Non sei mai uscita da questa scuola

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L’anno passato, prima che la pandemia ci esplodesse intorno, durante un colloquio mattutino con i genitori mi sono trovata davanti un marcantonio biondo, mio coetaneo, che mi ha stritolato in un abbraccio. Non sapevo chi fosse e mi sono sentita profondamente in imbarazzo. Mi ha chiamato per nome e mi ha detto “Ma tu non sei mai uscita da questa scuola!” Finalmente mi ha ricordato qualcuno, un ragazzino mingherlino e pluriripetente, che avevo avuto come compagno di classe durante l’ultimo anno di scuola media, forse un po’ invaghito di me, Gianluca V.

Da qualche anno avevo l’impressione che il mondo intorno a me si muovesse velocemente, che le persone cambiassero, molte in meglio altre in peggio, ma che io rimanessi sempre inchiodata al mio posto come un calciatore di un biliardino impolverato di un qualche bar di paese con gli specchi e le rifiniture in alluminio dorato e in cui non entra più nessuno, giusto Armando alle 7 di mattina per il suo caffè corretto alla anisetta.

Gianluca V. mi ha solo confermato questa impressione, ero proprio io quella immobile dentro quel biliardino, tra l’altro pure in difesa. Nella mia vita prima della laurea ho lavorato come fioraia nei mercatini, poi come accompagnatrice turistica in giro per l’Italia, infine una volta laureata e abilitata come docente precaria dove capitava, con una parentesi come impiegata ACI, un contratto a tempo indeterminato rimasto da firmare (conosco a menadito le strade e le autostrade d’Italia, ma quella proprio non era la mia strada). E poi sono approdata alla mia scuola e non mi sono più mossa, come mi ha ricordato Gianluca V. Negli ultimi cinque anni ho insegnato proprio nella mia scuola, la scuola, cioè, dove sono stata anche studentessa, c’ero persino quando è stata inaugurata la nuova sede mentre frequentavo la seconda media con uno spettacolo teatrale in cui ero la protagonista (toccò a me per puro caso, con un’estrazione, e, soprattutto, parliamoci chiaro, chi a dodici anni vuole interpretare una martire santa?!), la mia professoressa di lettere diventò poi la Preside di questo stesso istituto ed ora che non lo è più, quando passa per salutare, ogni volta che mi incontra nei corridoi, mi ricorda la mia interpretazione da santa in quello spettacolo teatrale di decenni fa. La scuola dove lavoro, inoltre, dista solo trecento metri dalla casa dei miei genitori e di mia nonna, con la quale ho vissuto per tutta l’infanzia e l’adolescenza. Infine sono piena di parenti, sono dovunque intorno alla scuola.

Prova fotografica, santa su “Avvenire”

E pensare che da ragazzina sono scappata di casa un sacco di volte, l’ultima ho passato una notte sotto un ponte dell’Aniene, pioveva, ero da sola, ma non ho avuto paura, ero solo molto, molto arrabbiata. Ho viaggiato tanto dai diciotto anni in poi, contro il volere dei miei. Mi sono pagata da sola gli ultimi anni di Università, grazie a un piccolo lascito di mia nonna e alle ripetizioni. Ho messo il piercing al naso a diciannove anni, un cerchietto, quando non era una moda, e mia madre si è sentita male quando mi ha visto. Già le era successo quando a quattordici anni ho rasato i capelli a zero e ho messo la cravatta. A ventiquattro anni, alla morte di mia nonna, sono tornata a vivere in famiglia, ma già a ventisette sono andata di nuovo via per vivere con il mio compagno. I miei migliori amici sono stati i libri e i film. E soprattutto la poesia, a diciassette anni ero abbonata alla rivista Poesia di Crocetti. Ho sempre voluto parlare di letteratura e insegnarla.

Poi sono cresciuta, senza neanche veramente rendermene conto, l’adolescente incazzata sì è placata. È nato il mio primo figlio, poi un altro, ho iniziato a lavorare con regolarità in scuole vicino a casa fino ad entrare di ruolo, ho imparato a cucinare (cucinare, vabbè), ho mollato la scrittura, che ho ripreso per necessità dieci anni più tardi, ho tolto il cerchietto al naso. Ho continuato a leggere e a vedere film, a comprare poesia cercandola negli scaffali più nascosti delle librerie, ma senza quell’ansia di conoscenza che mi faceva sentire sempre un po’ su di giri, come in un film di Terry Gilliam. Ho fatto pace con i miei demoni e con mia madre. Mi è piaciuto lavorare nella mia vecchia scuola e il materiale umano con cui mi sono confrontata e con il quale sono cresciuta in questi anni, i mie alunni, mi ha generato una meraviglia costante. Ma non ho vocazione di martirio e santità, già allora la mia interpretazione fu pessima.

Per questo motivo quest’anno ho deciso di cambiare: ho fatto domanda per passare alle scuole superiori ed ho ottenuto il passaggio di ruolo in una scuola della mia città, ma lontano e dalla parte opposta rispetto alla mia scuola media, una scuola enorme con un bacino d’utenza che prende paesi limitrofi, una scuola in cui non conosco nessuno. Niente di eccezionale, ma per me una sfida, un cambiamento.

Voglio uscire da questa scuola.

È entrata una ragazzina nel bar, forse per sbaglio Gianluca V., ma ecco che si avvicina al biliardino.

Il buco

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I buchi neri più piccoli potrebbero risultare in realtà più facili da scoprire che quelli più grandi!

(Stephen Hawking)

Non riuscivo a distogliere l’attenzione da quel buco. Era piccolo, sulla spalla destra e calamitava il mio sguardo, in alto, vicino all’orlo della maglietta bianca. Il fastidio che mi provocava quel buco, piccolo, come una nera capocchia di spillo sulla maglietta bianca di cotone, mi dominava. Sorrisi a Noemi, distrattamente, con il pensiero e gli occhi al buco. Come faceva una persona così curata nell’aspetto a non aver notato quella mattina quel buco nella maglietta e a portarlo con quella noncuranza? Come poteva darmi così fastidio una cosa che lei ignorava bellamente? Noemi lo sapeva e non le importava? Pensava che nessuno lo avrebbe notato? Oppure se lo era fatto quella mattina stessa e ne ignorava l’esistenza? Dovevo dirglielo? Era una cosa che valeva la pena inserire in una conversazione? E se sì, come?

