leggeva L’Intrepido o Lanciostory, o forse qualcosa di più sporco, perché s’è messa un dito sulle labbra, infastidita, continuando a leggere. L’ho lasciata fare, mi sono rialzata e ho abbassato il copriletto. Sono corsa in sala, dalla gatta sul divano, ho controllato in giro che non c’avesse giocato, ma del cuore nessuna traccia. Poteva esserselo mangiato? È una gatta macchiavellica e dispettosa, poteva averlo nascosto dovunque, se lo avesse preso lei non lo avrei più ritrovato, ma ronfava acciambellata, con aria innocente. L’ho lasciata lì e sono entrata in cucina dove la Vecchia era seduta con i gomiti sul tavolo, si reggeva il viso con le mani, sembrava sul punto di appisolarsi, il mio arrivo l’ha svegliata.
“Ho perso il cuore.” Ho esclamato preoccupata.
Mi ha guardato come mi guarda sempre, con un misto di compassione e fastidio. È sempre seria, ha il viso pallido, i capelli bianchi aggrovigliati, gli occhi neri e le labbra sempre troppo rosse per il rossetto che sembra secco, pastoso.
“Cosa ti dico sempre? Catene non ha, il cuore è uno zingaro e va…”
“Oh, smettila. Non mi hai mai detto niente del genere: dimentichi tutto e sonnecchi sempre. Io ho perso il cuore!”
“Lo perderai, così lo perderai…”
Ho portato una mano sul petto e ho trovato il buco. C’era ancora. Preoccupata sono uscita dalla cucina, mentre la Vecchia continuava:
“Understand? Understand?”
“Anche l’inglese ora, a malapena ricordi come ti chiami…” Ho borbottato allontanandomi.
Sono entrata in cameretta dai bambini, ho acceso la lampada sul comodino tra i letti e ho sollevato le palpebre del Grande, ho cercato nella sua anisocoria, ma niente cuore. Si è voltato dall’altra parte e ha continuato a dormire. Sono andata dal Piccolo, gli ho aperto la bocca, ho controllato nel suo apparecchio ortodontico, mentre lui borbottava nel sonno: non c’era. Infine sono entrata nella cameretta chiusa a chiave della Bambina, non dormiva, lei non dorme mai. Mi aspettava, è balzata giù dal letto con il suo pigiama celeste con piccoli razzi rossi pronti a partire.
“Cosa c’è? Glielo hai detto? Ora posso uscire?” Parlava veloce prendendomi la mano.
“No, tesoro, non posso, lo sai. È successa una cosa…Guarda qua,” le ho detto, mostrandole il petto. Ha allungato la mano e ha seguito i contorni del buco. È curiosa e coraggiosa, non era impaurita, era solo dispiaciuta per me.
“Come è successo? Sembra esploso. Non è stato un coltello.”
”Non lo so, mi sono svegliata così.”
“La tua asma? Lo sapevo che prima o poi saresti esplosa.”
“Non sono esplosa, ho un buco,” ho chiarito stizzita.
“Allora è scappato il cuore.”
“Sì, ma dove è scappato?”
“E se non lo ritrovi? Non potrai mai più mettere una camicetta. O un vestito scollato.”
Ero in preda a una grande frenesia, ho iniziato a camminare avanti e indietro, mi sono fermata davanti alla finestra, l’ho aperta, ma non le persiane, solo i vetri interni. La luce del sole filtrava comunque e mi illuminava i piedi nudi.
“Potremmo andare dal macellaio a prendere un cuore,” ha esclamato entusiasta la Bambina battendo le mani.
“Non voglio avere il cuore di una mucca,” ho risposto affranta.
“No, non di una mucca. Di un maiale! Ho visto un documentario sui trapianti, i primi esperimenti li hanno fatti con il cuore di maiale, è ugualeuguale a quello umano.”
Mi sono voltata per guardare il suo viso vispo incorniciato dai capelli corti e arruffati.
“Vuoi ancora essere la prima persona ad andare su Marte?”
“Sì, io insieme a Elon Musk. Ho già preparato le nostre tute di Domopak. Ora però andiamo a prendere il tuo nuovo cuore prima che gli altri si sveglino.”
“Non puoi venire, lo sai. Porterò il cuore di maiale qui e mi aiuterai a metterlo, eh?”
Si è intristita, ma non ha fatto capricci.
“Mi porterai anche la cera del Galbanino? Se ci aggiungiamo la tempera rosa possiamo metterla a coprire il buco dopo aver riattaccato il cuore.” Ora era entusiasta al pensiero di tutta quella cera da lavorare.
“Sì, dai, ci facciamo anche le unghie lunghe con la cera!” Nonostante questa storia del cuore, il pensiero della cera del Galbanino eccitava anche me.
“Sbrigati, allora”.
Ho chiuso la porta a chiave, ho indossato una maglia larga, comoda e accollata e sono andata a comprare il cuore nuovo.

