Di Liebster Award, Razzie e Oscar

Standard

Sono pessima in questo genere di cose e mi scuso da subito con il gentile Roberto Iovacchini sperando che non si penta di aver pensato a me per questa iniziativa, finito di leggere la mia anarco-risposta al suo invito. Sono stata nominata da lui per il Liebster Award e mi sono sentita molto Sandra Bullock quando fu nominata per il Razzie come peggior attrice e poi lo ritirò con lo stesso entusiasmo con cui ventiquattro ore dopo avrebbe ritirato l’Oscar come migliore attrice. Scusate tutti, ma è la prima e molto probabilmente ultima volta che ricevo una nomination per qualcosa, quindi fatemi fare il mio discorso. Anche nel mondo dei blog essere o non essere apprezzati dipende molto dagli occhi di chi ci legge e quindi ringrazio soprattutto gli occhi garbati di Roberto Iovacchini.

Nelle sue recensioni si sente l’amore per la lettura e per i libri, è uno che prima legge, poi scrive e si vede nei suoi articoli dove si trovano interessanti riflessioni nate dalla sue letture e dove aleggia una certa malinconia all’idea che il libro letto e apprezzato ora sia chiuso.

Ci sono delle regole per il Liebster Award a cui io non mi atterrò: non mi sento di nominare nessuno, ma se fosse possibile nominerei tutti i 100 e oltre blog che seguo, anche e soprattutto quelli che non scrivono da mesi, con un’enorme curiosità verso ognuno di loro e domande inopportune e molto personali (paura, eh?), però rispondo volentieri alle undici difficilissime domande di Roberto Iovacchini.

1. Ho aperto il blog anni fa perché ho sentito il bisogno di avere uno spazio mio, in cui scrivere. La scrittura è una mia necessità e un pensiero costante.

2. Non credo che questo tipo di blog mi possa essere utile nel mio lavoro. Immagino che ci siano professioni per cui avere un blog sia utile, ma il mio blog è utile solo per me.

3. Penso che le critiche siano necessarie, a volte mi infastidiscono, ma sono la prima a ritenere che i miei racconti e la mia scrittura siano assai criticabili. Deploro le offese, però. I social le hanno sdoganate, creando l’idea che criticare corrisponda ad offendere e svilendo la critica stessa.

4. Il momento attuale è perfettamente e orribilmente pandemico.

5. Ma ne usciremo. Peggiori. (Semicitando Houellebecq)

6. Mi piacerebbe cambiare la mentalità maschilista e patriarcale dell’intera società italiana, anche della parte femminile. È tempo di emanciparci veramente tutti.

7. È difficile decidere di salvare solo tre libri, molto. Direi Divina Commedia, i Sonetti di Shakespeare e Pel di Carota.

8. Amo molto il mio lavoro di insegnante, è una parte importante della mia vita, sono fortunata.

9. Le tre persone più influenti nella storia dell’umanità per me sono Gesù, Freud, Emmeline Pankhurst.

10. Vorrei vivere il mio anno sabbatico in una stanza tutta per me e riuscire a scrivere il mio romanzo sulla mia suorina.

11. Vivrei a Ushuaia, magari proprio in quell’anno sabbatico lì.

Sono certa di non essere andata troppo fuori tema (no, non è vero), però mi sono fermata prima dei ringraziamenti ai familiari.