“Hai un buco qui, sulla maglietta, vicino al collo”, avrei detto con noncuranza, indicando il punto esatto e girandomi subito dopo per sistemare un libro dei nuovi arrivi sullo scaffale. Si sarebbe offesa? Avrebbe portato una mano sul buco a coprirlo? Avrebbe provato imbarazzo? Forse mi avrebbe raccontato come era accaduto.

Io e Noemi lavoravamo insieme in quella libreria Mondadori a piazza Mazzini ormai da un paio d’anni. Il proprietario era un cinquantenne impegnato in diverse attività, il signor Attili, il quale passava a trovarci raramente, avevamo la sua piena fiducia per la gestione della libreria, eravamo state assunte perché avevamo entrambe esperienza come commesse in altre librerie del centro ed eravamo le uniche commesse stabili, poi c’erano gli stagionali che ci aiutavano da settembre a Natale, quando la clientela aumentava con l’inizio della scuola e soprattutto con le festività natalizie. Non si poteva dire che io e Noemi fossimo proprio amiche, fuori dall’orario di lavoro non trascorrevano del tempo insieme, anche perché Noemi era sposata ed io divorziata da qualche anno e single, né ci scambiavamo confidenze, che so, sulla nostra vita sessuale o sulle nostre convinzioni politiche, ma le nostre chiacchiere erano un modo divertente di passare il tempo, soprattutto negli interminabili pomeriggi invernali, magari piovosi, in cui nella libreria entrava poca gente per lo più ragazzini in cerca di fumetti o libri da leggere per scuola o per acquistare qualche regalo che con la lettura non c’entrava niente, come le tazze di Harry Potter per la colazione o i panni per la pulizia degli occhiali che tiravano più dei libri.

C’eravamo divise equamente la libreria, due grandi stanze lunghe, senza finestre, a me spettava la stanza iniziale all’entrata con la narrativa italiana e straniera, i classici e le ultime uscite, con meno libri dell’altra stanza, ma più impegnativa, erano i libri che si vendevano maggiormente e spesso i clienti volevano un parere su questo o quell’autore. Ci alternavamo alla cassa mattina e pomeriggio. Parlavamo fra noi soprattutto dei clienti, quelli insopportabili che sembravano entrare appositamente per essere sgradevoli con noi e i nostri preferiti: il mio era un vecchio professore di filosofia quasi cieco che passava in libreria ogni sabato mattina e che mentre pagava applicava l’arte della maieutica a tutte le persone in fila alla cassa, la sua una ragazzina obesa e con la frangetta e i capelli rosa appassionata di poesia che chiedeva qualche nuovo autore arrossendo come se avesse chiesto un porno.

Quella mattina avevamo aperto la libreria alle nove dopo aver preso di fretta un cappuccino al bar accanto alla libreria. Il nuovo barista era un bel ragazzo con il ciuffo e il pizzetto neri, mi aveva invitata ad uscire un paio di volte, ma qualcosa nel suo modo di scherzare e l’atteggiamento troppo sicuro mi avevano dissuaso dall’accettare i suoi inviti. Pensavo che in fondo ci provasse con tutte, come il mio ex-marito, con una precisa strategia, a furia di insistere qualcuna si faceva sempre convincere, magari per distrazione, per vanità o per curiosità.

Il mio pensiero abbandonò subito il dongiovanni del bar accanto per tornare al buco. Noemi si era spostata verso la stanza di fondo per risistemare alcuni libri di cucina e ora non vedevo più il suo buco. Ma l’idea del buco continuava ad ossessionarmi. Se non lo vedevo più il buco esisteva o non esisteva? Se fosse stato un piccolo insetto e quando fosse tornata non fosse più stato al suo posto, al posto vicino al collo che nella mia mente ancora aveva, non dovevo più considerarlo un buco o poiché la mia percezione iniziale era stata di un buco sarebbe rimasto buco per sempre? Un buco non è materia, ma assenza di materia con la materia tutta intorno. Però si può riempire o ci si può passare attraverso. Pensai di proporre a Noemi un rammendo, l’avrei riempito io. Avevo un ago apposito, eredità di una mia nonna, una specie di punteruolo con la punta ricurva che una volta avevo usato per rammendare una maglietta a cui ero particolarmente affezionata.

“Se mi dai la maglietta la porterò a casa e farò un rammendo al buco che ho notato da quando hai tolto il cappotto stamattina. Te la riporterò domani. Senza buco.” Avrei parlato velocemente, come se quel buco non fosse poi così importante. Invece acquistava nella mia mente sempre più importanza tanto che fissavo imbambolata le spalle di Noemi. Ma quel buco era un foro o una cavità? Cioè, era una piccola apertura superficiale o, supponendo di entrarci dentro, sarei precipitata nella materia-maglietta?

Nella libreria c’erano alcuni scaffali a cui poteva essersi agganciata con la maglietta, soprattutto quello della libreria in fondo che aveva i libri e giochi per bambini. L’angolo sporgeva affilato, pericoloso per i piccoli lettori, infatti era in programma di spostare quella parte della libreria nell’altra stanza e di mettere i libri in lingua straniera lì in fondo. Forse si era chinata per riporre uno di quei libri per bambini con la copertina cartonata e qualche principessa bionda come protagonista e si era agganciata. Tirandosi indietro non si era neanche accorta d’aver bucato la maglietta. Ma più probabilmente era successo a casa, una tarma nell’armadio. Da quel giorno Noemi avrebbe portato sempre magliette bucate, si sarebbe lamentata di quella tarma che girava per il suo armadio bucando i suoi vestiti migliori.

“Non riesco a scovarla! Mi ha rovinato decine di magliette. Ho tirato fuori tutto, disinfettato e poi risistemato i miei vestiti nell’armadio, ma ogni tanto continuo a tirar fuori magliette bucate.”

Avremmo cercato insieme sul pc vicino alla cassa come stanare e sconfiggere la tarma. Usare la permetrina era fuori questione, troppo pericolosa per la gatta che Noemi e il marito avevano adottato da qualche mese. Meglio il ghiaccio secco. Avremmo letto che le tarme preferiscono tessuti sporchi e Noemi si sarebbe offesa. Effettivamente era una persona che teneva alla pulizia in un modo maniacale.