Colonna sonora:

  • Cuore matto– Little Tony
  • Il cuore è uno zingaro– Nada
  • A million little pieces– Placebo
  • Clouds across the moon– Rah Band

 

(Foto dal film “Room” di  Lenny Abrahamson)

Charbovari

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Ma io solo qui scrivo di te,
Mia charmeuse, mia encantadora:
(Giovanni Giudici)

Chissà se Emma lo sa che il vero, drammatico eroe del libro con il suo nome è lui, Charles, con il suo corpo enorme, le mani grandi, inetto, ma tenace, un po’ tardo, uno con cui è facile simpatizzare da subito: Charles Bovary, Charbovari, sono io. Eppure Emma la capisco, pallida, con i lunghi capelli neri legati, la riga in mezzo, oggetto del desiderio che desidera, signora romantica e vanitosa e le auguro un libro con una sorte migliore (trovo “Madame Bovary” un libro bellissimo, sia chiaro). Identificarmi con Humbert Humbert è stato più disturbante, un vecchio pedofilo malato dalle raffinate elucubrazioni, e Lolita mi ha suscitato una profonda tenerezza, e anche disagio per la sua condizione di borderline cognitiva, per la sua animalesca stupidità: una preda perfetta. Sono stata bene come Constance Chatterley, soprattutto all’inizio, sola, davanti allo specchio quando guarda impietosa il proprio corpo. Verso Lucia ho provato simpatia, ma soltanto dopo il ginnasio, anche se mi ha infastidito la sua passività nonostante lo spirito contadino, vorrei però darle una seconda possibilità, era giovane, portava una raggiera di lunghi spilli d’argento nei capelli e faceva i sorrisi malinconici, accorati dice Manzoni, delle spose. Sceglierei sempre, tra le mille figure femminili di libri scritti da uomini, Sherazad perché trovo l’affabulazione uno dei più grandi misteri umani e, inoltre, mi commuove sempre la poiesi femminile e questi persiani antichi mi sembrano molto femministi. Quando ero bambina un mio zio materno mi ha regalato dei libri che aveva recuperato accanto ai cassonetti davanti casa, alcuni grandi libri dalla copertina color carta da zucchero, i volumi di “Le mille e una notte”, odoravano un po’ di muffa, erano ingialliti e mia madre si è arrabbiata con mio padre che mi ha permesso di tenerli in cameretta. Mio zio me li aveva regalati perché ogni tanto rubavo un libro dalla sua libreria, qualche volume colorato dei “I Quindici” e libri di elettronica, aveva solo quelli. Preferivo rubare dalla libreria di un’altra zia che almeno aveva romanzi d’amore e libri di favole con belle illustrazioni. Ero controllata a vista quando capitavo in visita e immagino che zio abbia pensato che regalandomi quei libroni mi avrebbe tenuta lontano dalla sua libreria. Lo ha fatto per qualche tempo.

(Foto dal film “Effi Briest” di Rainer Werner Fassbinder)