Mi ricordo di te

Standard

La professoressa Luzi era ancora bellissima, anche se doveva ormai aver superato i settanta. Quando Leonardo le si avvicinò dopo la conferenza notò altre cose di lei: i pettinini che le tenevano scostati i capelli scuri striati di grigio dal viso formando due bande identiche, le sottili rughe sulla fronte bianca e ai lati della bocca, il rossetto rosso che risaltava sulla carnagione chiara, la camicia di seta cipria e la gonna nera sotto il ginocchio. La professoressa Luzi conversava gentilmente con gli altri relatori sul palco, mentre la sala dell’hotel in centro in cui si era tenuta la conferenza si svuotava. Leonardo era emozionato e avanzò verso di lei titubante. Era una persona timida, il pensiero di parlare con la professoressa Luzi lo agitava molto, dopo tutti quegli anni probabilmente lei non lo avrebbe riconosciuto. Era stata la sua insegnante di matematica e fisica al liceo. Inoltre già allora era una famosa scrittrice, riverita e considerata da tutti e molti alunni sceglievano quel liceo proprio perché vi insegnava lei. Ricordava che in classe l’ascoltavano tutti rapiti, mentre lei magra e nervosa spiegava i vettori, per la prima volta, alla lavagna. La sua passione per la fisica era nata in quell’aula, con la professoressa Luzi. Leonardo si occupava di fisica dei materiali, la sua specializzazione, soprattutto nel campo dei polimeri e tutti ritenevano che lui fosse un chimico quando diceva che studiava i polimeri -e in fondo per ben due volte il premio Nobel era andato a dei chimici che si occupava di polimeri- ma come diceva ogni anno durante la prima lezione ai suoi studenti di fisica dei polimeri, “la chimica e l’ingegneria sono solo degli approcci ai polimeri, la fisica è l’approccio a tutto, anche ai polimeri.” Leonardo aveva letto affascinato l’ultimo libro della professoressa Luzi, li aveva letti tutti con interesse, ma questo era uno dei suoi preferiti, un giallo ambientato nella Domus Galilaeana di Pisa, un museo ormai abbandonato, pieno di documenti eccezionali per la storia della scienza italiana e mondiale. La conferenza tenuta dalla professoressa e da un gruppo di professori della Normale di Pisa riguardava proprio la ricerca di fondi per restaurare la Domus e recuperare ed esporre tutti i documenti che vi erano conservati, sia quelli che vi erano ancora custoditi sia quelli che erano stati ridistribuiti tra i vari musei italiani e che si sperava tornassero nella Domus. Anni prima, infatti, il museo era stato considerato un ente inutile e non aveva più ricevuto finanziamenti dallo Stato. La professoressa Luzi era stata fantastica, la sua passione per la fisica si sentiva in ogni sua parola e l’incanto aveva preso tutti nella sala. Aveva catturato l’attenzione dei presenti, a differenza degli altri relatori che al suo confronto erano apparsi impacciati e in molti casi noiosi, come aveva fatto in passato con l’attenzione dei suoi studenti. Il loro era l’unico liceo della città ad avere un vero laboratorio di fisica funzionante e lei permetteva loro di lavorare e fare esperimenti anche nel pomeriggio in progetti in cui cercava di coinvolgerli tutti. Chini sui lavandini, sempre a trafficare con palloncini e uova, li guidava negli esperimenti e intanto raccontava aneddoti sugli uomini di scienza.

“L’episodio che preferisco è legato alla donna delle pulizie dell’Istituto di Fisica di via Panisperna dove il gruppo di Fermi fece i primi esperimenti sulla radioattività”, raccontò un giorno controllando il lavoro dei suoi studenti.

“Senza i secchi della Sora Cesarina, la donna delle pulizie, nascosti sotto il tavolo di lavoro di Pontecorvo, questi scienziati non avrebbero capito che la radioattività indotta cambiava in presenza di acqua” continuò con fervore.

“Imparerete, crescendo, l’importanza del caso. Nella vita e persino nella scienza. Dalla mela di Newton agli incontri che accadono e a quelli mancati”. Di quel giorno Leonardo ricordava soprattutto di quando la professoressa passandogli accanto diffondeva il suo profumo, un profumo di un qualche fiore, forse gelsomino, che sempre l’accompagnava e che lui avvertì anche in mezzo al puzzo che si sentiva quando si varcava la soglia del laboratorio.

Mentre le si accostava gli parve di percepire ancora quel profumo, stette a rispettosa distanza mentre la donna, scesa dal palco, scambiava gli ultimi saluti con gli altri nella sala ormai vuota. L’uomo con cui parlava, uno dei professori della Normale, indicò Leonardo con la testa, c’era ancora qualcuno che voleva salutarla, la informò. Chissà se la professoressa si ricordava di lui, chissà se ricordava che uno dei suoi studenti si fosse iscritto alla Facoltà di Fisica, l’unico della sua classe, e che avesse chiesto il suo consiglio prima di iscriversi. Di come lei lo avesse incoraggiato sorridente, forse un po’ distratta, come appariva spesso.

“Buonasera professoressa Luzi, non so se si ricorda di me…”attaccò titubante.

La professoressa lo fissò interdetta per qualche secondo, forse impaurita di fronte a quell’uomo alto, barbuto, con la voce profonda. Poi si illuminò tutta e lo abbracciò convinta.

“Oh, caro! Un mio vecchio studente, vero? Solo voi mi chiamate ancora professoressa, sono più di dieci anni che non insegno più, ma ancora mi ritrovo davanti qualcuno di voi. Aiutami a ricordare il tuo nome, caro!”