Il buco poteva essere uno schizzo di caffè. In mattinata Noemi aveva messo il caffè sul fuoco mentre si preparava, era uscita correndo dal bagno sentendo la moka borbottare, imprecando contro il marito infermiere che ancora dormiva perché aveva il turno pomeridiano quel giorno. Aveva preso un cucchiaino per girare il caffè nella moka prima di versarlo nella sua tazzina preferita, ma quando aveva alzato il coperchio era stata investita da qualche schizzo bollente di caffè. Si era tirata indietro pensando di averla scampata senza accorgersi che uno schizzo era finito sulla maglietta, proprio sotto il collo. Aveva bevuto velocemente il suo caffè scottandosi la lingua, poi era corsa via infilandosi il cappotto senza buttare neanche un’occhiata alla sua immagine riflessa nello specchio dell’ingresso accanto alla porta, un ciao urlato al marito che mugugnava qualcosa dal letto.

Quando Noemi si voltò per tornare verso la cassa fui presa dalla frenesia di rivedere il buco per accertarmi che fosse ancora lì e che fosse realmente un buco, non un animale o una macchia. Fui distratta dall’arrivo di un adolescente, dodici o tredici anni, con l’apparecchio ai denti e gli occhiali che reclamava la mia attenzione.

“Signorina, signorina…”sussurrò dapprima timido, poi iniziò a schiarirsi la voce con un suono così sgradevole che lo guardai allarmata.

“Ho un problema” dichiarò velocemente e non so se fosse per l’apparecchio che non lo capissi bene o se fosse lui a squittire come un topo invece di parlare. La mia antipatia cresceva sempre più e speravo di poter tornare prima possibile con gli occhi e con il pensiero al mio buco.

“Allora?” lo incalzai spazientita.

“Mio padre mi ha regalato il pacchetto Zero Assoluto” disse squittendo a modo suo “Il Piccolo Gelone, il Deltaplano del ponte freddo. Lo ha preso proprio qui, da voi”, continuò indicando l’ espositore ruotante davanti alla cassa con qualche dvd.

“Cosa è successo?”

“Da ieri sera mi ha rotto Fortnite” singhiozzò all’improvviso, tirando fuori dalla tasca dei jeans il suo cellulare Samsung e mostrandomi lo schermo unto e graffiato. Esattamente al centro dello schermo nero c’era un buco, perfetto come il foro di un proiettile, ancora fumante, azzurrino intorno. Un buco su uno schermo è sempre un buco?

(Foto dal film “Funny face”, Stanley Donen)

Inverni

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Le malinconie ho vissuto

le nebbie

i solitari luoghi

le calde mani sul culo freddo

e gli abbandoni

i sussurri sui baveri

le parole-groppo in gola

una certa tristezza

e dimenticanza incerta.

Ecco, su una poesia di Carver e sullo scrivere racconti

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Ecco, il racconto che volevo scrivere prima,

ma poi ho lasciato stare

perché ti ho sentito muoverti.

Lascio sempre stare

e non servono neanche scuse per non scrivere.

Non c’è nessuno che si muova.

Ecco, la Fortuna che guida gli uomini

e il corteo di maschere,

ma non scrive racconti per me.

Letture e visioni dell’anno dell’Insomma

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Qualcuno tempo fa mi ha preso in giro per la mia dizione della parola insomma, un attore che non conoscevo bene e con cui non avevo scambiato che un paio di saluti, e da allora per me insomma è diventato sinonimo di qualcosa di molto antipatico e pure sgradevole. Il 2020 per me è stato l’anno dell’Insomma, fin da subito. Sono tornata a scrivere dopo diverso tempo e questa è una delle poche cose che salvo (anche se non tutti saranno d’accordo) nel finale di quest’anno dell’Insomma. Stare con tutti i miei cari, condividere con qualcuno le difficoltà, le disillusioni, le paure, le perdite è l’altra cosa che salvo del 2020 appena trascorso. Durante il lockdown di Marzo e Aprile ci sono stati momenti estranianti, siamo tornati tutti ad essere adolescenti rinchiusi nella nostra cameretta, alcuni per scelta, altri per costrizione.

Messaggi d’amore e di esasperazione

Non solo ho scritto poco, ma ho anche letto poco in questo anno dell’Insomma. Ho iniziato con Il resto di niente di Enzo Striano nell’edizione Oscar Mondadori, un romanzo storico sulla vita di Eleonora de Fonseca Pimentel, un’intellettuale illuminista, una delle prime donne giornaliste d’Europa, portoghese di nascita, ma napoletana d’adozione, dalla vita eccezionale raccontata dall’infanzia nella Roma pontificia fino alla morte per mano del boia a Napoli a causa della sua partecipazione alla rivoluzione e alla Repubblica Napoletana nel 1799. Non sono una fan dei romanzi storici, però Striano scriveva benissimo rendendo con penna delicata i tormenti anche fisici e sessuali di una donna del Settecento in bilico tra l’educazione cattolica e bigotta dell’epoca, in una famiglia comunque sui generis, i cambiamenti e le rivoluzioni del periodo illuminista e i moti dell’anima. Napoli ruba spesso il ruolo di protagonista a Eleonora, eccezionale il racconto dell’arrivo a Napoli della famiglia de Fonseca Pimentel durante la festa della Piedigrotta, un carnevale settembrino dedicato alla Madonna.

E. Striano, Il resto di niente

Del libro di Donald Barthelme, Biancaneve edito da Minimum Fax avevo già scritto qui.

D. Barthelme, Biancaneve

Poi ho letto un libro che avevo ricevuto in regalo per il mio compleanno, insieme ai biglietti per la mostra di Alberto Sordi per il centenario della nascita e che purtroppo ancora non sono riuscita a vedere. Il libro è Un borghese piccolo, piccolo di Vincenzo Cerami edito dalla Mondadori e l’ho trovato agghiacciante per la sua lucidità nel descrivere quella parte della società italiana, la più numerosa, che vive di raccomandazioni, clientelismo, rapporti di lavoro umilianti a cui ci si presta con la speranza di un qualche tornaconto personale, rapporti familiari basati sulla comodità, sull’apparente sicurezza della propria piccola quotidianità da preservare a ogni costo. E infine la rabbia nascosta di questo impiegatuccio ministeriale alla soglia della pensione, la cui unica preoccupazione è far subentrare il figlio appena diplomato al suo posto di lavoro, pronta ad esplodere dopo un trauma subito, per punire metodicamente chi ha sovvertito l’ordine esistente. Avevo visto il film di Monicelli proprio con Alberto Sordi anni fa, ma il libro mi è parso più inquietante, anche considerando che era il primo romanzo di Cerami.