La bicicletta

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Era la mia vicina di casa preferita, più grande di me di qualche anno, la sentivo sempre cantare a squarciagola, io squittivo e lei cantava a squarciagola. Cantava Lucio Dalla scendendo le scale, “se chiudi gli occhi, lei lo sa, stella di periferiaaaaa…”, mentre mio padre le teneva aperto il portone:
-Come può piacerti Lucio Dalla, con tutti quei peli?- le urlava dietro.
Aveva lunghi capelli biondi, forse tinti, ma chi se ne frega, erano biondi. Era alta e magra, gambe e collo lunghi, da giraffa, ed era una radioamatrice. Il suo nome era Bambolina, parlava con un mucchio di uomini, camionisti, padri di famiglia, uomini maturi, raramente ragazzi e tutte quelle voci mi sembravano innamorate, “passoechiudo”. Aveva il baracchino in cameretta e passava le serate sdraiata sul letto, di pancia, con le gambe sollevate, sempre agitate, a sforbiciare in aria. Mi infilavo in casa sua continuamente, nel palazzo le porte degli appartamenti sui pianerottoli erano quasi sempre aperte e sua madre, una vedova sulla cinquantina, mi diceva “È di là”, tanto lo sapeva che entravo a cercarla per poi spiarla dall’uscio della cameretta, l’ascoltavo parlare al baracchino, e quando mi vedeva lì, impalata, mi faceva un gesto invitante con la mano, ma io scappavo via. Il pomeriggio andava in un garage dietro casa e faceva la disc jockey a Radio Menta mentre il suo ragazzo, uno alto e biondo, con i capelli fonati come Ken, cambiava i dischi.
-Bambolina non se li mette da sola i dischi, li graffia tutti, calca la mano sulla puntina, lei!- gridava al microfono. Conduceva un programma sulla musica italiana, sapeva tutto sui Cugini di Campagna, ma anche sugli Area e sulla PFM, e i radioascoltatori chiamavano per parlare con lei, gli uomini per parlare di musica, le donne per lasciare le loro dediche, mettimi Quarant’anni di Stefano Rosso per mia zia Elsa, grazie.
Ogni pomeriggio passavo davanti al garage di Radio Menta con la bicicletta. A volte scendevo la rampa, per vederla, lasciavo la bici poggiata al muro ed entravo. Quella rampa l’ho sognata da adulta, una calda notte d’estate in cui avevo litigato con il mio amante e m’ero addormentata con la luce accesa e le cuffiette alle orecchie. Ero su un autobus arancione sgangherato che saliva su strade tortuose e all’improvviso il conducente s’arrabbiava con me perché ci inseguivano e mi ordinava di scendere fermandosi di botto ed io fuggivo inseguita da una berlina nera, ma non si vedevano gli occupanti della macchina. Sapevo che c’erano, perché dovevano riprendersi un lumacone che avevo nella testa, e arrivavo a questa rampa di garage, la stessa di Radio Menta e all’improvviso ero ammanettata a un vecchio frigorifero fuori dalla porta del garage, seduta a terra con una gonna rosa stretta fino al ginocchio. Stavo molto scomoda e innegabilmente m’avevano catturata. Durante tutta la nostra relazione non ho mai sognato il mio amante, ho fatto spesso sogni agitati che sembravano riguardarlo, ma lui non l’ho mai sognato. L’ho amato molto, o almeno all’epoca ne ero convinta, ne ero ossessionata dal punto di vista fisico e mentale, mi sembrava di impazzire, stava settimane senza farsi sentire, poi mi mandava un messaggio con parole accorate di amore e disperazione ed io volevo vederlo, correre da lui, ma eravamo in due città lontane ed eravamo entrambi sposati, e a ritroso lui non me lo ha mai chiesto ed io non sono mai andata, poi spariva di nuovo per settimane e a me sembrava impossibile che non continuassi ad esserne ossessionata anche in sogno. Ho sempre sognato tutte le persone della mia vita, lui era la persona più importante in quegli anni e non lo sognavo. Il mio inconscio probabilmente capiva questa relazione meglio di me. Quando entravo nel garage trovavo Bambolina, Sara, l’altra conduttrice del programma pomeridiano, e Ken, dietro una consolle, le grandi cuffie alle orecchie, Sara piccola e mora, la voce roca e lei, Bambolina, che rideva parlando. Eravamo tanti ad andare a vedere e ascoltare le trasmissioni di Radio Menta nel quartiere, i disc jockey erano dietro un vetro, ma c’erano