“Leonardo De Grossi, sezione D…”

“Oh, sì, sì, caro! Avevi un fratello, più grande, vero? Anche lui era un mio studente, prima di te. Che ora fa l’attore, vero?”

Leonardo le sorrise tutto contento, allora lo rammentava.

“Sì, mio fratello Marco.”

“Tutte le volte che lo vedo in quella fiction su Raidue lo dico ai miei nipotini: quel ragazzaccio era un mio alunno.”

“Professoressa Luzi sono contento di rivederla, non sa quante volte ho pensato a lei, se si ricordasse di me.”

“Oh, caro! Lucio, certo che mi ricordo di te! Un così bravo studente.”

Cresceva dentro di lui sempre di più la soddisfazione, anche se il nome non era proprio quello, la professoressa sapeva chi lui fosse. D’altronde era stato il migliore della sua classe, era uscito con 60/60 e soprattutto aveva studiato fisica seguendo il suo esempio. La professoressa lo fissò per un momento indecisa, poi tutta soddisfatta gli si addossò, mettendogli una mano sul braccio. Leonardo immaginò che volesse avere informazioni sulla sua carriera accademica. Già si vedeva parlarle del suo lavoro, dell’amore, condiviso, per la fisica.

“E quel maledetto del professore di religione, don Agostino. Te lo ricordi? Ti fumava in faccia, in classe, senza vergogna. E tu eri asmatico.” Una pausa, come se gli chiedesse di confermare se ricordasse bene.

“Sì, ero asmatico” sussurrò Leonardo, allontanando il viso come se fosse stato colpito.

“Ed io pensavo poverino Lucio e lo rimproveravo, ma lui continuava come se non gli avessi detto niente. Era un uomo orribile, un buon pastore, ma un uomo orribile. Hai risolto il problema con l’asma, Lucio?”.

(Foto dal film Galileo, Liliana Cavani)

Il nano e il cappuccino a Malmö

Standard
Hollandia, Malmö

Ci ho pensato spesso in questi giorni: vorrei essere a Malmö a prendere il miglior cappuccino d’Europa, più precisamente vorrei essere in tutti i posti che ho visitato e in tutti quelli che ancora non ho visto. Ancora più precisamente vorrei essere ovunque meno che a casa, nonostante in casa non mi manchi niente, neanche una terrazza di fianco a una cascata gorgogliante dove godermi il sole di questi giorni o la Nutella e la patatine o giocare a Nomi, cose, città o la compagnia del più disturbante documentario di questo periodo, Tiger King su Netflix (bellissime le prime tre puntate poi noiosissimo). Ma penso anche alle mostre di cui avevo già i biglietti, ai viaggi prenotati e da prenotare, al film d’essai del giovedì, alla gita di più giorni con i miei alunni di terza media, al pranzo di Pasqua dai miei, ai caffè corroboranti con le amiche, alle serate nell’enoteca sotto casa, all’appuntamento con il ragazzo del banco dei fiori il sabato mattina, alle passeggiate per il centro quando inizia a fare sera e si accendono le luci, a un compleanno importante da festeggiare: tutto congelato, saltato, stracciato. Sono triste, impaurita, preoccupata, mi tengo aggiornata, mi impressionano i numeri dei morti, dei contagiati, le immagini degli ospedali e dei reparti di rianimazione al collasso che arrivano dal nord del paese. Quanto durerà ancora? Come ne usciremo? Allora sognare cappuccini, cinema, mostre, musei, luoghi da visitare, mi sembra proprio necessario: ognuno resiste come può.