V. Cerami, Un borghese piccolo piccolo (e biglietto)

Ho letto anche Momenti trascurabili di Francesco Piccolo, il vol.3 pubblicato da Einaudi. Non mi è piaciuto quanto gli altri due, allungare il brodo rende solo un brodo acquoso, quindi non ci spenderò altre parole.

F.Piccolo, Momenti trascurabili

In tarda Primavera ho letto Uomini e Troll di Selma Lagerlöf edito da Iperborea, fiabe antiche in contesti relativamente moderni, alienante e a tratti terrorizzante, come sono tutte le fiabe, e di Edna O’Brien, Tante piccole sedie rosse, edizione Einaudi, la storia di due amanti che si incrocia con la Storia di uno dei più grandi genocidi contemporanei, quello di Srebrenica, durante la guerra in Bosnia. L’amante, uno straniero giunto in un tranquillo paesino irlandese all’improvviso, guaritore e sessuologo, si rivela a metà libro un criminale internazionale ricalcato sulla figura dello psichiatra, santone barbuto e latitante per anni, il serbo Radovan Karadzić. Immagino che l’autrice abbia voluto descrivere la fascinazione che alcune figure manipolatrici possono esercitare sui singoli, ma anche su una collettività impreparata e ingenua.

S.Lagerlöf, Uomini e Troll e E. O’Brien, Tante piccole sedie rosse

In Estate ho ripreso un minimo di attività sociale e anche qualche piccolo viaggio. Sono riuscita a visitare il Conero, un promontorio bellissimo che mi ha ricordato il mio Circeo, e diverse località delle Marche, una terra splendida, di cui conoscevo solo Camerino e Macerata. Soprattutto sono stata da Leopardi e mi sono emozionata visitando la sua casa e la sua biblioteca a Recanati. L’ho raccontata a tutte le persone che hanno avuto la sfortuna di sentirmi in quei giorni come se fossi andata sulla luna, forse l’ho fatto: Che fai tu, luna, in ciel?

Casa Leopardi a Recanati

In genere questa è la stagione in cui leggo moltissimo perché finisce la scuola e ho molto più tempo libero, invece quest’estate mi sono adeguata al trend annuale e ho letto solo un paio di libri, uno di Altan (quindi non un vero e proprio libro…) La Luisa pubblicato da Gallucci e l’altro di Andrea Camilleri, Riccardino della Sellerio. Ho faticato a riprendere a leggere Camilleri, mi ero disabituata alla sua lingua e, inoltre, ho trovato l’intreccio, i giochi di rimandi continui al personaggio televisivo, così come le ingerenze dell’autore nella storia, impegnativi. Ma è stato come ritrovare un vecchio amico che non si incontra da tempo e alla fine in bocca è rimasto un gusto dolce e amaro insieme. Per Altan posso solo dire che è stato il migliore libro/non libro che ho letto in questo anno dell’Insomma.

Altan, appunto.

In Autunno dopo Tommaso Landolfi mi sono concessa un libro che da tempo volevo leggere perché ne avevo letto alcuni estratti, l’autobiografia di Andre Agassi, Open per Einaudi editore. L’ho finito in tre giorni, se avessi potuto, se non avessi avuto impegni lavorativi e familiari, lo avrei letto tutto senza interruzione, senza mangiare e dormire. Non è solo una storia di tennis, la vita di Agassi dall’infanzia controllata dal padre padrone e dal Drago, un mostro lanciapalle, fino al ritiro agli Us Open del 2006, ma è soprattutto un romanzo di formazione che parla delle vittorie e delle sconfitte di Agassi sia in campo che nei rapporti umani. La domanda alla base di tutto il libro, fin dall’inizio è Perché gioco a tennis, se lo odio? Mi sembra che la domanda riguardi tutti noi, perché quell’odio forse è l’altra faccia dell’amore che mettiamo in ogni cosa che facciamo con fatica e dedizione.

A. Agassi, Open

Poi ho fatto la furba e ho letto facilmente un piccolo libro, regalo di un’amica appassionata lettrice, una raccolta di aneddoti e aforismi sui libri e sulla lettura: Nicola Gardini, Il libro è quella cosa edito da Garzanti.

N.Gardini, Il libro è quella cosa

L’ultimo libro dell’anno 2020 mi ricorda che avrei dovuto parlare anche di visioni, ma sto diventando noiosa pure a me stessa, quindi lo userò per ricollegarmi alle mie due visioni preferite di quest’anno dell’Insomma, riproponendomi di fare un post apposito su Greta Gerwig di cui ho visto due film (uno persino in un cinema all’aperto quest’estate) e che merita più di due parole frettolose. Il libro che sto leggendo è una favola, L’assemblea degli animali di Filelfo, appena uscito, a Novembre, per l’Einaudi. Al momento sono frastornata dai discorsi degli animali preoccupati dall’incoscienza dell’uomo verso la Natura, ma parlano un po’ tutti insieme e fanno troppa confusione. Speriamo bene per il futuro della Terra e del libro.

Filelfo, L’assemblea degli animali

A proposito di favole il film più interessante che ho visto negli ultimi mesi, nonostante la presenza dell’uomo dell’Insomma, è stato Favolacce dei fratelli D’Innocenzo. Volevo solo avvertirvi che non ci salviamo (ma io l’avevo subito capito, come l’ho visto nel film), forse dovrei dirlo anche agli animali del libro di Filelfo. L’altro film che mi è piaciuto molto l’ho visto all’inizio dell’anno, ed è Un sogno chiamato Florida di Sean Baker che, però, è un film del 2017. Entrambe le pellicole mettono in mostra la fragilità, la mostruosità e l’incapacità di fare gli adulti di tutti i personaggi al di sopra dei dieci anni e soprattutto la straordinaria capacità di resistenza e gli atti di coraggio estremo dei protagonisti bambini. Le somiglianze, anche cromatiche, tra i due film sicuramente casuali sono impressionanti.