disseminati dovunque cartelli con su scritto “Silenzio o morte”. Una volta avevo avuto un attacco d’asma mentre ero lì sotto, la corsa in bicicletta, il buio, l’odore di un deodorante, forse uno degli spettatori aveva esagerato con il deodorante, un signor attacco d’asma. Ero svenuta scivolando lungo il muro, mentre la radio mandava una canzone di Bennato che parlava di marziani, o forse me la sono inventata, è stata l’asma. Avevo arrancato muro muro fino alla serranda del garage. Nessuno mi aveva visto o almeno così avevo pensato mentre morivo e poi era arrivata lei, preoccupata, mi aveva portata fino alla strada, alla luce, fatto sedere su un muretto basso, stringendomi la mano e intanto mi diceva di respirare, guarda in alto e respira.
Poi l’estate mi aveva tenuta lontana da casa per più di un mese in vacanza in un paese abruzzese con degli zii, l’arrivo dell’autunno e l’adolescenza mi avevano reso estranee persino le cose che mi sembravano indispensabili prima, persino la mia bicicletta e l’infatuazione per Bambolina m’era passata, non la vedevo quasi più e non andavo più a casa sua. Avevo scoperto che era possibile intrufolarsi nella nuova scuola vicino casa, da anni in costruzione, sempre quasi pronta, ancora del colore del cemento. Ci trascorrevo tutti i pomeriggi, con alcuni compagni di classe, ci davamo appuntamento all’incrocio tra la nostra via e quella che portava alla scuola, ancora non asfaltata e piena di buche. Scavalcavamo il cancello uno alla volta e poi, attraverso una finestra rotta al pianterreno, entravamo. Portavamo penne e pennarelli e scrivevamo sui muri, disegnavamo su ogni parete, frasi ingiuriose verso i professori, soprattutto quello ciccione di tecnica, vicepreside, che ci terrorizzava e frasi sul sesso. Con i pennarelli colorati. Avevamo finito di rompere le poche finestre interne che si erano salvate dai vandali che ci avevano preceduti. Una sera d’ottobre tornavo a casa a capo chino, le mani nelle tasche del giubbotto, avevo freddo, dovevo sbrigarmi prima che mia madre tornasse dal lavoro e non mi trovasse a fare i compiti, quando ho rivolto uno sguardo immalinconito verso la rampa del garage di Radio Menta. Ho visto due persone avvinghiate, ho riconosciuto Bambolina, lui mi sembrava Ken, ma non ne sono sicura, la luce del lampione era fioca e poi è fuggito via quasi subito. Perché non si baciavano come pensavo all’inizio, ma lui le teneva le mani intorno al collo e le sbatteva la testa sul muro. Ho urlato, non riuscivo a capire bene cosa stesse accadendo e non sono riuscita subito a muovermi. Lui ha sentito l’urlo, ha urlato anche lui, troia maledetta, ed è corso via. Mi sono avvicinata, lei era accasciata sul muro, ma cosciente. Dalla bocca usciva copioso il sangue.
-Cosa t’ha fatto? Chi era? Vado a chiamare tua madre? La polizia?
Mi ha toccato la spalla, mi ha detto di stare calma, che non era niente, di aiutarla ad arrivare a casa. Si è appoggiata pesantemente col braccio sulla mia spalla, si muoveva come una vecchia e trascinava anche un po’ i piedi. Quando siamo passati sotto il lampione ho visto che aveva il viso gonfio e il dente davanti spezzato. Volevo piangere e invece ho fatto quello che mi chiedeva, ansimando sotto il suo peso e l’ho portata a casa. L’ho aiutata a salire le scale anche se è stato più facile che per strada perché si teneva al corrimano, non parlava, forse le faceva troppo male la bocca. Ha tirato fuori le chiavi dalla tasca della giacca, le tremavano le mani mentre le infilava nella toppa. Si è girata verso di me, mi ha sorriso e si è portata una mano alla bocca e non so se fosse un gesto per chiedermi di fare silenzio o se mi avesse mandato un bacio ed è scivolata velocemente in casa chiudendo la porta. Ho saputo da mia madre che qualche giorno più tardi è partita per studiare all’università a Bologna, per Lucio Dalla, te lo dico io, ha commentato mio padre. Anche noi ci siamo trasferiti quell’inverno, una casa più grande con un giardino. Radio Menta ha chiuso, la scuola è stata consegnata in una cerimonia in pompa magna la primavera successiva, con il vicesindaco, il vescovo e il vicepreside sempre più grasso.