Donald Barthelme, Biancaneve, Minimum Fax

Vorrei essere lì, a Malmö, od ovunque, in un posto qualsiasi del mondo che mi piacerebbe visitare, con tutti i miei nani. Sto leggendo Biancaneve di Donald Bartlhelme, un libro del 1967, ripubblicato un paio di anni fa da Minimum Fax con un sacco di pagine di prefazione, ventisei pagine, che ho bellamente tralasciato. Avevo abbandonato la lettura, la lettura in generale, all’inizio di questo maledetto casino, più di un mese fa: non mi andava più di leggere, semplicemente mi sembrava di non capire le parole che leggevo. Nel mio lavoro di professoressa di lettere sono sempre circondata da libri, nelle ultime due settimane ho riletto e spiegato, male, Verga, Dante, Carducci in alcune video lezioni, ma è lavoro, non è una scelta e se non è una scelta non è lettura. Allora, due giorni fa sono tornata a leggere, sul comodino in cima alla pila c’era Biancaneve e ho ricominciato. Il libro è divertente. C’è un nano, Bill, ma forse non è un nano, ancora non ho capito bene, il quale non sopporta più Biancaneve. Ce l’ha in uggia. Mi sono innamorata di questa espressione: in uggia. Immagino che Bill sia Brontolo, ma non ne sono ancora sicura. In questi giorni ho in uggia un po’ tutto e tutti, penso che anche il mondo intero sia in uggia, che l’uggia ci accomuni tutti, io, dal canto mio, ho discusso con i colleghi, sono uscita dal gruppo whatsapp delle cugine e da quello delle mamme della classe di mio figlio minore (che categoria insopportabile, che siamo), mi sono infastidita con mia sorella e ho rifiutato un paio di sue videochiamate (per la cronaca lei ha rifiutate tutte le mie, e non ha iniziato a farlo con il Covid), non ho potuto cacciare di casa i miei figli, i miei nani preferiti -ma al momento no- c’ho provato lo stesso a cacciarli, e alla fine sono uscita io sul balcone insieme alla gatta, quindi in verità io sono la nana, Brontola e Piagnona insieme, e probabilmente Bill e anche tutti gli altri nani della mia vita sono i miei Biancaneve che si rifanno i letti da soli e cantano allegri in giro per casa (è una conclusione che fa un po’ Borges, lo so, ma tanto ho le sinapsi che ballano gipsy in questo periodo, che ci posso fare?). Ora, nel libro, Biancaneve ha iniziato a scrivere poesie erotiche all’improvviso e questo fatto ha destabilizzato tutti i nani. Vediamo come andrà a finire.

Nel mentre sono arrivata a pag. 105, ogni tanto sorrido leggendo, ma non sono sicura di aver capito bene.

Deserto bianco

Standard

Cammina da sempre, almeno dal sempre che ricorda, in questo deserto bianco, in una nube costante di polveri che le sferzano il corpo. Una mattina si è svegliata e si è ritrovata raggomitolata in terra, da sola, scalza, con un vestito a brandelli. Non ricorda il proprio nome, non ricorda niente. Ha iniziato a camminare, non c’era altro da fare. Ha sete. Poi, un giorno, all’improvviso è comparsa la bambina: è emersa dalla nebbia lattiginosa che la circonda e le ha preso la mano. Da allora hanno camminato mano nella mano. Ha provato a parlare con la bambina, le ha chiesto come si chiamasse, come fossero finite lì. La bambina non la guarda nemmeno e non le risponde. Avanzano nel deserto fino a quando le sue gambe si rifiutano di andare avanti e allora la bambina le lascia la mano, lei si sdraia, la bambina s’allontana, non sa dove vada e con l’ultimo pensiero rivolto a lei s’addormenta, per poi ricominciare da capo dopo qualche ora. Non esiste buio, c’è solo questa luce biancastra che le persiste negli occhi pure quando le palpebre sono serrate. Gli occhi le bruciano, all’inizio li strofinava per cercare sollievo fino a che non ha capito che il bruciore e il prurito peggioravano. Li tiene socchiusi, l’unico modo per proteggerli un poco dal vento e dalla polvere finissima. La bambina le porta l’acqua, svegliandosi la trova vicino a sé con un po’ d’acqua in un sacchetto di plastica. Le rimane accanto mentre lecca fino all’ultima goccia dal sacchetto. Si sforza di ricordare, lo sa che c’è da ricordare. Quando osserva la bambina dall’alto pensa che non le sembra una bambina, è piccola sì, come una bambina, è magra e ha lunghi capelli lisci e neri, sempre un’espressione seria in viso, concentrata. La guida attraverso quella landa desolata come se sapesse esattamente dove andare. All’inizio pensava di vedere dei punti scuri all’orizzonte, disperatamente accelerava il passo, trascinandosi dietro la bambina, ma poi si è persuasa che fossero solo miraggi, perché per quanto si affrettasse verso quel punto nero non trovava mai niente. Ormai non insegue più nessun punto nero all’orizzonte, il più delle volte si lascia guidare dalla bambina. È lei che decide direzione e passo.