Un sogno chiamato Florida a sinistra, Favolacce a destra

Spero che l’anno dell’Insomma, quest’anno un po’ di merda per tutti, se ne stia dalla sua parte ormai conclusa e che non travalichi in questo.

Una canzone dedicata

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Quella bambina, Antonella, viveva alle Case Verdi, come tutti nella zona chiamavano gli enormi casermoni popolari, con i piloni grigi in cemento, le finestre piccole e i balconi in muratura rientrati sulla facciata, proprio accanto alla sua villetta bifamiliare, costruita su una collina. Al piano terra della villetta abitavano i suoi nonni materni e proprio suo nonno Lindo si era opposto alla costruzione di quelle case popolari, ma niente aveva potuto fare per impedire la riconversione di alcuni terreni per pubblica utilità in area edificabile. La principale preoccupazione di suo nonno Lindo era per il muro di canneti e il fosso che correva a nord dell’area e durante gli inverni particolarmente piovosi diventava un vero e proprio fiume di fango. Aveva presentato esposti e scritto decine di lettere. Non c’era nessun pericolo, rispondevano piccati dall’ufficio tecnico del Comune, gli ingegneri, gli architetti e persino un geologo, interpellati.

“Ehi vecchio, stai tranquillo!” sbuffavano scocciati anche i muratori, quando nonno Lindo si posizionava lì come una vedetta a supervisionare i lavori e a ripetere i suoi timori. Suo nonno era anche intimamente preoccupato dell’arrivo di tutte quelle famiglie disperate e sfortunate, come diceva la nonna, quasi dentro a casa sua, temeva quella massa di poveracci in casa più dell’improbabile colata di fango, si lamentava, invece, la sera a tavola sua madre con suo padre, esasperata dal comportamento paterno.

Antonella era una bambina sfortunata nata in una di queste famiglie sfortunate ed era per questo che viveva nelle Case Verdi, una famiglia così disgraziata la sua che era stata la prima in graduatoria per ottenere l’alloggio popolare. A cinque anni aveva perso sua madre per un tumore, una donna piccola e gentile sposata con Tonino, un povero cristo, burbero e dal brutto viso schiacciato. Tonino girava per le strade del quartiere con un’Ape scassata e raccoglieva ferrivecchi e parti di automobili per lo sfasciacarrozze che stava al principio della via, gestito da un uomo enorme sempre in tuta blu, Carluccio, il quale viveva in una baracca accanto al deposito. Tonino e Carluccio li conoscevano tutti da quelle parti, erano compagni di bevute e spesso di notte interveniva la polizia a calmare gli animi perché arrivavano sempre a picchiarsi dopo qualche bottiglia di Peroni. Antonella aveva un fratello maggiore di un paio d’anni, Fabio, un bambino rachitico che aveva preso dal padre il viso schiacciato e di suo aveva grandi orecchie a sventola, un po’ inselvatichito. Fabio era stato suo compagno di scuola alle elementari, non veniva spesso a scuola, quando frequentava le lezioni non aveva mai i quaderni e i libri, borbottava solo parolacce e la maestra sembrava ignorarlo per la maggior parte del tempo. Poi all’improvviso, all’inizio della quarta elementare, era fine settembre, la maestra aveva annunciato che Fabio avrebbe cambiato scuola, ripetendo la terza elementare. Avevano aperto una succursale della scuola dentro le Case Verdi perché con l’arrivo delle nuove famiglie il numero dei bambini era cresciuto molto e Fabio avrebbe frequentato quella. Era venuto a salutarli, disse la maestra nell’indifferenza generale. Lei era contenta che Fabio se ne andasse perché quando veniva a scuola la maestra lo faceva sedere nel banco accanto al suo così l’aiutava che lei era bravissima. Ma Fabio puzzava, puzzava di pipì o almeno lei pensava che quel tanfo fosse di pipì seccata e mai lavata. Anche Antonella che il pomeriggio giocava in strada con lei e alcune amiche di scuola a campana, con l’elastico o a nascondino dietro le macchine, aveva quell’odore, puzzava di pipì, a volte ci facevano anche una canzoncina, Le scappa la pipì, le scappa la pipì, le scappa proprio là, Antonellà, senza farsi sentire dai grandi, ma Antonella non rispondeva mai, faceva finta di niente e continuava a giocare. Faceva pena a tutti, le madri della zona spingevano le figlie a farla giocare con loro perché era più silenziosa che timida e anche molto carina con le trecce bionde sempre sfatte e gli occhioni chiari spalancati. Soprattutto la sua mamma le regalava i suoi vestiti smessi e quando vedeva Antonella con le sue gonne e i suoi golfini, ah, il suo vestito verde a pois bianchi!, veniva presa da una grande agitazione pensando che qualche altra bambina notasse le sue cose addosso a quella bambina sfortunata. Ora sicuramente puzzavano di pipì anche i suoi vecchi vestiti.

Quando Fabio lasciò la sua classe lei lo salutò, come si erano sentiti costretti a fare tutti, mentre lui era in piedi con la maestra accanto alla cattedra e per fare un po’ di scena da brava bambina, la più brava della classe, accennò anche un abbraccio, che restò a metà e molto veloce.

“Mi dispiace che tu vada via” gli sussurrò pure. Un’espressione di sorpresa si stampò sulla faccia brutta di Fabio che arrossì e borbottò una risposta che lei non capì. Lui non le permise mai di dimenticare quelle parole ipocrite. Ogni volta che si incontravano per strada negli anni-non troppo spesso perché Fabio a tredici anni fu affidato dai servizi sociali a una zia che viveva in una grande città del nord e tornava raramente dalla sua famiglia, mentre sua sorella Antonella era rimasta con il padre alle Case Verdi- lui le si accostava e le diceva commosso: “Solo tu, sei stata l’unica che mi ha salutato dispiaciuta”, poi si interrompeva e cominciava a piangere, mentre lei stava lì imbarazzata, in silenzio, incapace di consolarlo, pregando che si allontanasse in fretta e che nessuno li vedesse insieme.