(La foto dal film “La bicicletta verde” di Haifaa Al-Mansour)

Oggi farfalle

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La madre e la figlia arrivano alla lezione di nuoto ogni volta con qualche minuto di ritardo. La bambina è bionda e minuta, porta un costumino rosa intero, la cuffia fucsia con dei fiori gialli stampati sopra e due grandi braccioli rossi. La madre la accompagna quasi sul bordo della piscina, mentre l’istruttore le dice di sbrigarsi e di tuffarsi in acqua. La figlia saltella su un piede e sull’altro come per perdere tempo.

-Giulietta, su, buttati.

Giulia ha paura dell’istruttore. Giulia ha paura di tutto. Ma dell’istruttore in modo particolare, forse perché ha una gran paura dell’acqua e a volte, quando lei non vuole staccarsi dalle gambe della mamma e si attarda aggiustandosi la cuffia e poi i braccioli e poi oddio devo fare pipì, esce veloce dalla piscina e la butta dentro. Ha il viso butterato, troppo cloro dice la mamma, e porta un costume lungo turchese, aerodinamico dice ancora la mamma, i capelli neri lunghi sul collo, escono dalla cuffia nera come tante zampe di ragno, gli occhialetti su un naso importante ed è senza labbra. Ha la bocca, ma non ha le labbra. E quando, quando la butta in acqua sente una cosa viva aprirsi e poi chiudersi su di lei e quelle zampette la portano giù, giù, prima che i braccioli facciano il loro lavoro e la riportino a galla. Lui le si avvicina e inizia a impartirle ordini, lei, il viso impassibile come se il cuore e i polmoni non stiano per scoppiare e gambe, testa e braccia partire dal tronco del suo corpicino in licra colorata e attaccarsi al soffitto e alle pareti di vetro e cemento, esegue: sulla pancia, sul dorso, agita le mani, muovi i piedi, alzali di più, senza schizzare. Senza schizzare, ho detto!

La madre si è già lamentata con l’istruttore, con la figlia del padrone della piscina che gestisce il piccolo bar all’interno della piscina e infine con il padrone della piscina.

-È necessario?

-Se vuole che impari…- hanno risposto tutti.

Mentre assiste alla lezione quell’odore di cloro la soffoca un po’, ma rimane in piedi vicino alla porta che dà sugli spogliatoi e le docce, ansiosa, girando e rigirando tra le dita la tracolla della borsa. Giulia è una bambina seria, molto seria. Ha grandi occhi castani da vecchia e una tenera bocca a cuore.

Giulia dice molte bugie, a volte sistema o abbellisce la realtà, piccole bugie di assestamento, a casa, in giardino, ha un pony con una lunga criniera bionda, ma non c’è nessun pony, e anche bugie più grandi, che Ariana Grande frequenta assiduamente la loro casa e che il suo papà fa il tassista con il taxi giallo, non c’è nessun papà, figurarsi un taxi giallo.

Le maestre l’hanno convocata. Giulia ha preso per i capelli una compagna di scuola che le ha detto che sono andate all’asilo insieme e che non ha proprio nessun papà che la porta a fare giri con il taxi la notte. Le maestre, due cinquantenni sovrappeso, con i capelli mechati, così simili da sembrare sorelle, sono dispiaciute, ma le hanno consigliato di portare la bambina da uno psicologo. Dipende dal quadro appeso nell’ingresso, di una notte newyorchese di pioggia con un taxi giallo, davanti al quale Giulia passa tutti i giorni, forse è convinta che ci sia un legame con suo padre, ha provato a giustificarla.

Oggi Giulia è senza braccioli, la mamma è distratta, non ha controllato che li abbia messi, e lei cammina impettita, più veloce del solito verso il bordo vasca. Prende la rincorsa e si butta, mentre la madre tende la mano per afferrarla, ma Giulia è in aria per lo slancio e poi entra con i piedi rannicchiata. Si distende in acqua, la sente che entra dal naso, dalla bocca aperta, allarga le braccia, scende a fondo, con gli occhi serrati, dove l’acqua è più fredda e non riesce a urlare con l’acqua di tutta la piscina in bocca. Si lascia andare mentre i muri di quella cattedrale scintillante le si riversano addosso. È nel taxi giallo con la sua amica Ariana Grande che le sorride, ooh baby, oh baby, my baby. Non vede sua madre buttarsi in acqua, né l’istruttore in turchese precipitarsi. Sviene. Qualcuno le sta facendo pressione sul petto, apre gli occhi, vede la madre tenuta a distanza dal proprietario della piscina, un signore piccolo e calvo. Tutti i bambini sono fuori dalla piscina, con i loro costumi e le cuffie colorate, in silenzio e i genitori scioccati. L’istruttore è sopra di lei, mentre sputa acqua.
Allora si alza seduta di scatto e inizia a vomitare, un fiotto dritto, preciso, che colpisce l’istruttore sul petto semifasciato di turchese, un fiotto di farfalle, che le piacciono tanto, gliele ha cucinate la mamma per pranzo, con la panna, le carotine e i piselli.