“Dove sono gli altri?” chiede di nuovo alla bambina. Ci sono ombre nella sua testa, nella sua memoria e anche se si sforza non riesce a ricordare, ma sa che ci sono altri. Ci sono stati. Dove sono? La bambina non la guarda, ma ha capito la domanda perché fa spallucce. Un gesto da bambina. Allora forse è veramente una bambina. Di nuovo pensa che non sia una bambina, le sembra una donna in miniatura, una donna in una scala di grandezza diversa dalla sua. Le somiglia anche. È un pensiero di quella mattina appena sveglia, prima che la bambina comparisse, e poi mentre la guarda avvicinarsi con i suoi piccoli passi: le somiglia.

La bambina le afferra una mano e l’aiuta ad alzarsi ed è allora che nota che ha l’altra mano, quella che la bambina non stringe, la destra, fasciata, la fasciatura le corre dal polso, copre il dorso e il palmo, fino al mignolo. Il mignolo non c’è.

“Cosa è successo?” domanda alla bambina osservandosi la mano. Si rifiuta di muoversi e fa resistenza. La bambina neanche si volta e aspetta. Si decide a seguirla, ma fa uno sforzo per ricordare. Ieri c’era un’altra coppia. Ieri hanno incontrato un’altra coppia, un uomo magro e un bambino, anche loro si tenevano per mano. Voleva avvicinarsi, ha urlato, ha alzato un braccio, lo ha agitato, ma quelli hanno proseguito senza mai voltarsi dalla loro parte. Li ha seguiti per un po’ arrancando nella sabbia fino a che sono scomparsi da qualche parte, oltre l’orizzonte. Se non avesse gli occhi così asciutti, seccati dalla polvere e dal vento, piangerebbe. È caduta a terra e si è addormenta sfinita, la bambina le ha lasciato la mano e si è allontanata. Ricominciano a camminare lentamente, ogni tanto si fermano, la bambina sembra cresciuta. È un cambiamento minimo, lo nota solo perché la sua concentrazione è sempre tutta sulla bambina, non ha nient’altro da fare, oltre che camminare. Forse è cresciuta di un paio di centimetri d’altezza.

“Chi erano quelli di ieri?” tira un po’ la sua mano mentre le parla, ma la bambina fa finta di niente. Fa di nuovo spallucce.

“Stupida ragazzina tignosa” le urla stizzita.

Quella continua a camminare fino a sfinirla e poi la lascia di nuovo in mezzo al niente mentre lei scivola giù e sprofonda nel sonno.

Il risveglio è più lento, la bambina è già arrivata, la scuote prendendola per una spalla. La sua presa sembra più forte. Si alza con difficoltà, vorrebbe raggomitolarsi di nuovo nella sabbia, dormire ancora. Si guarda la mano destra. Manca anche l’anulare, dalla fasciatura escono le tre dita rimanenti. Le piega e ha la strana sensazione che si muovano anche le due dita mancanti. Non prova dolore. Riprendono a camminare, si accorge subito che la bambina è cresciuta ancora, ora le arriva al mento, le spalle le appaiono più piene, le gambe più forti.

“Cosa succede?” le chiede di nuovo e la voce le esce diversa, esile. Tutto in lei appare ridotto. Mentre la bambina cresce lei sembra rimpicciolirsi, i piedi e le caviglie più sottili, i seni minuscoli, non è solo la bambina che cresce è lei che si riduce, è come se avessero invertito le proporzioni. La bambina le somiglia sempre più.

(Foto dal film The Tree of life, T. Malick)