Il giorno peggiore della sua vita, anche il tempo ci si era messo, pioveva ininterrottamente dalla mattina, tornando a casa dopo il lavoro, si ritrovò su un autobus accanto a Fabio, un Fabio cresciuto, altissimo, ma sempre magro, rachitico e bruttissimo, una tuta blu da meccanico: non lo vedeva da anni, da quando il padre era morto e il loro appartamento delle Case Verdi era andato a un’altra famiglia sfortunata. Lei, invece, viveva ancora nella stessa villetta, al piano terra, dove un tempo vivevano i suoi nonni.

Proprio quella mattina suo marito le aveva detto per telefono che non sarebbe tornato a casa, aveva riflettuto e non se la sentiva di continuare con il loro matrimonio, troppe divergenze, “ ma per fortuna non abbiamo figli, neanche un cane o un gatto su cui litigare”, aveva concluso prima di riattaccare. Si era trasferito a casa di un suo collega di lavoro già da qualche settimana, portandosi via anche la loro automobile e sarebbe passato da casa a prendere le sue cose mentre lei era al lavoro, meglio evitare scene imbarazzanti, le chiavi le avrebbe lasciate nella cassetta della posta. Anche con i suoi genitori non parlava da tempo, liti sulla gestione della villetta e del giardino, il vanto di sua nonna, che ora era infestato d’erbacce e delle rose alte e magnifiche rimanevano solo i rovi, e che suo marito se ne fosse andato non se ne sarebbero neanche accorti.

“E tu? Cosa fai? Sei sposata?” Le chiese Fabio subito dopo i saluti. Lei scosse la testa e si mosse a disagio sul vecchio sedile di pelle rosso dell’autobus, era in trappola, nel posto addossato al finestrino e il mezzo era appena partito dal capolinea: l’aspettava più di un’ora di conversazione forzata con l’incubo della sua infanzia.

“Sono un‘operatrice di telemarketing.”

“Cioè? Sei una di quelle che rompe le palle al telefono alla gente per vendere le cose? E pensare che eri così brava a scuola”, esclamò ridacchiando.

“Io invece lavoro alla Mercedes, faccio il meccanico. Tutto quel tempo passato da Carluccio con mio padre è servito a qualcosa. E poi mi piacciono i motori, fanno sempre quello che devono. Quando ho staccato pioveva troppo e ho lasciato la mia moto in officina, ho preso l’autobus. Erano anni che non lo facevo. Pensa tu! Allora non sei sposata, eh? Non sei proprio di primo pelo” aggiunse con un ghigno beffardo riversandole addosso tutte quelle parole.

Sperava che salisse qualche vecchia per alzarsi e lasciarle il posto, ma quelle con quel tempo se ne stavano a casa. La pioggia, l’umidità e i finestrini chiusi avevano creato una fitta condensa che s’era posata su ogni finestrino, l’autobus sembrava un tunnel di ghiaccio, isolato totalmente dall’esterno. E lei era seduta accanto a Fabio! Le parve di sentire persino un vago odore di pipì rappresa. Magari stava lì da trent’anni, pensò.

“Come sta tua sorella?” chiese per deviare l’attenzione dalla sua vita. L’ultima volta che aveva visto Antonella era in una boutique in centro, quindici anni prima, faceva la commessa. Si erano salutate con un po’ d’imbarazzo. Antonella era diventata bellissima, ancora così bionda e magra, le raccontò di convivere con una sua amica in un appartamento dove si era trasferita dopo la morte del padre, appena diplomata in ragioneria. Lei stava ripetendo per la terza volta l’esame di Analisi durante il suo primo anno di università, aveva i capelli unti acciuffati e la faccia piena di brufoli. Tornando a casa dalla biblioteca dell’Università si era fermata in quel negozio per comprare una sciarpa di lana a righe colorate che era in vetrina da qualche tempo e le piaceva molto. Costava troppo, si rese conto dopo aver chiesto il prezzo e quando stava per uscire dal negozio Antonella le aveva proposto di metterci lei i soldi che le mancavano per comprarla. Se mai fosse ripassata da quelle parti le avrebbe restituito i soldi o pagato un caffè. Aveva afferrato velocemente la sciarpa con le guance rosse dalla vergogna, lasciato in fretta i soldi sul bancone, bofonchiato un ringraziamento ed era corsa via. Naturalmente non era più tornata in quel negozio, né aveva mai indossato la sciarpa colorata.

“Ti piace quella canzone?” Fabio iniziò a canticchiare Lady Riccio, una hit di qualche anno prima che aveva imperversato in radio.

“La conosco, ma cosa…?”

“L’ha scritta per mia sorella, quel cantante là. Glielo dicevo sempre a mia sorella, come ripeteva papà: mai con un venditore di cavalli, un avvocato o un assicuratore. Né con un cantante, aggiungevo io. Ci sta ancora insieme, ma non mi fido mica. Si è trasferita a Milano quando un tizio l’ha fermata per strada e le ha offerto un contratto per un’agenzia di modelle, la prima volta sono andato anch’io, non mi fidavo per niente. Invece quel bastardo veramente aveva una agenzia di modelle, pure famosa. L’hai vista sulla copertina di Elle, o come cazzo si chiama? Lei me le manda tutte.”

“No, non l’ho vista e non lo sapevo”, sussurrò, ci mancavano solo l’agenzia di modelle, l’amore eterno e le canzoni dedicate in quella giornata di merda.

“Ma lei niente. C’ha fatto pure i figli con il cantante”, tirò fuori il cellulare e le mostrò le immagini di due bambini sorridenti, biondissimi, al maschietto mancava il dente davanti.

La condensa si faceva di minuto in minuto più spessa, soffocante. Procedevano a rilento, la pioggia aveva allagato la strada e in prossimità di alcuni incroci la circolazione era quasi totalmente ferma. Per fortuna Fabio si era azzittito, sembrava mezzo addormentato, con la testa ciondolante. L’autobus parve acquistare velocità e iniziò la serie di fermate lungo la sua strada di casa, non sapeva se fosse il caso di scuotere Fabio, non le aveva detto dove sarebbe sceso. Doveva comunque svegliarlo per scendere realizzò quando giunsero alla sua fermata. Lo scosse per la spalla e lui la guardò infastidito.