(Dal film “Alice nelle città” di Wim Wenders)

La passeggiata

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I giorni uguali e le notti insonni corrono verso dove non ha controllo. È inverno e le mattine sono fredde con i colori puliti all’orizzonte, lui accelera l’andatura e solo raramente si ferma e annusa l’aria. Mattine in cui vede la nebbia salire da valle, alzarsi sulla strada che percorre, venirgli incontro. La passeggiata nella strada sotto casa, ai margini del paese dove si è trasferito da qualche anno, è diventato il momento indispensabile del suo tempo quotidiano, l’unica attività che si concede prima di chiudersi in casa per il resto del giorno. Legge, scrive, ascolta musica da una vecchia radio che hanno lasciato i precedenti proprietari, due volte a settimana un alimentari della zona lo rifornisce del cibo che ordina al telefono. Il ragazzo, un ventenne timido e imbarazzato che gli porta la spesa su un vecchio Ciao, è l’unica persona con cui parla da mesi. Quando è con gli altri un peso enorme gli opprime il petto, non ci riesce, non ci riesce più. Mattine in cui scende nella strada isolata, malamente pavimentata con i sanpietrini, i lampioni senza vetri e lampadine, i cumuli di immondizia sparsi e la natura che si riprende tutto, la parietaria che ha soffocato i muri di contenimento ai lati della strada, i rovi di more che chiudono passaggi, il muschio per terra, dovunque. Mattine in cui la luna non tramonta e rimane ancora là, a destra, in alto, un po’ sbiadita. A sette anni aveva detto a sua madre che secondo lui, in cielo, c’erano due lune, una a forma di unghia e l’altra rotonda, che s’accendevano a turno la sera. Sua madre aveva riso e gli aveva preso e stretto la mano. Nel corso degli anni ha avuto l’impressione di sentire quella stretta, più spesso, invece, non l’ha sentita, nessuno l’ha più consolato o incoraggiato come faceva lei, con i piccoli gesti del loro personale lessico familiare.
Mattine in cui procede lento, per il ghiaccio che s’è formato sulla strada, mattine gelide che gli arrivano col vento sul viso, già con la nostalgia del calore del letto appena lasciato. La mattina che scavalca i cordoli di cemento che bloccano la strada, dove l’estate precedente s’è verificata una frana e scende ancora, verso la galleria, un’opera mastodontica e inutile per quella piccola strada panoramica, neanche inaugurata e i cui lavori hanno probabilmente causato il crollo di parte della montagna. Scende e prima della galleria vede la giostra. C’è una giostra, qualcuno l’ha buttata come fosse un vecchio materasso. Sono arrivati probabilmente dall’altra parte della galleria, dove la strada è ancora percorribile con l’automobile e l’hanno abbandonata. È una giostra con i cavalli, di quelle che somigliano a carillon, ha qualche pannello di vetro bianco latte in alto rotto, è infangata e i colori dei cavalli sono tutti sbiaditi. Troppo tardi, quando ormai è vicino, si accorge che su uno dei cavalli ci sono due ragazzini, lei è bionda e minuta, lui, seduto dietro di lei, è grosso e scuro e le tiene una mano dentro il giacchetto di jeans, le tocca il seno, mentre con l’altra mano le volta la testa e si baciano. Il primo pensiero è per il giacchetto di jeans di lei, fa troppo freddo. Un pensiero incoerente, mentre si ferma incerto ed eccitato, non riesce a distogliere lo sguardo da quella mano che fruga impaziente. Si vergogna di se stesso, è un guardone. Si scuote, si volta e inizia a risalire. Sente la ragazzina ridere, si sono accorti di lui. Alza una mano, senza voltarsi, come per salutare.

(Nella foto Robert Walser)

Lunedì

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O God, I am not like you

S.Plath

 