Prof le ho mandato i compiti

Standard

Manuale di sopravvivenza di una prof ai tempi del Coronavirus

Monaca di Monza, F. Gonin

Avevo pronto un articolo sulle mie scarpe e avevo intenzione di terminare un racconto iniziato da tempo e ambientato in un futuro post apocalittico, mi era tornata l’ispirazione in questi giorni, chissà come mai, e invece all’improvviso mi sono ritrovata sbattuta in maniera dispotica in una realtà distopica, “ingrottata” (parola orribile, ma perfetta, che mi ha insegnato mio figlio) qui dentro casa. Da bambina uno dei miei incubi ricorrenti era quello di vivere in un garage senza la possibilità di uscire e ho ricordato come mi avesse terrorizzato la storia di Suor Gertrude, la famosa Monaca di Monza (adesso tutti parlano de I Promessi Sposi, dopo averlo odiato ferocemente durante gli anni della propria adolescenza…), mi sconvolgeva il fatto che fosse stata murata viva dentro una piccola stanza perché immaginavo sempre di essere io in quella stanza. Tra l’altro la Monaca di Monza, che è realmente esistita e il cui vero nome era suor Virginia, ha vissuto molti anni “murata viva” e il solo pensiero mi fa venire l’asma, che per me corre parallelamente all’ansia. In inverno ho sempre apprezzato il letargo, ma quello che vivo da qualche giorno mi sembra più un’ibernazione e mi piace molto meno. Da giovedì cerco di lavorare da casa e attuare una qualche forma di didattica a distanza procedendo per tentativi anche perché nella mia attuale scuola non siamo particolarmente informatizzati, disponiamo giusto di un piccolo laptop in ogni aula a disposizione come registro elettronico. Fin dalla prima media fornisco ai miei alunni il mio indirizzo mail dove chiedo che, dopo aver creato una propria mail, mi mandino le relazioni dei libri di lettura che do loro durante l’anno, quindi almeno disponevo di uno strumento già rodato per farmi inviare i compiti. Una mia precedente esperienza in una scuola altamente informatizzata, comunque, non è stata molto positiva, nonostante la scuola mi avesse fornito l’iPad per insegnare in classi 2.0 fornite di LIM e fossi stata formata per questo tipo di didattica. Nella mia scuola attuale e in gran parte delle scuole italiane, soprattutto nella primaria e nella secondaria di primo grado, non siamo preparati a organizzare una qualche forma di didattica a distanza, e soprattutto, non serve l’improvvisazione. Ci sono ottime piattaforme didattiche digitali, tipo Ed_modo, ma se non le hai mai utilizzate con la classe, iniziare ora senza un’adeguata preparazione frustrerebbe gli alunni, soprattutto chi non dispone di un pc o di una rete Wi-Fi. Anche utilizzando in questi primi giorni, dopo aver avuto parere favorevole da parte della Dirigente e dei genitori, la chat di whatsapp (e impazzisco al pensiero di aver distribuito il mio numero di cellulare a frotte di ragazzini, finita quest’emergenza la prima cosa che farò sarà cambiare numero) per stabilire i primi contatti e guidarli nel lavoro a casa, si possono ottenere risultati esilaranti, cioè, io ci riesco sicuramente.

Quando provo a spiegare un po’ di grammatica -dopo la video lezione, le pagine del libro da consultare e le mappe- e loro già mi hanno inviato gli esercizi dati alle 10,30 e da inviare entro le 14.

Inoltre sono bastati un paio di giorni chiusa in casa perché iniziassi a discutere in chat con alcuni colleghi, forse mi è sembrato un modo soddisfacente per incanalare la paura e la rabbia riguardo a questa situazione o forse l’isolamento mi rende più suscettibile. C’è sempre qualcuno che si sente in diritto di dirti ciò che devi fare e pure il modo, soprattutto tra noi docenti che tendiamo a voler insegnare a tutti. Essere arrabbiata come un orso, mi sembra si dica così, sembra adattarsi perfettamente all’essere ingrottata.

Sul bordo

Standard

Come stare

d’inverno

neanche lontani o vicini

chini come giunchi

stanchi,

come capelli

quando sul bordo del letto

a testa in giù

strusciano terra.

(Disegno di di Apollonia Saintclair)

Nuda, nuda

Standard
Nudi sterpi

Non è che una considerazione su qualcosa che riguarda il blog e giusto per non spaventare i pochi che mi leggono e non far fuggire pure loro: non ho intenzione di pubblicare foto di me medesima nuda, neppure vestita, veramente, non ne vale la pena, oppure ne varrebbe solo per gli appassionati di horror. Come dicevo, è solo una considerazione su lettori e lettrici non abituali di questo blog: il racconto più letto di Sanguinarie Principesse che ormai ha più di due anni si intitola Nuda come uno sterpo (povera Antonia Pozzi, suo il verso, infatti) e c’è almeno una visita al giorno. Immagino sempre la sorpresa -anche se grande sorpresa ce l’ho io quando leggo attraverso quali ricerche le persone arrivino al mio blog. Certo che pure io: Biancaneve 🍎, i sette nani, le principesse sanguinarie, Imelda Marcos e le sue scarpe, tutto un armamentario, insomma, decisamente erotico- quando si troveranno a leggere di una piccola storia familiare con al centro due gemelle molto diverse tra di loro. Allora è proprio vera quella cosa che si dice del pelo, dei carri di parole che tirano, ohmiodio, forse non era proprio così.

Biancaneve, Leone Frollo