“Mannaggia, ma che non m’hai svegliato? Dovevo scendere un paio di fermate prima. Con tutta ‘sta cazzo di acqua, mannaggia a te.” S’alzò bestemmiando e si posizionò alle porte d’uscita davanti a lei premendo furiosamente il pulsante di prenotazione della fermata. Quando l’autobus si arrestò scesero velocemente dall’autobus insieme a un altro paio di viaggiatori, lei aveva un inutile ombrellino da borsa che neanche tirò fuori. Aveva ripreso a piovere con forza. L’acqua le arrivava ai polpacci. Guardò verso la collina dove si trovava la sua villetta e si rese conto che non esisteva più una collina, era tutto un mare nero e acqua, acqua che cadeva dal cielo. Sentì un boato, un rumore assordante.

“Cazzo, corri, corri!” le urlò Fabio sopra il frastuono. A fianco della fermata c’era un vecchio fabbricato abbandonato, un mattatoio dove si macellavano suini che da decenni non veniva utilizzato e la bella palazzina liberty dove un tempo si trovavano gli uffici del mattatoio era ridotta a uno scheletro. Fabio la spinse oltre la porta del vecchio edificio, si rese confusamente conto che anche gli altri passeggeri dell’autobus li seguivano, mentre salivano rapidamente gli scalini.

“Sali, sali!” continuava ad urlare Fabio sopra quel rumore orrendo e a spingerla. Giunsero al piano più alto, il terzo e guardarono terrorizzati dalle finestre spalancate, che generazioni di vandali avevano distrutto, il fiume marrone che trascinava lampioni, alberi, macchine, l’autobus da cui erano appena scesi.

“È venuta giù la collina” disse l’uomo anziano che si trovava alla sua destra. Tremava in maniera esagerata e batteva i denti. Le Case Verdi sembravano spostarsi come trampolieri enormi, camminavano eleganti sui pilastri di cemento, ballavano sulle parole di quella canzone Se non fosse per te crollerebbe il mio cielo se non fosse per te sarei niente, lo sai.*

(Foto dal film Favolacce, Damiano e Fabio D’Innocenzo)

*parole prese in prestito dalla canzone Tutto quello che un uomo, Sergio Cammariere.

Annottava

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Annottava

in bambini giochi

di lingua.

S’addolceva

una lettera vecchia

e non lo era.

E ancora

non diceva

Euridice che la tragedia

è essere.

(Foto dal film Orfeo negro, Marcel Camus)

Le parole e l’isolamento

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(Paterson di Jim Jarmusch)

Ho passato l’isolamento leggendo Tommaso Landolfi, centellinandolo perché non è una lettura durante la quale una persona si può distrarre e ogni tanto avevo la testa che se ne andava per i fatti suoi e rischiavo di rileggere la stessa parola dieci volte o forse anche più considerando che Landolfi scriveva utilizzando parole desuete e dal gusto arcaico, ottocentesco. Il libro è una raccolta di racconti, Del meno, ed è edito da Adelphi. Il linguaggio di Landolfi è il protagonista di questi racconti perché le storie sono minime, non accade quasi mai niente, i personaggi si perdono spesso nelle loro elucubrazioni (anch’io) e in uno dei primi racconti, La volontà di potenza, si narra, ad esempio, del disagio di un uomo, un letterato, che, durante la sua passeggiata quotidiana all’alba per raggiungere un bar e prendere il suo bicchierino di anaci a cui attribuisce magiche virtù, incontra al ritorno sulla stessa strada sempre la stessa persona, un fruttivendolo, e si fa da parte per farla passare. Diventa un pensiero fisso. Un giorno decide che non sia giusto che sia sempre lui a farsi da parte e prendendo coraggio va incontro all’altro deciso a non cedere il passo. Sembra un duello donchisciottesco. Termina così:

Poi, giusto per restare in tema parole, mi sono iscritta a un seminario online su come la lingua italiana sia cambiata durante la pandemia, Cittadinanza e pandemia: una lingua in movimento in un paese che cambia, soprattutto perché mi andava di riascoltare, dopo due decenni, la voce calmissima di Luca Serianni che è stato il mio professore di storia della lingua italiana a La Sapienza di Roma. Serianni nel suo intervento è partito da come l’uso della parola “positivo” sia cambiato in pochi mesi, di come un linguaggio specialistico come quello che riguarda una branca particolare della medicina, cioè la virologia, sia diventato così comune. Nel nuovo Devoto-Oli, il famoso vocabolario della lingua italiana, sono entrate quest’anno molte nuove parole legate alla pandemia da distanziamento sociale a lockdown. È stato un pomeriggio interessante, anche se poco adatto al proposito di pensare ad altro durante il mio isolamento.

Avrei potuto scrivere, sfogare ansia e rabbia con le parole mie, ma ultimamente proprio non è cosa. Oddio, ultimamente: qui si tratta di mesi e mesi. Le parole sono scappate, non so se torneranno e l’isolamento non me le ha riportate. Ho risposto a messaggi e mail di parenti, colleghi e amici preoccupati. Anche i miei alunni mi hanno contattato- uno mi ha contattato troppo, per capirci. Ho rassicurato tutti mentre i giorni passavano ed io non ero sicura per niente in attesa del referto che non arrivava.

Mio figlio undicenne ha creato per me una playlist su Spotify, così mi pensi che non hai niente da fare, mi ha detto e ho ascoltato la sua selezione. Dopo la terza canzone dei Gorillaz ho iniziato ad avere visioni di iperspazio e fotoni, ma ho resistito fino alla fine: la playlist si chiudeva con un classico, I was made for loving you dei Kiss e mi sono quasi commossa. Mi frenava il pensiero dei Gorillaz.