Graziella ha appena parlato. Si guarda intorno incoraggiante. Sono seduti in circolo, sono dieci, su vecchie sedie. Stasera sono a casa di Emiliano, in genere si riuniscono il lunedì, dopo le ventuno. Il lunedì precedente hanno parlato di àgape, Giulia c’ha pensato poi per tutta la settimana, quando Antonia ha detto che spetta ai buoni e lei ne è stata infastidita, secondo lei a che serve l’idea di Dio se il suo amore spetta solo a chi se lo merita? Quanti sono in tutto il mondo? Dieci? Ma Antonia è una ragazzina che ha appena fatto il piercing per la terza volta all’ombelico ed è preoccupata che si infetti e che stavolta il padre lo scopra troppo presto, è una che dice di sé “io sono troppo buona” e quindi Dio l’amerà sicuramente. Il tema lo sceglie Graziella, a inizio serata chiede a ognuno di loro se ha riflettuto su quello che si sono detti il lunedì precedente e se vogliono possono proporre un tema. Sì, certo, hanno tutti riflettuto, qualcuno arrossisce, non è facile mentire a una suora, anche se è una suora senza velo e con una normale gonna grigia. Giulia ricorda quando il professore di storia romana all’università, durante una lezione sui Gracchi, ha spiegato che non è mai facile osare contro uomini che rappresentano un’autorità religiosa, che indossano paramenti, che fin dall’antichità si vestono di bianco, hanno tiare e copricapi vistosi, spesso oggetti dorati nelle mani, e fare gesti di offesa contro questi uomini è un grande atto di coraggio, o pazzia. Giulia non lo sa se osare contro le donne vale di più o forse un po’ meno, e magari se a osare è una donna vale un po’ di più, preferirebbe parlare ancora di àgape, vorrebbe che Graziella le raccontasse di nuovo della ragazza che è stata, della sua moto enduro, del suo ragazzo e poi dell’amore di Dio. Dio mi sussurra all’orecchio, dice Graziella sorridendo. Come un innamorato, immagina Giulia. Giulia non crede, non ricorda quando ha deciso che Dio non c’è, deve essere stato quando era molto piccola, forse quando sua madre la mandava a portare la spesa alla signora Edda, una vecchia vicina, uno scricciolo di donna, che si muoveva con il deambulatore, e l’odore di muffa della casa si univa al puzzo dei moccolotti accesi davanti alla parete d’ingresso, piena di santini, di crocifissi, di immagini del marito morto, un mostro, la riempiva di botte, l’ha resa invalida, le ha raccontato sua madre, e prima o poi Edda ci manda tutti a fuoco, borbotta. E la notte la sentono inveire contro il marito, urlare bestemmie. È morta sull’inginocchiatoio, l’ha trovata due giorni dopo la nipote, “sembrava dormisse, serena, mentre pregava per zio”. Giulia ha iniziato ad andare alle “riunioni del lunedì”, come le chiama Emiliano, perché l’ha invitata la sorella di Antonia, Carla, con cui è andata alle superiori, le ha assicurato che Graziella le piacerà, vuole solo conoscere e condividere la sua esperienza in India con altri giovani. Suo padre è morto da qualche mese, dopo una breve malattia e forse Carla pensa che le sarebbe di conforto parlare con una suora. Ed è vero, Graziella piace a Giulia. Passa sei mesi all’anno in India, si occupa di un orfanotrofio cattolico, e i restanti sei mesi torna in Italia a cercare sostenitori e a raccogliere fondi per il suo orfanotrofio. Le ha mostrato le foto, i disegni e le lettere dei bambini, le ha chiesto di andare con lei, di prendersi qualche mese di pausa dallo studio. La prima volta che Giulia l’ha vista a casa di Carla e Antonia ne è rimasta colpita, una suora che non sembra una suora con un leggero accento siciliano. Si sono seduti in circolo su un divano e alcune sedie e Graziella ha chiesto a tutti loro di presentarsi. Ha iniziato lei, Graziella trentatré anni, siciliana di Catania, unmetroecinquantottomasembropiùaltasaràl’aureola e tutti hanno ridacchiato, da dieci anni suora oblata, ha girato il mondo, prima in Sud America, poi in Africa, da tre anni in India. Quando è toccato a Giulia ha detto solo il suo nome e l’età e che studiava all’università. Antonia e Carla hanno battibeccato anche mentre si presentavano, litigano quasi a ogni incontro, poi ci sono Lidia, un’amica di Antonia, molto timida, somiglia a un topo, col naso lungo e i capelli sempre legati in una coda storta, che ha sussurrato nome ed età ed Emilano, il ragazzo di Carla, che s’annoia sempre durante i loro incontri e prende in giro tutti loro, anche se quando Carla ha parlato della sua verginità presentandosi se ne stava lì ad ascoltarla tutto orgoglioso, è una nostra scelta, ha affermato. Lui non ha detto di essere vergine quando ha parlato di sé e Giulia si è chiesta se anche quella è una nostra scelta. Poi c’è Ettore, un trentenne che accompagna sempre Graziella, alto e gentile, un uomo ingenuo e semplice a prima vista, anche se quando è arrivato il suo turno ha parlato con una voce ferma e da doppiatore, laureato in fisica, ricercatore universitario, senza una donna da troppo tempo, ha detto, guardandosi intorno e ridendo, come se si stesse confessando, mentre Graziella gli dava un buffetto sul ginocchio. Giulia non ha capito il loro rapporto, sembrano fratello e sorella, forse lui è innamorato di Graziella, nonostante il taglio orribile dei capelli, il viso senza trucco e quella gonna grigia con le scarpe ortopediche rimane in lei una dolcezza femminile che sembra colpire gli uomini, Giulia l’ha notato subito e ne prova invidia. Non è mai stata femminile. Graziella la chiama spesso la sera al telefono per parlarle, forse le appare come una persona così disperata che solo Dio può aiutare o forse Giulia è una che si piange addosso e si sogna le cose. Graziella insiste per portarla in India, probabilmente fa proselitismo, magari dà l’idea di essere nata per fare la suora, immagina Giulia.
-Ma io non credo. Lo farei per te, per i bambini, non per Dio- spiega a Graziella per telefono.
-Tutti crediamo -le risponde la suora.
-Non è vero- insiste Giulia.
-Anche adesso, così- dice pacata Graziella. Giulia è infastidita, si chiede perché per lei non sia importante convincere Graziella che credere sia solo un’illusione, mentre per Graziella è fondamentale convincerla che non si può vivere senza fede. Questo lunedì ci sono anche Silvia e Simona, vengono con meno frequenza degli altri, Giulia le conosce poco, di vista. Silvia è la figlia di un professore di matematica che ha insegnato anche a lei alle medie, la madre ha abbandonato il marito e altri due fratelli quando loro erano molto piccoli, c’è stato uno scandalo, dicono che ora viva in Argentina con una compagna, e Simona, una sua amica, alta e robusta, le volte che è stata presente agli incontri ha preso spesso la parola e Giulia, ma ha l’impressione che lo facciano anche tutti gli altri, rimane a guardarla quando ha finito di parlare aspettando che quello che ha appena detto assuma un senso. Eppure ha un linguaggio forbito, ha una bella voce, una congrega di doppiatori la loro, in pratica, pensa Giulia, ma lei ha difficoltà a capire quello che vuole dire. Le verrebbe di aggiungere e, quindi, incoraggiarla a concludere, ma non lo fanno gli altri, non lo fa Graziella, che pure la osserva basita, aspettando che Simona finisca di parlare. Invece no, ha finito. Non lo fa nemmeno lei. Silvia ha portato Alberto, suo fratello di quattordici anni. Giulia lo guarda incantata, è un ragazzino bellissimo, porta la sua bellezza con noncuranza, Giulia ha notato che spesso le persone belle lo fanno. È riccio, e i ricci sono morbidi e un po’ lunghi sulla nuca, ha i capelli nerissimi, alto, già i muscoli delineati dalla semplice maglietta grigia, sempre pronto al sorriso, e arrossisce. Giulia non lo sapeva che pure i maschi arrossiscono, questo lo fa, magari crescendo non lo farà più, Giulia spera di averlo perso di vista da tempo quando succederà. Non abitano lontano da casa sua, lo vede ogni mattina che accompagna la sorella più piccola di sette anni a scuola, la tiene per mano. Lo guardano anche Antonia e Carla. Persino Lidia è colpita. Graziella se lo mette vicino, gli sussurra qualcosa all’orecchio ed è allora che Alberto comincia ad arrossire.
-Voglio che stasera ognuno di voi mi parli di Dio. Voglio che mi diciate dove lo vedete, se c’è qualcosa o qualcuno che vi faccia pensare a Dio.-Graziella guarda Giulia, la inchioda sulla sedia con i suoi occhi- Se Dio ci fosse Giulia, dove sarebbe?
-Per te Graziella, dov’è? Dato che c’è, dov’è?- le chiede arrabbiata. Le sembra un altro modo per convincerla dell’esistenza di Dio, davanti agli altri, poi.
Graziella le sorride.
-L’ho visto qui, appena arrivata dall’India, all’inizio dell’estate, in un ulivo che bruciava. Un ulivo brucia per giorni, è già brutto di suo, storto, incompiuto, campa centinaia di anni, un vecchiaccio. Ma quando brucia diventa un essere orribile a vedersi. Brucia, agonizza e annerisce. Muore lentamente.
Ecco, è arrivata a questo punto e li guarda incoraggiante.

-Quindi Dio è un albero che muore?- domanda Alberto.

-No. Devi avvicinarti all’ulivo dopo un paio di mesi- continua Graziella- mi sono avvicinata ai suoi monconi neri che puzzavano ancora di fumo. E le ho viste, le foglie, Aberto. E l’ho visto.
Giulia vorrebbe dirle che un albero è solo un albero, che c’è stato sicuramente qualche bastardo che ha passato del tempo a far prendere fuoco a un ulivo, perché ce ne vuole, ma tace. Ora sono tutti in attesa. Ma lei non lo sa. Alza lo sguardo e lo fissa in Graziella.