Ho visto qualche film che mi ero riproposta di vedere e che sempre più spesso non riesco a vedere, soprattutto ho visto Paterson di Jim Jarmusch. È un film di piccole cose e parole semplici, di esistenze umane dignitose e normalissime. Le protagoniste del film sono le poesie di Paterson (scritte da un vero poeta, Ron Padgett) un autista di autobus della cittadina di Paterson, sì, lo stesso nome dell’autista e anche di una raccolta di poesie di uno dei più grandi poeti americani, William Carlos Williams. Paterson, il poeta-autista, è un uomo colto il quale legge e cita Dante e Petrarca, e infatti sua moglie si chiama Laura. Quando queste poesie scritte amorevolmente a mano su un taccuino vengono distrutte dal cane di casa, Paterson entra in crisi. Poiché quest’anno, prima dell’isolamento, sono andata spesso a lavoro con i mezzi pubblici, ho cercato di immaginare uno degli autisti o delle autiste che ho incontrato come un poeta gentile e no, non ci sono riuscita. Non credo che la poesia sia uno dei criteri di selezione della mia azienda del trasporto pubblico locale.

Naturalmente come nella migliore tradizione della burocrazia italica le 48 ore per avere il referto sono diventate più di 100 (anche se tutto il processo fino all’attesa del referto del tampone naso faringeo è stato perfetto, la fila al Drive in abbastanza contenuta, il personale addetto gentile e preparato), ma alla fine è arrivato. C’ho messo un po’ a capire che Non rilevato significasse negativa. L’anno scolastico è iniziato da appena un mese e ho già fatto il test sierologico poco prima di iniziare e un tampone naso faringeo molecolare. Sarà un anno scolastico molto lungo e difficile. Le prossime volte (…) la Asl competente ci ha assicurato che verrà nella nostra scuola con un’unità mobile per eseguite i test rapidi, ho solo avuto la sfortuna di essere un contatto stretto di un alunno prima che partisse questa nuova procedura. Già lavorare con mascherina e distanziata attentamente dai ragazzi non è semplice (a questo proposito odio l’espressione “distanziamento sociale” mi sembra che sia in antitesi profonda con l’essere umano, preferisco pensare che il nostro sia un distanziamento solo fisico), inoltre quest’anno sono state realizzate delle aule nel piano interrato della mia scuola e io e la mia sezione siamo risultati i vincitori. Siamo diventati tanti piccoli e grandi fantasmi dell’Opera, ho detto ai ragazzi, raccontando la storia di Erik, un uomo distante da tutti gli altri uomini con enormi deformità coperte da una maschera, ma con una voce magica il quale viveva nei sotterranei del Teatro dell’Opera di Parigi terrorizzando tutti. Sto creando dei mostri, lo so. Spero che l’unico terrore che conoscano mai sia quello delle serie horror Netflix che divorano e delle storie gotiche che racconto loro e che, come le fiabe con i bambini, li aiutino a superare le loro paure più profonde.

(Il fantasma dell’Opera di Terence Fisher, 1962)

La Signorina Snob, Edoardo Albinati e il futuro

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L’estate del 2016 Edoardo Albinati vinse lo Strega con La scuola cattolica e decise di venire nella mia città per festeggiare il compleanno di Franca Valeri che cadeva subito dopo la sua vittoria. L’attrice era legata alla mia città da un rapporto di amore e di lotta per la sua salvaguardia che portava avanti da anni. Aveva combattuto personalmente insieme a tutti noi per preservare una delle nostre Ville, quella di un importante imperatore romano, i cui dintorni la Regione Lazio chissà per quale triste gioco politico voleva trasformare nella discarica di Roma. C’erano state letture serali da Le Memorie di Adriano della Yourcenar proprio dentro la Villa, a presidio dell’area archeologica, e lei era stata presente fisicamente alle proteste, nonostante fosse già splendidamente ultranovantenne. Quell’anno, nel 2016, fu organizzata una specie di tributo per i suoi novantasei anni con l’onnipresente Strabioli e lei venne di nuovo in una delle nostre Ville, questa volta in quella più famosa, rinascimentale, a festeggiare. E Albinati arrivò direttamente dalla Sardegna, ci raccontò, perché voleva renderle omaggio. Lesse per noi alcuni brani da La vacanza dei superstiti l’ultimo libro di Franca Valeri pubblicato da Einaudi e lei commentò spesso con la sua ironia e la voce appena tremante, eppure ancora la sua.

Quando mi avvicinai per salutare commossa Franca Valeri, che si trovava vicino allo scrittore, avevo con me un taccuino su cui avevo appuntato alcune frasi che mi avevano colpito tra quelle lette durante la serata (sono quella dei taccuini, ne ho sempre uno con me, non voglio perdermi niente) e Albinati volle aggiungerne una: mi era sembrato un gesto delicato, oltre ad aver trovato la frase bellissima.

Arrivederci superba Signorina Snob, con gratitudine e profondo affetto.

Addio Maestro

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Stamattina mi sono svegliata tardi, è il bello dell’essere in ferie, ancora a letto ho scorso i messaggi su whatsapp e ho trovato quello di mia nipote: stanotte è morto Morricone. Ho avuto un piccolo colpo al cuore. Penso che sia una notizia che ha colpito tutti, un genio italico riconosciuto che ha scritto la colonna sonora della nostra vita. Della mia sicuramente. C’è stato da bambina mentre guardavo i western di Sergio Leone con mio padre e solo al fischio di Alessandroni già ero dentro il film, sul cavallo, a mangiare pollo con le mani e il viso unto, da ragazzina mentre mia zia cantava Se telefonando ed io mi struggevo un po’ per un lui lontano, da ragazza mentre m’innamoravo del cinema tanto da inseguire il sogno di farlo e mi entusiasmavo per Nuovo Cinema Paradiso pensando che segnasse una rinascita per il cinema italiano, e probabilmente lo pensava anche Morricone, da donna che si immalinconiva, anche troppo, riascoltando le musiche di C’era una volta in America, c’è stato quando ho portato mia nipote, la stessa che mi ha scritto stamattina, con le sue amiche a Cinecittà a vedere The Hateful Eight e il film di Tarantino era soprattutto la musica di Morricone, basta vederne i primi dieci minuti per capirlo, con la diligenza che corre sul ghiaccio dietro alla musica.

Teatro N.5Cinecittà

Ho persino comprato il cd della colonna sonora di The Hateful Eight, lo tengo in macchina, i primi tempi, dopo aver visto il film, lo ascoltavo continuamente e poi le suore dell’asilo mi chiesero quale era la musica che mio figlio canticchiava sempre mentre disegnava. Mi mancherà molto l’idea che la colonna sonora della mia vita la scrivesse Ennio Morricone.